Intervista a Guido Crainz

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Guido Crainz

Lo storico risponde a domande riguardanti il suo ultimo scritto ma con uno sguardo a tutta la situazione dell’Europa attuale

Il professor Guido Crainz ha gentilmente risposto ad alcune domande relative al suo ultimo libro, “Ombre d’Europa. Nazionalismi, memorie, usi politici della storia”, pubblicato da Donzelli editore, in cui si interroga sul futuro dell’Europa unita.

Dal suo studio emerge che il convitato di pietra nel dibattito sull’Europa unita, sulla sua concreta realizzazione, sia proprio la politica. Se così, qual è la causa prima di questa assurda assenza?

«Il libro indica certamente le responsabilità della politica ma richiama fortemente l’attenzione anche sulle responsabilità della cultura. Sulla troppo debole presenza, in altri termini, di quell’“opinione pubblica europea” invocata spesso da Habermas e da altri. Lo abbiamo visto anche di fronte alla pandemia: dopo alcuni mesi di incertezza la politica alla fine ha fatto il suo dovere approvando il Recovery Fund, e senza quella scelta decisiva oggi parleremo di un’altra Europa (c’è da chiedersi, forse, se parleremmo ancora di Europa). Eppure in quei mesi, ove si eccettuino importanti appelli di intellettuali tedeschi, non si sono visti massicci pronunciamenti della cultura e della società civile che andassero nel senso della solidarietà. Mi sembra un elemento su cui riflettere».

C’è del vero nella percezione comune che le politiche economiche e sociali europee siano portatrici di una globalizzazione sregolata, che ha eroso welfare e sicurezze sociali, elemento sfruttato a fini propagandistici dai leader sovranisti?

«Non sono state certo le politiche europee a provocare unaglobalizzazione sregolata”, c’è però da chiedersi se si siano misurate adeguatamente con essa. Se si siano misurate adeguatamente, ad esempio, con ilmutamento d’epoca” segnato dalla fine dei “trenta anni gloriosi” del dopoguerra, quella straordinaria fase di sviluppo dell’Occidente che è messa in crisi già dalla crisi petrolifera degli anni Settanta».

«Vi è poi un problema specifico che riguarda i Paesi ex comunisti, segnalato in modo concorde da numerosi osservatori: nel crollo del comunismo la democrazia liberale da costruire fu considerata strettamente intrecciata al liberismo economico, oltretutto in anni in cui soffiava forte il vento del neoliberismo. Di qui privatizzazioniselvagge”, con forte crescita della disoccupazione, e al tempo stesso l’erosione di quel sistema di welfare, sia pur distorto, che aveva comunque caratterizzato i regimi comunisti (trova alimento anche qui la propaganda delle forze antieuropee). L’esatto contrario, in altri termini, di quel che era avvenuto nell’Europa occidentale del dopoguerra, ove la ricostruzione o il consolidamento della democrazia si sono strettamente intrecciati invece all’affermarsi del welfare state».

Il coinvolgimento emotivo e familiare di uno storico in un passato drammatico, come ad esempio nel caso di diversi studiosi estoni che hanno vissuto la realtà dei gulag, pone problemi in merito all’attendibilità scientifica dei loro lavori?

«Credo che dovremmo tener presente molti aspetti, legati alla realtà dei regimi comunisti: dall’impossibilità (o dai forti limiti) di una ricerca storica e di una discussione libera all’interno di quei Paesi, al peso che viene ad assumere, nel crollo del comunismo, la storiografia della diaspora, cresciuta cioè nei Paesi dell’esilio e spesso portata ad assumere toni nazionalistici. È nella diaspora baltica, ad esempio, che si afferma l’idea di “due genocidi”, nazista e comunista (e l’accento tende spesso a spostarsi maggiormente sul secondo). Con importantissime eccezioni, naturalmente: penso a una rivista dell’emigrazione polacca come “Kultura”, straordinariamente lungimirante, e ad altro ancora».

Nei Paesi dell’Est europeo molti politici emersi negli anni Novanta erano studiosi di storia coinvolti direttamente in una riscrittura nazionalistica del passato. Che considerazioni si possono fare su questa particolarità?

