“Conversazione” tra maestri: Fontana e Giacomelli in mostra a Parigi

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Mostra

Inaugurata nella Capitale francese, presso la prestigiosa Galerie Polka, l’esposizione che mette a confronto due illustri della fotografia mondiale. Sarà visitabile fino al 28 ottobre 2023

Due universi iconografici così diversi, eppure a tratti simili. Due linguaggi opposti che interpretano uno stesso paesaggio, fatto di geometrie e di astrazione per entrambi, che alla fine trasformano l’invisibile in visibile attraverso due specifiche identità. Ad accogliere i visitatori di “Conversazione”, exhibition congiunta di Franco Fontana e Mario Giacomelli aperta da pochi giorni alla Galerie Polka di Parigi, è la direttrice della galleria, Adelie De Ipanema, che ha avuto l’idea di questo confronto artistico, con grande successo di pubblico già dall’opening della mostra. All’inaugurazione erano presenti sia Franco Fontana, oramai quasi novantenne, accompagnato dalla amata moglie Uti e dalla figlia Cristina e Katiuscia Biondi Giacomelli, nipote del maestro scomparso poiché figlia della primogenita Rita (Katiuscia cura l’Archivio Giacomelli insieme allo zio Simone Giacomelli, ndr).

 

«La fotografia esprime l’identità del fotografo. Non è importante lo scatto in sé, ma ciò che lo scatto riesce a interpretare del reale. Ho conosciuto Mario Giacomelli, ci ho anche lavorato insieme. Avevamo fiducia reciproca», confida Franco Fontana.

«Giacomelli per me è un bellissimo ricordo, sono andato a trovarlo a Senigallia, alla sua tipografia, ed è stato un grande personaggio. Eravamo diversi di carattere, però stavamo bene insieme», sottolinea questa eccellenza del Made in Italy che tutto il Mondo ci invidia, che a Parigi ha ricevuto per l’occasione anche il premio Fair Play for Life da parte del Comitato nazionale italiano Fair Play, associazione benemerita del Coni preposta alla promozione dei valori etici dello sport e della cultura a guida Ruggero Alcanterini.

Il Cnifp lo ha definito unmaratonetadell’arte e della vita, che continua a divulgare chiaro e forte il segnale basato sui principi etici per il cambiamento della società civile: quelli shakespeariani del “gioco corretto”, ovvero della lealtà e del rispetto. Con questa assegnazione di premio sono entrati in modo significativo in campo anche i colori della memoria e della fantasia, la visione di un passato futuro, che consente la visione oggettiva di un presente ideale, motivo di gioia da condividere. Franco Fontana, seppur seduto in una carrozzina, che ne testimonia problemi motori, è lucidissimo.

Franco Fontana e Mario Giacomelli: che dire?

«Con Mario ci accomunava una reciproca stima, nonostante facessimo io il colore e lui il bianco e nero. Stimava moltissimo il mio lavoro, e io il suo. Avevamo una affinità di anima nel rappresentare il reale. Lui ha fatto dei bianchi e neri che assomigliano ai miei paesaggi a colori».

Franco, lei come ha accolto l’idea di fare questa mostra-confronto?

«Con entusiasmo, da subito».

Che tipo di Parigi si trova in mostra?

«Sono mie foto degli anni 60, inedite, insieme ad alcune altre immagini tra quelle conosciute della mia carriera. Io però ho solo immortalato ciò che mi interessava. Parigi in quelle foto è semplicemente un pretesto. Non ho documentato la Città, ma il mio modo di vedere il Mondo. Io fotografo da sempre – semplicemente – quello che sento».

Come definirebbe l’Arte?

«Esprimere un pensiero. Con lo stesso alfabeto possiamo scrivere un capolavoro come la MostraDivina Commedia oppure no. Ventidue parole da combinare, ma con risultati finali ovviamente diversi. Il talento lo si esprime. Nel mio caso, l’ho usato ed è andata bene. Ho iniziato a fotografare prima dei 40 anni, ma non avevo molto tempo. A pieno ritmo ho cominciato nel 1976. Ho venduto la mia attività e ho scelto di fare quello che mi piaceva fare, esprimendomi con la fotografia come ci si può esprimere con la musica o la poesia. È una interpretazione personale. Come ha fatto anche Giacomelli, del resto».

Adesso che tipo di foto fa?

