Il manicomio, luogo di sofferenza e ispirazione

0
706
Manicomio

I poeti del Novecento italiani protagonisti e vittime della solitudine degli ospedali psichiatrici

Le persone vivono attraverso i loro racconti, le testimonianze, i ricordi e la scrittura. Memoria e narrazione, due binari paralleli, che hanno permesso a poeti, pittori e artisti, di creare le loro opere d’arte. Ed è la memoria che, con i suoi racconti e i suoi ricordi, riesce nuovamente a dar forma alle persone e che riesce a farci scoprire le loro idee, i loro pensieri, capaci di farci immaginare volti e corpi.

Pesaro

Il manicomio San Benedetto di Pesaro, ospitò anche il poeta pesarese Odoardo Giansanti in arte Pasqualon. Il Giansanti lo chiamava in dialetto palazz d’inverne, perché per molti ospiti, secondo la terminologia corrente, era un rifugium peccatorum, dove si entrava per alcuni mesi e poi si usciva. E questa fu la sorte per Pasqualon che fu ricoverato sei volte all’interno del San Benedetto, per un totale di 20 anni e 2 mesi. L’istituto era anche il modo per avere un tetto sulla testa e un rifugio caldo. Oggi oltre allo stato di abbandono dell’edificio si è persa la memoria storica in gran parte. Giansanti fu un poeta in cui dominò la sintesi tra saggezza popolare e la poesia dialettale. Duard Pasqualon, con la sua povera esistenza, la miseria e la vecchiaia, raccontava la vita e la Città, con un arte tragicomica di un’esistenza provinciale e strampalata.

Una nuova idea di poesia

“Leggere, ora, le sue poesie dialettali, masticarne la pronuncia, la consistenza, seguirne il ritmo, significa provare una incursione storica lontana e nitida, verace e colma di una identità che manca ai pesaresi. Solo studiosi come Gilberto Lisotti e il poeta Marcello Martinelli, sono riusciti a scardinare quella chiusura linguistica del pesarese odierno, “chiuso e iperconnesso” a una realtà topografica legata alla sua naturale ubicazione. Pasqualon, poeta povero, cieco e matto, il cui bsares era già allora poco capito perchè esprimeva poesia simile al francese, e ancora un bsares significante che parla di autenticità di un linguaggio. E sempre il manicomio fu il luogo di incontro fra Duard e il poeta romagnolo Villa che insegnò i segreti della autenticità poetica. D’altra parte la poesia romagnola ha avuto sempre una forte influenza su una cultura di confine.

La poetessa dei navigli

Nel meraviglioso saggio “L’altra verità”, la poetessa milanese Alda Merini ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica tra Manicomioelettroshock e autentiche torture, libera lo sguardo della poetessa dei Navigli su questo inferno, incanto poetico e realtà sofferente. Se di Pasqualon vi sono pochissime documentazioni presso la Biblioteca Oliveriana, su Alda Merini, vi è un diario e tante testimonianze che evidenziano la mancanza di un facile sentimentalismo o di facili condanne, ma anche l’emergere dello “sperdimento” e la sicurezza di sé e delle proprie emozioni in “una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la malattia, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui, che si fa Poesia, nell’indifferenza del mondo che c’è fuori”.

Giorgio Manganelli nella prefazione al libro scrive: “Dentro il manicomio tutto è sacro, ogni oggetto è alacre e vivo, può essere tormentoso o amoroso, ma in ogni modo reca in sé una sconvolgente volontà di significato. Uno spazio che è insieme chiuso e spalancato, esclude il Mondo, ma penetra in una profondità vertiginosa”.

I canti orfici

Dino Campana, il poeta di Marradi, autore de “I canti orfici”, fu ricoverato in manicomio nel gennaio del 1918 e non vi sarebbe mai uscito sino alla sua morte avvenuta il 1 marzo 1932, in seguito a una violenta febbre dovuta probabilmente alla setticemia. In lui la follia scorreva nella sua famiglia come sangue nelle vene. E Dino risentì soprattutto della patologia mentale della madre, e venne internato in manicomio per la prima volta nel 1906, all’età di ventun anni, da giovane studente universitario. Una vita spezzata, per un’anima profondamente sensibile, che iniziò con numerosi vagabondaggi, fughe e viaggi interminabili.

Odoardo Giansanti e Alda Merini, sono Poeti stanziali che convivono con la follia, Dino Campana viaggia senza mete e risente della cultura romantica ottocentesca. Scopre la poesia nel 1912, fino ad arrivare attraverso all’angoscia e follia creativa alla sua raccolta più bella “I canti orfici“, che sono pubblicati da Vallecchi nel 1928, pochi anni prima che morisse. Si tratta di un prosimetro, ovvero una raccolta in cui si alternano testi in prosa e in versi. In tutto 22 componimenti. La prosa degli Orfici è quella del poema in prosa e fa largo uso di artifici ritmici tipici del verso. Da una parte emerge la tradizione lirica italiana, (Canti leopardiani), dall’altro introduce una concezione della poesia come parola rivelatrice.

Influssi

I Canti orfici non sono frammentari ma unitari, in cui domina un’atmosfera onirica che risente del tardo-decadentismo europeo, con un ritmo ossessivo e ritmico del testo e si apre con un montaggio ardito delle immagini e l’uso di una temporalità non lineare, in cui il passato emerge improvvisamente nel presente. Inoltre vi è un cromatismo insistito tendente all’astratto e teso verso una deriva simbolica. Campana risente delle letture delle opere di Nietzche. I Canti orfici risentono della poesia di Whitman, Rimbaud, Mallarme, ma presenta anche influssi dei modelli letterari italiani, come Dante e lo stilnovo, Carducci e Pascoli.

 

Paolo Montanari

Foto © Riviera24.it, Anobii, VD News, Il Sommo Poeta

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui