L’arte pittorica come inesorabile e spietato processo di autoanalisi, sconvolgente viaggio nella malattia e nella morte
Che l’artista autentico abiti in una dimensione diversa, ignota all’uomo comune, lo dimostra L’autoritratto all’inferno, nel quale Munch si rappresenta immerso in un paesaggio dal violento cromatismo scarlatto, avvolto dalle fiamme (e non è un caso che Strindberg, autore per molti aspetti a lui affine, abbia scritto un romanzo autobiografico intitolato appunto Inferno). Nella mostra ospitata a Palazzo Reale a Milano, a cura di Patricia G. Berman in collaborazione con il Museo Munch di Oslo, trascorsi 40 anni dall’ultima esposizione meneghina, la sezione della ritrattistica si trova nelle ultime sale, ma a nostro avviso è un punto di partenza imprescindibile per comprendere la sua poetica, in massima parte volta allo scavo interiore.
Autoanalisi
I numerosi autoritratti, dei quali è accolta ampia selezione, appaiono come un diario intimo svelato al visitatore, un processo di autoanalisi spietato e inesorabile. Così il suo volto si sporge verso di noi, anonimo, colmo di disperazione (Uomo che vaga di notte), oppure sgomento, come accade nell’Autoritratto a Bergen. In un’altra raffigurazione, una litografia, il viso si staglia fantasmatico su uno sfondo nero, un braccio scheletrico ad accentuare l’effetto macabro. In una successiva occasione si raffigura in piedi nel giardino della casa di Ekely, utilizzando una variegata gamma cromatica.
Tulla Larsen
Nella sezione precedente si incontra “Tulla” Larsen, l’unica donna che Munch abbia mai pensato di sposare; ma l’alterità dell’artista è ostacolo insormontabile. Questi, refrattario all’intimità fisica, arriverà a chiedere alla donna di vivere come fratello e sorella. In un
alterco dalle dinamiche incerte il pittore resterà mutilato a un dito da un colpo di pistola. L’impossibilità di stabilire un contatto con l’altro sfocia in un atto violento, come accadde a Van Gogh nella difficile relazione con Gauguin. Dopo questo episodio, Tulla sposerà un altro artista, precipitando Munch nella disperazione. Il doppio ritratto, nel quale la donna viene raffigurata con tratti esageratamente affilati, viene addirittura mutilato, spezzato in due a sancire la definitiva separazione. In Assassinio (1906) il pittore appare disteso, privo di vita, la stanza stravolta da linee curve, vorticose, mentre la figura femminile appare fantasmatica, minacciosa sullo sfondo.
Munch e Strindberg
Il proposito di confezionare un romanzo dell’anima accomuna Strindberg a Munch. Lo scrittore, nella sua tensione autobiografica, analizza con crudele lucidità il suo rapporto amoroso con la baronessa Siri von Essen. Una immersione dolorosa e violenta che culmina in allucinanti deliri. Il pittore, dal canto suo, traduce visivamente il proprio rapporto di amore e odio. In entrambi il sentimento è lotta intrisa di sangue. L’analisi portata alle sue estreme conseguenze sfocia nella più atroce crudeltà.
Munch e Ibsen
Il rapporto fra Munch e Ibsen è documentato in mostra dal bozzetto per la scenografia di Fantasmi, opera fra le più note del drammaturgo norvegese. Nella malattia del pittore Osvald Alving, Munch ritrova sé stesso. La stanza raffigurata veicola un senso di claustrofobia, come tanti ambienti presenti nella sua pittura. Un grande orologio materializza lo scorrere del tempo, mentre presagi di morte percorrono la scena. Temi e simboli che saranno dei grandi registi nordici, uno fra tutti Ingmar Bergman. Ambienti chiusi, ma anche spazi aperti. In Ibsen la natura partecipa alla tragedia. Il mare in Munch è insidioso, ostile, il bosco oscuro, colmo di mistero.
A questa oscurità si contrappongono improvvisi sprazzi di luce. Dopo il crollo nervoso e il ricovero del 1908, Munch sembra colto da impulsi vitalistici. Il fregio per l’Aula Magna dell’università di Oslo mostra le eterne forze che governano il Mondo. Le immagini si sgranano, si sfilacciano, mentre il colorismo si fa acceso. I grandi nudi maschili immersi nella natura suggeriscono una illusoria rigenerazione.
Kristiania
Il percorso espositivo si apre con il trasferimento della famiglia da Löten, luogo natale di Munch, a Kristiania (che dal 1925 diverrà Oslo). Negli anni Ottanta dell’Ottocento, Munch
partecipa alla Bohéme locale. Giovani intellettuali norvegesi anticonformisti, uniti dal disprezzo per l’ordine costituito, divengono oggetto pittorico. In questo terreno, Munch coltiva idee estremamente moderne. Appartengono a questo periodo Al tavolo da caffè (1883) e l’autoritratto del 1882, dall’impostazione ancora piuttosto accademica. L’agonia della sorella Sophie, morta giovanissima di tubercolosi, diviene il fulcro della sua pittura. Malattia e morte si insinuano nel suo immaginario, per non abbandonarlo più. Il tema viene riproposto in innumerevoli declinazioni, da La morte nella stanza della malata (1893) a Lotta contro la morte (1915), dove il punto di vista è quello del moribondo, in un’immedesimazione totale e tragica. Tutto ondeggia come in un’allucinazione. La pittura si dissolve, come la vita destinata a estinguersi.
Urla del silenzio
L’urlo, icona dell’arte di Munch, è presente in mostra in una litografia. L’atto del gridare e di tapparsi le orecchie ad arginare l’orrore è quanto di più sconvolgente un artista abbia mai prodotto. Si narra che il pittore fosse rimasto turbato dalla lettura di Delitto e castigo. Egli, come Dostoevskij, svela gli abissi dell’animo umano. Li accomuna la pietà verso i folli e le ragazze povere e non è un caso che il pittore norvegese amasse un racconto dello scrittore russo, La mite, nel quale si narra il suicidio di una fanciulla, obbligata a sposare uno strozzino.
Componendo il Fregio della vita, Munch aspira conferire coesione alla propria poetica. Nel Bacio i volti si fondono, diventano illeggibili. In Amore e dolore (Vampiro), la donna divora l’uomo, che appare come una vittima. I corpi si incontrano fugacemente, ma sono destinati a separarsi. In Rosso e bianco i colori delle vesti delle due figure femminili simboleggiano l’innocenza e l’amore; in Munch il sesso è sempre inquieto e minaccioso.
Il paradiso perduto
In tanta desolazione l’infanzia è un sogno di salvezza. L’animo malato trae beneficio dalla visione dei piccoli, pur nella consapevolezza che presto diverranno adulti. L’età infantile è un paradiso perduto dal quale si è stati esclusi. Il percorso espositivo si conclude con Ragazze sul ponte. Tre fanciulle guardano l’acqua nella quale si riflettono le case e la grande sagoma di un albero. Le figure sono ritratte di spalle, enigmatiche come il paesaggio nl quale immergono lo sguardo, senza poterlo comprendere. Un’immagine di apparente serenità, una breve requie dagli affanni dell’esistenza che, inevitabilmente, stravolgono l’anima dell’artista.
Riccardo Cenci
Foto © Munchmuseet