«Con il telefonino, quando capita, e senza una finalità, di istinto. Del resto ho 90 anni!».

Già, li compirà il prossimo 9 dicembre! Farà una grande festa a Modena, dove vive?

«Ma no: quattro amici. Basta. Due fette di salame, una pastasciutta e via. La vita è questa, alla fine».

Lei ha avuto una carriera straordinaria, se ne rende conto?

«Eh, vero. Fantastica e straordinaria. Alla fine, però, quando te ne vai non ti rimane niente».

Ma di lei si parlerà sempre attraverso le sue fotografie

«Sì, io rimarrò grazie alle mie foto, è vero…ma non ci sarò più fisicamente a vedere le mostre che si continueranno a fare con le mie immagini. Abitiamo un Mondo straordinario, ma purtroppo arriva prima o poi il momento di sparire per sempre».

Questo in realtà non lo sappiamo

«Non lo sappiamo, ma se nel “dopo” c’è qualcosa, è qualcosa che non abbiamo ancora concepito. Di quello che attualmente si concepisce, non c’è niente. Te ne vai. Fine. Va in ogni caso bene così, è questa la vita».

Come descriverebbe questi 90 anni?

«Sono stato fortunato, perché ho vissuto una esistenza ricca e alla fine libera. Sono nato che c’era il Fascismo. Al sabato andavo in divisa con la camicia nera a scuola. Ho conosciuto i soldati tedeschi, benissimo. Alla fine sono poi arrivati gli americani. È stata una bella vita, attivissima fino alla metà degli anni 80, quando ho iniziato a sentire il peso degli anni. Adesso sono qui. Mentalmente ci sono tutto, ma fisicamente purtroppo no. In ogni caso, continuo ad andare avanti con entusiasmo».

Prima di lasciare la mostra, abbiamo piacevolmente parlato anche con Katiuscia Biondi Giacomelli

«Giacomelli contemplava nelle sue foto sia il senso della solitudine e della riflessione sulla morte, ma anche il suo opposto, Esiste il nero chiuso delle sue fotografie, ma anche il bianco accecante come voglia di vivere. Giacomelli e Fontana secondo me si trovavano bene quando stavano insieme», ci confessa.

Ci descriva in breve il Giacomelli fotografo

«Nelle sue foto, il linguaggio della terra porta all’amore per le sue radici. Lui aveva un bisogno ancestrale di entrare sotto lapelledel reale. Era sempre chiuso nella sua Senigallia e non era un personaggio che attivava chissà quali contatti con altri fotografi nel Mondo. Erano tutti gli altri che venivano da lui in tipografia. Anche i critici e i galleristi: sapevano che lui non si muoveva, e quindi tutti arrivavano da lui».

«Per mio nonno, la fotografia era qualcosa di intimo; un mezzo per far venir fuori la propria interiorità. All’epoca la fotografia aveva toni di grigio e una composizione molto educata nelle forme. La precisione. Arriva lui e storpia tutto: fa lo sfocato. Con i suoi contrasti così forti, la sua era una fotografia piena di errori. Un autodidatta che aveva adattato a sé una macchina fotografica che ha poi usato per tutta la vita. Era una macchina che aveva sistemato a sua immagine e somiglianza per quello che lui voleva appunto ottenere dalla fotografia e non era più la stessa macchina che aveva comperato».

«È stato un fotografo rivoluzionario non solo per il linguaggio scelto, ma anche per questa concezione di una fotografia che è quasi una sorta di psicoterapia, di emersione dell’inconscio. È bello vedere la produzione della maturità, che è un aspetto di lui ancora abbastanza sconosciuto ai più. A metà Febbraio del 2024 ci sarà una sua mostra a Cinisello Balsamo, proprio incentrata sull’ultima serie di Giacomelli».

Perché è interessante questo aspetto della maturità?

«Quando un’artista chiude le fila di un discorso durato tutta una vita, è quello il testamento. Il mondo parallelo di Giacomelli lo si comprende molto nella sua maturità artistica. Negli anni 50, quando nasce come fotografo, vigeva ancora molto forte il neorealismo. Esisteva questa idea della fotografia come l’attimo che si doveva cogliere, con l’illusione che la fotografia fosse qualcosa di oggettivo, che captava oggettivamente dei frammenti di reale. Invece, lui stravolge tutto e in questo con Franco Fontana erano sicuramente in intesa: hanno tirato fuori l’invisibile».

