Ha già il sostegno di un numero sufficiente di delegati per ottenere la nomination come candidata democratica alla Casa Bianca
Kamala Harris, ancora prima di essere nominata ufficialmente come candidata presidenziale, è un fenomeno social: da Instagram a Tik Tok, i meme che la raffigurano si stanno diffondendo rapidamente. La 59enne rappresenta una svolta epocale per il partito democratico rispetto a Joe Biden, 81 anni.
Il team della campagna di Harris sta facendo leva sul potenziale dei meme per fare breccia in una fascia demografica più giovane e perennemente online. La predisposizione di Harris a giocare con i meme per coinvolgere i giovani elettori è infatti significativa: proprio così potrebbe riuscire a convincere gli elettori più giovani che ricevono notizie dai social media, prendendo le distanze dalla comunicazione tradizionale della campagna presidenziale. È anche un modo per sottolineare il contrasto tra lei e Trump, che ora è il più anziano candidato alle presidenziali nella storia degli Stati Uniti.
E per il momento sembra una strategia vincente dato che la vicepresidente Usa ha raccolto 81 milioni di dollari per finanziare la sua campagna nelle 24 ore successive all’annuncio dell’abbandono della corsa alla Casa Bianca del presidente Joe Biden. Come annunciato dal suo team in un comunicato, questo importo riguarda solo le donazioni effettuate da piccoli donatori. Si sottolinea che questa è la più grande raccolta fondi realizzata in così poco tempo da un candidato nella storia americana.
“KHive”
I sostenitori di Harris si sono persino ribattezzati “KHive”, un gioco di parole ispirato al “Beyhive” di Beyoncé. La popstar britannica Charli XCX, ha appoggiato la vicepresidente come nuovo candidato, scrivendo su X: “Kamala IS brat”. “Brat” è il nome del sesto album in studio Charli XCX, pubblicato il 7 giugno 2024, ed è subito diventato un trend social. La popstar ha spiegato che “un brat è un monello molto onesto, molto schietto, un po’ volubile”. La fanbase di Charli XCX, principalmente formata da Gen Z e millennial, ha abbracciato lo stile di vita da “monello” e molti hanno dichiarato che quest’estate sarà una “estate da monello”.
Kamala Harris, non a caso, ha scelto una canzone di Beyoncé per la sua campagna elettorale. La cantante, spiega Carla Williams che ha collaborato con Beyonce al testo della canzone, «voleva che fosse un inno femminile e noi volevamo affrontare alcune questioni». Nel testo, presente nel disco “Lemonade” del 2016 si legge: “Libertà, libertà dove sei? Perché anch’io ho bisogno di libertà. Spezzo le catene da solo. Non lascerò che la mia libertà marcisca all’inferno. Continuerò a correre. Perché un vincitore non si arrende”.
Da Clooney a De Niro, Hollywood esulta per ritiro di Biden
“Immagina, puoi”. George Clooney ha prima immaginato, e poi costruito il passo indietro di Joe Biden. Lui, la star di Hollywood, il super-sostenitore Dem (per Obama e Hillary Clinton prima di Biden) che dopo il disastroso primo dibattito tv aveva chiesto – a mezzo New York Times – all’attuale presidente Usa di farsi da parte. Ora che, alla fine di un pressing asfissiante, Biden ha mollato il testimone della corsa alla Casa Bianca a Kamala Harris, ecco i fuochi d’artificio sulle colline di Los Angeles. Tutto il firmamento progressista del cinema plaude al ritiro.
Solo poche ore prima che Biden annunciasse il forfait il creatore di West Wing Aaron Sorkin aveva, proprio come Clooney sul New York Times, sostenuto provocatoriamente che i Democratici avrebbero dovuto scegliere il repubblicano Mitt Romney per sconfiggere Donald Trump a novembre. Poi, quando Biden ha pubblicato su X la resa, Sorkin ha ritrattato e s’è spostato immediatamente su Harris: “Ritiro tutto. Harris per l’America!” ha detto Sorkin in una dichiarazione condivisa dalla star di West Wing Joshua Malina su X.
Tra Dem più accaniti ecco Robert De Niro, nemico pubblico di Donald Trump e narratore di uno degli spot della campagna di Biden: «Provo rispetto, ammirazione e affetto per Biden per la sua decisione. In un atto di politica astuta e patriottismo disinteressato, si fa da parte per spianare la strada a un altro democratico che diventerà presidente… perché non c’è niente di più importante per il nostro Paese che sconfiggere Donald Trump alle urne. Con rispetto, ammirazione e affetto, grazie mister President!».
