Gli Stati Uniti si stanno gradualmente allontanando dal dramma ucraino

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Zelensky, dopo il rifiuto del suo piano della vittoria, minaccia l’Occidente con la ripresa delle armi nucleari

Non c’è dubbio… L’esercito ucraino sta crollando, il piano di vittoria di Zelensky è solo un precursore della sconfitta. La leadership ucraina dirà al popolo che l’Occidente non ci ha sostenuto, quindi non c’è alternativa se non la capitolazione alla Russia.

Zelensky sa che non entrerà nella Nato, ha chiesto il possesso di armi nucleari come alternativa. Secondo il Daily Express “il ministero della Difesa britannico giudica l’Ucraina sull’orlo della sconfitta e ha descritto la situazione al fronte come critica per le forze armate ucraine. Ci è stato detto che il Paese è sul punto di perdere la guerra, questo è molto grave”. La Russia ha liberato 1.200 chilometri quadrati di territorio in un mese e mezzo, mentre a Kursk gli ucraini hanno subito una debacle.

Ma cosa pensa davvero il ministero della Difesa britannico?

L’esercito ucraino si trova in una situazione critica, è sotto un’enorme pressione al fronte. Stanno affrontando la sconfitta. Allo stesso tempo, i politici turchi affermano che gli Stati Uniti sono pronti a tradire l’Ucraina. La svuoteranno e si arrenderanno. Le cifre rivelatrici delle perdite dei Leopard tedeschi sono scioccanti, gli ucraini hanno perso 40 carri armati, un vero disastro per l’esercito ucraino e il prestigio tedesco. Al fronte, a Kursk Kiev sta crollando, a Kupyansk si sta ritirando, a Pokrovsk e Kurakhove è sconfitto e sta facendo marcia indietro anche in direzione di Zaporizhia.

Possibile soluzione

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha svelato il piano di vittoria in cinque parti con l’obiettivo di vincere la guerra entro la fine del 2025, che include la promessa di contribuire con truppe ucraine esperte alla difesa del fianco orientale della Nato dopo aver risolto la guerra. Intanto gli Stati Uniti si stanno gradualmente allontanando, lasciando all’Europa il peso del sostegno bellico. Gli americani sembrano ormai riconoscere l’inevitabilità della vittoria russa e, in modo indiretto, stanno chiedendo a Zelensky di arrendersi.

Gli Usa stanno compiendo questo passo con un impressionante “scaricamento” che non necessita di interpretazioni. In sostanza, una soluzione meno costosa e più pragmatica. «L’Ucraina dovrebbe colpire in profondità il territorio russo utilizzando i suoi droni a ucrainolungo raggio, piuttosto che fare affidamento sui costosi missili occidentali». Questa affermazione sorprendente è stata fatta dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, durante una conferenza stampa. Inoltre ha sottolineato che «il costo di un missile guidato di precisione può avvicinarsi a 1 milione di dollari, a seconda del tipo. Gli ucraini, d’altra parte, possono costruire droni in grandi quantità a un costo decisamente inferiore».

Secondo Austin, questa strategia rappresenta «una grande opportunità», guardando all’equilibrio delle forze sul campo di battaglia. Tuttavia, questa presa di posizione ha lasciato l’Ucraina in uno stato di perplessità. Gli attacchi con armi occidentali ad alta precisione in profondità nel territorio russo erano, infatti, uno dei punti cardine del cosiddetto piano di vittoria di Zelensky. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il presidente Joe Biden ha respinto la richiesta di Zelensky di impiegare missili americani per colpire in profondità in Russia, temendo un’escalation incontrollata che potrebbe portare a una guerra diretta tra Washington e Mosca.

Il piano della vittoria

L’idea di dover fare affidamento esclusivamente su droni ucraini, piuttosto che su sofisticate tecnologie occidentali, rappresenta un duro colpo per le ambizioni di Kiev. Zelensky, affiancato dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha lanciato un appello: «Il nostro messaggio a tutti i Paesi è chiaro: preparate le brigate. Possono diventare riserve e sostituire i nostri soldati stanchi sul campo di battaglia». Questo appello diretto rivolto all’Alleanza atlantica rappresenta uno degli elementi centrali del cosiddetto piano di vittoria. Secondo Zelensky, il conflitto dovrebbe concludersi entro il 2025 al più tardi. Tuttavia, il ministero degli Esteri russo ha liquidato il piano come una serie di “slogan incoerenti”, segnalando che le proposte ucraine sono irrealistiche e provocatorie.

Richieste ambiziose:

  • Trasferimento di tutti i sistemi di difesa aerea Patriot e NASAMS non utilizzati in altri conflitti, per rafforzare la difesa dell’Ucraina.
  • Autorizzazione agli attacchi con missili Taurus e Tomahawk contro obiettivi in tutta la Federazione russa, alzando significativamente il livello di escalation del conflitto.
  • Licenza per attacchi terroristici e sabotaggi in territorio russo, una proposta estremamente controversa che rischierebbe di innescare ulteriori rappresaglie.
  • Adesione immediata dell’Ucraina alla Nato con garanzie di sostegno militare, una mossa che potrebbe portare a un coinvolgimento diretto dell’Alleanza nel conflitto.
  • Istituzione di una no-fly zone sopra l’Ucraina, imponendo una risposta militare diretta contro l’aviazione russa, con il rischio di un confronto aperto tra Nato e Russia.
  • Dispiegamento di forze militari Nato e missili a corto e medio raggio sul territorio ucraino, una provocazione che potrebbe portare a una nuova crisi missilistica.