La Francia ama molto Giacomelli

«Sì, vero. Noi lavoriamo tanto, soprattutto a Parigi. Anche a Tolosa».

Ce lo tratteggi anche come nonno

«Ah, come nonno, non era tale. Mi spiego. Quando è morto, nel 2000, io andavo all’Università. Non ricopriva assolutamente la figura di un nonno canonico, perché era un poeta. E una sfinge. Quando ero piccola, era difficile entrare nel suo linguaggio. Per lui, era tutto ritualizzato, e i nostri incontri erano sempre di questo tenore: ritualizzati, perché lui non voleva dare valore al contingente, alle piccole cose quotidiane e lasciarle lì come piccole cose. Lui riusciva a trasformare il quotidiano in un tempo universale. Il Mostravalore della memoria, per lui, era fondamentale. Ci saremmo ricordati di lui. Non sapeva che io avrei impiegato tutta la mia vita per ricordarlo!»

«Oggi io faccio questo come lavoro: curo l’archivio che ho avuto affidato. È una responsabilità, che all’inizio sentivo molto, molto pesante. Si trattava di mio nonno, quindi di una faccenda privata e personale. Doverne parlare in maniera distaccata, sentire tutte le storie degli altri che lo raccontavano: all’inizio è stato difficile. Pensi che sia una faccenda privata, invece ti rendi conto che quella figura appartiene al Mondo. Anche oggi, mi chiedo sempre se io stia trasmettendo a chi guarda il suo giusto pensiero. Avanzo sempre con l’intento di far parlare lui, facendomi io trasparente. Dopo che era morto, me lo sognavo di notte. Gli domandavo: “ho scritto un libro su di te, lo vuoi leggere?” Dovevo avere il suo consenso. Lui ci teneva che in famiglia ne custodissimo la memoria. Peccato che non sappia che lo stiamo facendo e lo continueremo a fare».

Giacomelli già negli anni 60 era al MoMa di New York, con un riconoscimento mondiale dopo soli pochi anni che fotografava. Se dovesse scegliere nella sua produzione qualcosa che è irrinunciabile, cosa sceglierebbe?

«Non è facile decidere in circa 40.000 fotografie della sua produzione, ma sceglierei il periodo della sua maturità. I paesaggi sono la serie che ha portato avanti per tutta la vita, e per lui era molto, molto importante questa ricerca della terra come materia, come qualcosa che ritorna (a proposito del suo modo di ritualizzare tutto). Importante certamente anche il tema dell’ospizio, una serie che è molto crudele, riprodotta nel corso dei decenni. Più volte ha fotografato gli anziani dell’ospizio dove lavorava la madre quando era rimasta vedova giovanissima. Faceva infatti la lavandaia dell’ospizio di Senigallia: per lui si trattava pertanto di un ennesimo recupero della memoria. E poi, ovviamente, ci troviamo i temi ricorrenti della vecchiaia, della solitudine, della trasfigurazione del corpo fino ad arrivare alla morte. Tutti temi per lui fondamentali. Il Giacomelli della maturità, però, personalmente lo scelgo sopra tutto il resto».

Le piace questo confronto parigino di “Conversazione”?

«Sì, una scelta ben accolta sia da me che da Fontana, perché comunque loro erano amici. Mi piace lo sguardo grafico sul paesaggio, fatto di segni, anche sensuale. In entrambi i casi trattasi di un paesaggio-corpo. In Fontana, nel nome della sensualità e della leggerezza, invece in Giacomelli trattasi di un paesaggio-corpo che guarda ai due opposti».

Nella mostra in forma di dialogo, la galleria Polka è riuscita a mettere a confronto le diverse prospettive di due geni della Fotografia mondiale, mossi però dalla stessa ambizione artistica di sostenere una forma difotografia pura, identitaria, accesso a un emozionante percorso interiore.

 

Lisa Bernardini

Foto © Lisa Bernardini, Mario Giacomelli

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Lisa Bernardini
Toscana, classe 1970, Lisa Bernardini è giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio e alla Stampa Estera in Italia, Presidente dell’Associazione Culturale “Occhio dell’Arte APS”, art director. Si occupa di Organizzazione Eventi, Informazione, Pubbliche Relazioni e Comunicazione. Fine Art Photography. Segue professionalmente per lo più personaggi legati alla cultura, all'arte e alla musica

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