«C’è un aspetto segnalato con grande forza all’indomani del 1989 dal polacco Bronislaw Geremek, storico di primissima grandezza e una delle voci più importanti di Solidarnosc: di fronte a una dominazione sovietica che si ammantava di internazionalismo il richiamo alla Nazione era un elemento importante ma può trasformarsi anche in altro».

«Lo si era già visto nella crisi che inizia a investire la Jugoslavia dopo la morte di Tito: è uno storico il presidente croato Tudjman, portatore di una visione nazionalistica, e si deve probabilmente a lui anche il preambolo della Costituzione croata. E nel giugno del 1989 il presidente serbo Milosevic lancia esplicitamente l’offensiva nazionalistica in una enorme manifestazione di massa alla Piana dei Merli, in Kosovo: quella manifestazione è la celebrazione storica di una battaglia di seicento anni prima ed è l’occasione per chiamare i serbi alla “riscossa nazionale”. Nell’Europa occidentale del dopoguerra, invece, la costruzione dell’Europa era stata la risposta alle tragedie provocate dai nazionalismi, all’insegna del “mai più guerre fra noi”».

Alla radice dei nazionalismi e dei sovranismi che caratterizzano le politiche di più d’un Paese dell’Europa orientale c’è l’incapacità di fare i conti con il proprio passato, con le proprie responsabilità storiche e civili, ineludibile percorso per superare tensioni e lacerazioni, configurare un’equilibrata identità nazionale. È un problema che continuiamo ad avere anche noi italiani, con le vicende del fascismo e della Resistenza?

«Mi sembrano due cose molto diverse. Nel considerare i Paesi ex comunisti, ad esempio, non dobbiamo sottovalutare almeno due aspetti: da un lato essi non avevano conosciuto una vera democrazia neanche prima del comunismo, ove si eccettui la Cecoslovacchia fra le due guerre. E dall’altro, in alcuni di questi Paesi lo Stato nazionale è relativamente recente, o era scomparso per lunghi periodi, come in Polonia. Di qui il ripresentarsi talora di toni nazionalistici scomparsi o declinanti da tempo in Occidente».

Nell’ultimo capitolo del libro lei affronta la problematica dei manuali storici nei Paesi dell’Est europeo, dove la storia è insegnata in modo “nazionalistico”. Qual è la situazione in Italia? Anche qui la manualistica che ha visto la luce nell’ultimo torno di tempo risente in maniera preoccupante degli usi pubblici della storia?

«Da noi la situazione non è certo questa: anzi, in passato, vi era stata semmai un’offensiva della destra contro i manuali di storia, considerati troppo di sinistra. Ne era stato alfiere Storace, quando era presidente della Regione Lazio, ma non è andato molto lontano. Direi che da noi pesano negativamente soprattutto due aspetti. Vi è in primo luogo una conoscenza inadeguata dei Paesi dell’Europa centroorientale: “avete vissuto per trent’anni con le spalle al Muro di Berlino” ci diceva negli anni Ottanta l’ungherese György Konrad, e aveva ragione. Dall’altro lato, in questa prospettiva appare ancor più grave lo scarso spazio che hanno di fatto gli anni più recenti nell’insegnamento reale della storia (al di là di quello che i programmi e i manuali prevedono). Non si tratta di aggiungere qualche centinaio di pagine a manuali già fin troppo “poderosi” ma di ripensarli radicalmente».

Quali sono a suo avviso gli strumenti più idonei a stimolare negli studenti un approccio pluralistico e comparativo allo studio della storia, una riflessione sul ruolo delle differenti memorie tra i popoli?

«Mi ha molto colpito il manuale tedescopolacco realizzato di recente, dopo un lungo lavoro, da una commissione di storici dei due Paesi: una sintesi storica agile, con tutti i necessari rimandi per gli approfondimenti (anche on line); ampio spazio a documenti, anche iconografici; l’esposizione dei differenti punti di vista e domande rivolte direttamente agli studenti, capitolo per capitolo. Un modello che meriterebbe una maggiore attenzione».

 

Giuseppe Costigliola

Foto © Novecento.org, Wikipedia, The Telegraph

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