Intervista a Valerio Villoresi, autore di “Il mormorio del mare”

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Il romanzo storico racconta di Eugenio Villoresi, che progettò il canale artificiale più lungo d’Italia animato dalla fede e dall’amore per la scienza

A nord di Milano, dal fiume Ticino fino all’Adda scorre per 86 chilometri quello che è stato il più lungo canale artificiale d’Italia fino agli anni Sessanta. Si chiama Canale Villoresi e fuori dalla Lombardia pochi conoscono la sua esistenza. Eppure, è un capolavoro di ingegneria idraulica, che quest’anno ha festeggiato i suoi 140 anni di vita, svolgendo tuttora il suo compito. Oggi i territori che attraversa sono disseminati di capannoni e aziende, ma nel 1884 questa era una zona agricola, funestata dalla carenza d’acqua per irrigare i raccolti.

Uno scienziato visionario

Il-mormorio-del-mare_coverA trovare una soluzione è l’ingegnere Eugenio Villoresi (1810-1879), che già da ragazzino immagina un canale che migliori la produttività dei campi. Questo progetto diventerà la missione di una vita. Ci metterà energie, denaro e lavoro, purtroppo senza riuscire a vederlo realizzato. Dopo la sua morte, sarà il figlio Luigi a portarlo a termine. Eugenio Villoresi è stato un visionario, un talento incompreso dai suoi contemporanei, che hanno cercato in ogni modo di boicottarlo. Valerio Villoresi, commercialista e suo pronipote con la pallino della scrittura, ha pubblicato il romanzo storicoIl mormorio del mare” (Minerva).

Il libro ricostruisce la vicenda professionale e umana di Eugenio, evidenziando come in lui il connubio fra scienza e fede abbiano portato alla realizzazione di un miracolo. Avvalendosi di fonti storiche, l’autore ripristina la dignità dell’ingegnere, passato alla storia solo come un borghese testardo nella sua idea di creare un canale innovativo.

Chi era?

«Uno scienziato, ma anche una persona di cuore e fede religiosa, con una tenacia incrollabile nel portare avanti un progetto avversato da tutti. Un visionario che voleva sperimentare un uso nuovo delle risorse e la sostenibilità ambientale, temi che oggi sono d’attualità. La sua è stata un’impresa folle dal punto di vista economico ma ha creato una ricchezza inestimabile per le persone. Nel 1918, dopo 30 anni di funzionamento del canale, la produzione di frumento era cresciuta del 40 per cento».

Come nasce questo progetto?

canale_villoresi«Il padre di Eugenio, Luigi, era botanico presso la Villa Reale di Monza. Quando d’improvviso muore nel 1823, la vedova, con un’unica figlia e sette maschi, vengono messi alla porta da un giorno all’altro. Non ricevono sostegno dai parenti e la famiglia trova rifugio presso una cascina di agricoltori che erano mezzadri. Prendendo alla lettera quanto dice il Vangelo, Eugenio quando diventa adulto vuole sdebitarsi per la misericordia ricevuta. Ha conosciuto in prima persona la miseria dei contadini e desidera migliorare le loro condizioni di vita progettando il canale» (nella foto a sinistra, uno scorcio del Canale Villoresi al chilometro 40).

Perché nessuno della famiglia aiuta la vedova e i suoi figli?

«Non sappiamo esattamente il motivo. Luigi aveva lavorato per il viceré Eugène de Beauharnais prima dell’arrivo degli austriaci, che stranamente non lo avevano rimosso dall’incarico per la sua collaborazione con i francesi. Era un bravo professionista, all’avanguardia nell’ibridazione delle rose. Le circostanze della sua morte non sono chiare, ma poiché il resto della famiglia lavorava per l’amministrazione austriaca, forse c’era il timore di inimicarsi i dominatori. Eugenio da adulto sarà antiaustriaco: parteciperà alle Cinque Giornate di Milano costruendo barricate. Verrà ricordato come patriota».

Come sopravvivono i Villoresi in campagna?