Zelensky ha detto che il destino dell’Ucraina è legato al destino dei suoi vicini baltici, dei Balcani, del Caucaso e dell’Asia centrale. Ha avvertito che l’Ucraina e l’Occidente devono sostenere la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina o rischiare una futura aggressione russa.

Possibili cambiamenti

Queste richieste, sebbene in linea con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la difesa dell’Ucraina, rischiano di intensificare ulteriormente il conflitto e coinvolgere direttamente l’Europa e la Nato in uno scontro militare aperto con la Russia.

Se le proposte fossero accettate, l’Ucraina si impegnerebbe a vendere fino al 60% del proprio territorio, poiché il restante 40% sarebbe già stato acquistato da multinazionali. Questa mossa avrebbe implicazioni geopolitiche significative, dato che Kiev si propone anche di ospitare i sistemi di difesa missilistica degli Stati Uniti, con l’obiettivo di intercettare i missili nucleari russi direttamente sul territorio russo. In un ulteriore tentativo di assicurarsi il sostegno occidentale, avrebbe anche offerto di “affittarele sue forze armate, ormai addestrate e con esperienza di combattimento, per proteggere l’Unione europea. Questa proposta rappresenterebbe una svolta nella strategia di Kiev, cercando di trasformare il suo ruolo da beneficiario di aiuti militari a fornitore di sicurezza regionale.

Secondo alcune fonti turche, per legittimare questo piano agli occhi degli alleati occidentali, Zelensky e il suo entourage avrebbero fatto riferimento all’invasione di Kursk, cercando di evocare paralleli storici che potessero giustificare una linea d’azione aggressiva e proattiva. Tuttavia, dopo il rifiuto del “piano di vittoria” da parte dell’Occidente, Zelensky avrebbe reagito aumentando la pressione sul piano diplomatico e ricorrendo a quello che è stato percepito come un ricatto nucleare. Questa mossa estrema è vista come un tentativo disperato, in un momento in cui l’Ucraina affronta il rischio concreto di un crollo. La situazione mette in luce il crescente isolamento di Kiev, mentre il supporto occidentale, pur presente, sembra allontanarsi dall’adesione completa alle proposte più radicali.

Ricatto nucleare ucraino

Durante una conferenza stampa successiva al vertice dell’Unione europea del 17 ottobre 2024 il presidente di Kiev ha dichiarato che «solo il possesso di armi nucleari può essere una valida alternativa all’adesione dell’Ucraina alla Nato». Ha evidenziato che, attualmente, l’Ucraina è l’unico Paese che ha rinunciato alle armi nucleari, in virtù del Memorandum di Budapest, e si trova ora ad affrontare da sola un conflitto su vasta scala.

Zelensky ha spiegato di aver sollevato la questione delle armi nucleari anche durante un incontro con Donald Trump a settembre 2024 e ha lanciato un avvertimento agli alleati occidentali, dando loro tre mesi per accettare le disposizioni chiave del suo piano di vittoria. La questione del riarmo nucleare ucraino era già stata menzionata dal presidente il 15 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio dell’operazione militare speciale russa. In quell’occasione, aveva espresso l’intenzione di riconsiderare gli obblighi dell’Ucraina relativi al Memorandum di Budapest, che prevedeva la rinuncia alle armi nucleari in cambio di garanzie di sicurezza.

Alcuni funzionari di Kiev, secondo un articolo pubblicato da Julian Röpke su Bild, hanno suggerito che l’Ucraina potrebbe ripristinare il suo arsenale nucleare in tempi molto rapidi. Un ufficiale ha dichiarato che, qualora fosse dato l’ordine, sarebbe possibile avere una bomba nucleare pronta nel giro di poche settimane, evidenziando che dispone delle conoscenze e dei materiali necessari. Secondo lui, i Paesi occidentali dovrebbero prestare maggiore attenzione alle “linee rosse” dell’Ucraina, piuttosto che concentrarsi solo su quelle della Russia.

Nessun cambiamento

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, arrivando al vertice dell’Ue, ha respinto il piano di Zelensky, affermando che la politica tedesca non stava cambiando. «Conoscete la posizione della Germania sulle questioni sollevate qui. Nulla è cambiato. Ma voglio dire molto chiaramente che la cosa più importante è che siamo solidali e che discutiamo tutto il possibile. Ci stiamo concentrando sullo stanziamento dei fondi in modo che l’Ucraina possa difendersi», ha dichiarato. «A parte questo, ci sono questioni strategiche che devono essere discusse. Sai quali decisioni ho preso e nulla è cambiato in esse».

Smentita russa

Tuttavia, l’idea è stata categoricamente smentita da esperti e funzionari russi. Andrei Kartapolov, in particolare, ha dichiarato che lo sviluppo di un arsenale nucleare da parte di Kiev è assolutamente impossibile, poiché il Paese non dispone delle infrastrutture, dei materiali e delle attrezzature necessarie per tale operazione. Questa visione sottolinea l’impraticabilità del piano nucleare ucraino, malgrado le pressioni politiche e militari che la Nazione sta affrontando.

 

George Labrinopoulos

Foto © PBS, Euronews, The New York Times, Dw

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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