Orgogliosa di avere delegati per nomination
La vicepresidente ha già il sostegno di un numero sufficiente di delegati per ottenere la nomination come candidata democratica alla Casa Bianca, dopo il ritiro di Joe Biden. I calcoli dei media americani, che tengono traccia di tutte le dichiarazioni di endorsement ricevute dalla vicepresidente, attribuiscono a Harris già 2.668 delegati: ben oltre i 1.976 voti necessari per vincere la nomination secondo le regole della Convention democratica.
La Harris si è detta “orgogliosa” di aver ricevuto il sostegno di un numero sufficiente di delegati democratici per ottenere la nomination presidenziale del suo partito. “Non vedo l’ora di accettare formalmente la candidatura a breve“, ha dichiarato Harris in un comunicato. “Stasera sono orgogliosa di essermi assicurata l’ampio sostegno necessario per diventare la candidata del nostro partito”, ha affermato.
Le prime mosse di Harris contro Trump: diritti e condanne
Nelle sue prime dichiarazioni da futura candidata presidente, martedì sera, Harris ha cominciato a delineare la sua strategia contro Donald Trump, incentrata sulla difesa dell’aborto e dei diritti civili. «Trump vuole riportare il nostro Paese a un momento in cui molti di noi non avevano libertà piene ed eguali diritti. Io credo in un futuro che rafforzi la nostra democrazia, protegga la libertà riproduttiva e assicuri che ogni persona abbia l’opportunità non solo di cavarsela ma di andare avanti».
Sui media si parla già di una seconda strategia retorica che sarà messa in campo dai democratici contro il tycoon: “prosecutor vs. felon”, (ovvero “procuratrice contro condannato”), che cercherà di usare la condanna di Trump per frode fiscale come un fattore screditante agli occhi degli elettori.
Presidenti Partito democratico nei 50 Stati: uniti su di lei
Tutti i presidenti delle sezioni del Partito democratico nei 50 Stati americani hanno espresso il proprio supporto per Kamala Harris come candidata alle elezioni per la Casa Bianca del 5 novembre. La presa di posizione è stata comunicata in una nota da Ken Martin, presidente dell’Associazione dei comitati democratici di Stato. «I nostri membri si sono subito uniti dietro una candidatura che ha già vinto elezioni difficili e che è una leader già messa alla prova su questioni che stanno a cuore agli americani».
Si legge nella dichiarazione: “La libertà riproduttiva, la prevenzione della violenza da armi da fuoco, la tutela del clima, la riforma della giustizia e la ricostruzione dell’economia”. I presidenti del Partito democratico hanno tenuto una conference call l’altroieri, dopo l’annuncio di Joe Biden sul ritiro.
I media cinesi pessimisti
La scelta di Kamala Harris è il frutto di una “situazione disperata” in cui il Partito Democratico vuole vedere “se c’è ancora una minima possibilità di vincere queste elezioni presidenziali”. Il tabloid nazionalista cinese Global Times, citando Lu Xiang, ricercatore presso l’Accademia delle scienze sociali, afferma che la mossa è un “approccio razionale, pragmatico” e corretto, “anche se è arrivata un po’ tardi” rispetto a un Donald Trump lanciato a tutta velocità. Altri analisti cinesi hanno espresso dubbi sulla capacità di Harris di vincere il 5 novembre. “Guardando il suo curriculum, la prestazione da vicepresidente non è stata particolarmente eccezionale e non ha ottenuto risultati soddisfacenti”, ha rilevato Sun Chenghao, a capo del programma Usa-Ue del Centro per la sicurezza e la strategia internazionale dell’Università Tsinghua di Pechino, nel resoconto del quotidiano mandarino The Paper.
Gli utenti social cinesi hanno seguito da vicino gli sviluppi del ciclo elettorale Usa, dal tentato assassinio di Trump al ritiro di Biden dalla corsa presidenziale, che per breve tempo è stato un argomento di grande tendenza sulla piattaforma Weibo, la versione mandarina di X. Tra ironia e giudizi pesanti, una delle principali valutazioni è stata quella secondo cui le vicende attuali altro non siano che la conferma del declino dell’America, incapace di trovare un minimo di unità interna. Fin dalla seconda metà dell’amministrazione Trump, gli Usa e la Cina sono stati coinvolti in guerre commerciali e tecnologiche, in una rivalità militare crescente nell’Asia-Pacifico e in forte disaccordo sullo stato dei diritti umani nel Dragone, fino alle minacce di Pechino nei confronti della vicina Taiwan, considerata parte integrante del suo territorio, da unificare anche con la forza, se necessario.
Ginevra Larosa
Foto © Euronews, The Standard, Ticinonews, GB news, China Perception













