Fumata nera per le nomine in Europa ma è vicino un accordo

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La decisione formale è rimandata al prossimo Consiglio europeo del 27 e 28 giugno dove saranno definite le quattro cariche più importanti

I capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Ue si sono riuniti per discutere delle nomine ai ruoli apicali dell’Unione, senza trovare un accordo formale. L’incontro è comunque servito per discutere i candidati alle quattro più alte cariche dell’Unione europea, cioè la presidenza della Commissione, del Consiglio europeo, del Parlamento e l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione.

 

Non c’è ancora accordo formale

Nulla di fatto al primo incontro dei leader chiamati a scegliere i vertici nella nuova legislatura europea. Nella cena dei leader è stato discusso dei vertici ma non è stato raggiunto un accordo. Al termine del summit europeo, il presidente del Consiglio Charles Michel ha affermato che «Abbiamo una direzione giusta ma in questo momento non c’è accordo. È nostro dovere concludere entro la fine del mese. Dobbiamo prendere due decisioni. Una relativa al ciclo istituzionale, che tenga conto dei risultati delle elezioni del Parlamento europeo. Un’altra sull’agenda strategica». Poi ha proseguito dicendo che «Abbiamo iniziato a lavorare su questi orientamenti molti mesi fa. Sono fiducioso che riusciremo a concordare una squadra e un programma, per il prossimo ciclo politico».

La probabile rosa dei nomi escluderebbe il gruppo dei conservatori

C’è una rosa di nomi proposti giudicata solida dai commentatori. I primi rumors prevedono la riconferma di Ursula von der Leyen alla Commissione e il socialista portoghese Antonio Costa al Consiglio. Anche Roberta Metsola sarebbe riconfermata al Parlamento, mentre la liberale estone Kaja Kallas dovrebbe andare agli Esteri. Un accordo politico è quindi probabile, ma dovrebbe essere convalidato al prossimo vertice formale, previsto sempre a Bruxelles il 27-28 giugno.

Per quanto riguarda altri possibili scenari politici, le sensazioni dei commentatori non prevedono coinvolgimento di altre forze politiche, per esempio i conservatori. Uno dei negoziatori del Ppe, il premier polacco Donald Tusk, ha affermato che «Non è mio compito convincere Meloni, abbiamo già una maggioranza con Ppe, liberali, socialisti e altri piccoli gruppi, la mia sensazione è che sia già più che sufficiente”.

Anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato che «È chiaro che in Parlamento non deve esserci alcun sostegno per il presidente della Commissione che si basi su partiti di destra e populisti di destra».

I meccanismi istituzionali di nomina

Secondo il Trattato di Lisbona, dopo ogni elezione il potere di nominare il presidente della Commissione spetta al Consiglio europeo, cioè all’organo che riunisce i capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi membri. La decisione può essere presa “a maggioranza qualificata”, cioè con il parere favorevole di 15 Stati su 27, purché rappresentino almeno il 65% della popolazione complessiva. Il Parlamento potrà poi solo confermare o meno questa scelta: con un voto a maggioranza assoluta, si elegge formalmente il presidente della Commissione per i cinque anni successivi. Il Consiglio europeo sceglie anche l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri, oltre ovviamente al proprio presidente, che ha un mandato di due anni e mezzo. Quello del Parlamento viene invece deciso internamente, in un voto a maggioranza assoluta, cioè con la metà più uno dei voti favorevoli degli eurodeputati: anch’egli ha un mandato di due anni e mezzo.

Le scelte finali dipendono anche da fattori geopolitici

In pratica, però, i Governi dei Paesi dell’Ue e i gruppi politici più numerosi all’Eurocamera negoziano un “pacchetto” con i nomi dei tre presidenti e dell’Alto rappresentante, non è raro che concordino anche alcuni dei commissari. L’esito delle elezioni europee contribuisce a delineare i rapporti di forza fra i vari gruppi politici, ma nella scelta si tengono di solito in considerazione anche la provenienza geografica e l’equilibrio di genere oltre che fattori geopolitici. Ad esempio, la danese Mette Frederiksen, indicata come papabile alla presidenza del Consiglio europeo, ha dichiarato: «Io non sono una candidata, Costa è un ottimo collega della famiglia socialista».

Il presidente slovacco, Peter Pellegrini, sostituto del primo ministro Robert Fico, in convalescenza dopo il tentato omicidio, ha esortato «a stare molto attenti a chi rappresenterà l’Unione europea e la Commissione a livello internazionale, per non creare ancora più tensione di quanto non ve ne sia già”. Un chiaro riferimento a Kaja Kallas, la lady di ferro dell’est, arcinemica di Mosca. Tuttavia il senso di urgenza è condiviso da molti e i 27 non sembrano intenzionati a tirarla per le lunghe.

 

Nicola Sparvieri

Foto © ilSole24Ore, Corriere della Sera, AFV, POLITICO.eu

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