Alla Mostra internazionale d’arte cinematografica Leone d’oro a “Povere creature!” del regista greco Yorgos Lanthimos
Nonostante l’assenza di molte delle più grandi star di Hollywood, dovuta allo sciopero indetto dal sindacato degli attori e degli sceneggiatori, l’attesissima 80ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica non si è di certo fermata. D’altronde the show must go on!
Povere creature! è il film rivelazione di quest’ottantesima edizione, perfetto candidato per il Leone d’oro. Yorgos Lanthimos dirige una Emma Stone stratosferica nei panni di Bella Baxter, donna suicida riportata in vita dal folle scienziato Godwin (interpretato da Willem Dafoe). Dopo averle trapiantato il cervello del feto che Bella portava in grembo, “God” (abbreviazione – per nulla casuale – di Godwin) assume il ruolo di padre della ragazza: la educa e le insegna nuovamente a stare al Mondo.
Il film vincitore
Nei 141 minuti di pellicola siamo spettatori di un mondo onirico, visto attraverso gli occhi di una creatura dal corpo di donna adulta, ma con le conoscenze di una bambina che deve imparare nuovamente a vivere. In quanto bambina, Bella agisce senza avere freni inibitori e questo è ciò che dà origine ai più grandi momenti di humor, di cui il film ne è pieno.
A partire dalla fuga con l’avvocato Duncan Wedderburn (interpretato da Mark Ruffalo), Bella impara via via ad essere sempre più consapevole di sé e soprattutto del suo corpo. Il sesso è infatti il motore portante di questa sua riscoperta e Bella non se ne vergogna mai.
Personaggi, ambienti, atmosfere e colori sgargianti, eccessivi, a tratti grotteschi e patetici divertono e fanno da perfetta cornice a questo inno di libertà e di emancipazione.
Quello che meritava un premio
Con Dogman è tutta un’altra storia. Luc Besson presenta una pellicola contemporaneamente violenta e poetica. Nonostante una trama semplice, Besson riesce a dar vita a una storia commovente in cui lo spettatore non può che empatizzare col protagonista, interpretato da uno splendido Caleb Landry Jones (degno di una Coppa Volpi) nelle “vesti” (da drag queen) del giovane Douglas. Un reietto, figlio di un padre violento che, dopo aver dichiarato come il suo amore per i cani superi quello per la famiglia, viene rinchiuso proprio insieme a questi cani da combattimento, rimanendo anche in sedia a rotelle a causa di una pallottola.
Da questo momento, il legame che sviluppa con questi cani lo trasforma in un antieroe alla Joker (2019) di Todd Phillips, facendo delle sofferenze e ferite ricevute dagli uomini la sua forza per salvarsi. I cani lo difendono, lo aiutano e gli stanno vicino in ogni momento negativo della sua vita, che sia la lotta alla sopravvivenza o che sia la protezione dal clan malavitoso portoricano.
Stesse delusioni
Altra chicca è il The Killer del famosissimo David Fincher, regista di Fight Club (1999). Vengeance thriller ispirato all’omonima graphic novel di Alexis “Matz” Nolent, illustrata da Luc Jacamon e suddiviso in 6 capitoli.
Racconta la mente di un assassino mercenario (interpretato da un gelido Michael Fassbender), un professionista con molti anni di esperienza. Attraverso il voice-over del killer stesso, descrive minuziosamente il suo modus operandi.
Dopo un improvviso fallimento a Parigi e la scoperta che il cliente che aveva commissionato l’omicidio fallito vuole farlo fuori, parte la caccia per sistemare la faccenda e vendicare la sua compagna dominicana, rimasta ferita da un attacco di altri due killer.
Come sempre, Fincher non delude le altissime aspettative e riesce a mantenere alta la tensione per tutto il film. Da ricordare la scena di combattimento tra l’assassino e uno degli altri killer; una scena perfettamente coreografata e curata in ogni dettaglio.
Altri non premiati internazionali
Molto interessante anche La Bête di Bertrand Bonello. Dramma distopico che ricorda vagamente una puntata dell’acclamata serie tv Black Mirror in cui l’IA la fa da padrone.
Nel 2044 Gabrielle è chiamata a purificare il suo DNA, ossia a eliminare tutte le paure, le ansie, le emozioni. Insomma tutto ciò che la rendono umana col fine di costruire un Mondo sicuro ed efficiente. Per fare ciò è chiamata a “immergersi” nelle sue vite passate. Nel 1910 un amore raffinato ma tragico ambientato a corte. Nel 2014 un’aspirante attrice e un trentenne ancora vergine desideroso di vendicarsi contro il genere femminile che non l’ha mai amato.
Con protagonisti Léa Seydoux e George MacKay, la pellicola racconta di una storia d’amore tormentata (un po’ alla Romeo e Giulietta), che attraversa questi tre scenari temporali completamente differenti, ma intrecciati tra loro. Con essi, è costante il presagio di morte della protagonista, incarnato dal piccione che entra dentro la casa.
Una pellicola ambiziosa che merita di essere vista una seconda volta per essere apprezzata e compresa al meglio. Si compone infatti di più livelli; riesce a intrattenere per poi stupire, inquietare, affascinare e lasciare lo spettatore con molti interrogativi e riflessioni sull’amore e il progresso tecnologico.
Il film sul “Drake”
Infine il Ferrari di Michael Mann dipinge la vita del genio imprenditore modenese Enzo Ferrari (Adam Driver), un uomo ermetico e ambiguo, la cui figura ruota attorno alla moglie Laura (interpretata da un’ottima Penelope Cruz), all’amante Lina (Shailene Woodley) e ai figli Dino, morto prematuro, e Piero.
La pellicola riesce indubbiamente a mantenere alta la tensione durante la Mille Miglia del 1957, lasciando in sala un silenzio gelido dopo il grave incidente di Guidizzolo. Purtroppo però, il film presenta delle carenze dal punto di vista di messa in scena e le si vedono proprio nella rappresentazione dell’incidente, durante il quale si vedono proprio dei manichini che vengono spazzati via dalle lamiere dell’auto. Nel suo insieme, però, la pellicola di Mann merita di essere vista e di essere apprezzata.
Premio per la migliore sceneggiatura
D’altro canto, El Conde, uno dei titoli più attesi, ha deluso le aspettative, anche se viene premiato per la migliore sceneggiatura. Il regista Pablo Larraín porta in scena una storia apparentemente molto interessante, dai toni a metà strada tra l’horror e la commedia cupa. Augusto Pinochet (Jaime Vadell), storico dittatore cileno, viene reinventato sotto forma di vampiro. Stanco di essere ricordato come un ladro, Pinochet decide di smettere di bere sangue e rinunciare alla vita eterna, ma l’arrivo della suora esorcista Carmen (Paula Luchsinger) gli fa cambiare idea.
Il film raffigura chiaramente la metafora del dittatore che, ringiovanendo, riesce a ritornare sempre. Tuttavia, nonostante si presentasse con una trama così surreale e stravagante, la pellicola risulta avere un ritmo lento e a tratti azzarderei anche un po’ soporifero. Conseguenza: una grande delusione.
Caterina La Rosa
Foto © Deadline, Oscars Central, Motor Sport Magazine
Video © Eurocomunicazione