Villoresi«In ristrettezze. I sette maschi dormono in due letti. La madre decide di mandarne cinque in seminario. Lo fa con un sorteggio, in cui Eugenio e il fratello Filippo risulteranno gli esclusi. I cinque prescelti non si limiteranno a studiare con i preti, ma prenderanno i voti seguendo il desiderio della madre. Il fratello Andrea, divenuto padre Luigi, avrà un’attenzione speciale per i poveri, all’epoca esclusi dalle alte gerarchie ecclesiali perché non potevano pagare la retta per il seminario diocesano. Padre Villoresi fonda un suo collegio, dove formerà oltre 700 sacerdoti. Eugenio dopo il diploma riesce a ottenere un posto gratuito al Collegio Ghisleri di Pavia per laurearsi in Matematica. Porta a termine gli studi in tre anni e per diventare ingegnere svolge una pratica di tre anni in uno studio d’ingegneria. All’epoca il Politecnico non esisteva ancora. Anche Filippo si laurea. Con le loro scelte, i fratelli mostrano grande rispetto per le indicazioni della madre» (nella foto, un giornale dell’epoca ritrae l’inaugurazione del Canale Villoresi).

Perché l’aristocrazia lombarda fa di tutto per osteggiare l’idea di Villoresi?

Canale_Villoresi«Per una questione di potere. I nobili godevano di una rendita fondiaria, un canale ideato da un borghese e che attraversava i loro territori era visto come un’invasione. A loro poco importava del benessere dei contadini: il sistema della mezzadria prevedeva comunque che a loro venisse versata metà del raccolto. Negli anni di magra per via della siccità compensavano le loro perdite con l’aumento dei prezzi delle derrate. A rimetterci erano solo i contadini. Quanto ai Savoia, non erano interessati a investire una lira nel canale: la loro priorità era la realizzazione di ferrovie e i porti, non quella di salvare la vita dei contadini».

Villoresi riesce ad avere il decreto di concessione, ma mancano i soldi. Da dove arriveranno?

«Da Roma, e precisamente dal Vaticano. Quando i Savoia emanano le leggi di confisca della “manomorta”, Papa Pio IX mette al sicuro il denaro parcheggiandolo presso le famiglie della nobiltà papalina. È Leone XIII a decidere di riavere i soldi per investirli in un’opera di bene, che gli dà anche un ritorno d’immagine. Il lobbista che interviene è un deputato piemontese».

Il successo del canale cambia la situazione?

Villoresi«La realizzazione del progetto da parte di Luigi – anche lui ingegnere – che lavora per tre anni con 6000 operai, genera imbarazzo. I detrattori di Villoresi, che non comprendevano solo nobili ma anche i luminari della scienza idraulica di allora come Possenti e Lombardini, avevano ripetuto per anni che il canale non era fattibile, che la diga del Panperduto (nella foto a destra) non avrebbe retto.

All’inaugurazione del 1884, non interviene nessun rappresentante del Governo di Roma, per il timore di essere associati con un possibile disastro futuro. Ma alla prova dei fatti il progetto di Villoresi è vincente, i suoi calcoli sono corretti».

Eugenio e poi Luigi Villoresi cosa guadagnano da quest’opera faraonica?

«Nulla. Eugenio lavora gratis e ci mette di tasca sua il denaro per la concessione e 600 mila lire di debiti. L’opera alla fine avrà un costo complessivo di 20 milioni di lire. Villoresi viene accusato di essere uno speculatore, ma lui vuole solo realizzare un’opera di bene. Ai figli chiede di rinunciare a ogni guadagno e la concessione viene venduta alla Società italiana per condotte d’acqua per 600 mila lire. Luigi si dedica anima e corpo per tre anni alla realizzazione del canale, offrendo il suo salario da direttore alle vittime degli infortuni nella costruzione del canale. Per il suo impegno ha preteso un’unica cosa: che il canale si chiamasse Villoresi in onore di suo padre, e non Vittorio Emanuele II, come volevano a Roma».

 

Maria Tatsos

Foto © studio RIDIM Artico, Maria Tatsos, Wikipedia

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Maria Tatsos
Giornalista professionista, è laureata in Scienze Politiche e diplomata in Lingua e Cultura Giapponese presso l'IsiAO di Milano. Attualmente lavora come freelance per vari periodici femminili, collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e con il Centro di Cultura Italia-Asia. Tiene corsi di scrittura autobiografica ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. È autrice del romanzo storico "La ragazza del Mar Nero" sulla tragedia dei greci del Ponto (2016) e di "Mai più schiavi" (2018), un saggio su Biram Dah Abeid e sulla schiavitù in Mauritania, entrambi editi da Paoline. Nel tempo libero coltiva fiori e colleziona storie di giardini, giardinieri e cacciatori di piante che racconta nel corso "Giardini e dintorni".

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