Usa e Iran, un conflitto che dura da 68 anni

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Il nucleare, oggi, è solo l’ennesima miccia che potrebbe far implodere i rapporti tra i due Paesi nel caso in cui non si trovasse un accordo

Con Donald Trump, gli Stati Uniti sono tornati a una politica di ostilità nei confronti dell’Iran. Il presidente statunitense vede nella Repubblica islamica una minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza degli alleati mediorientali degli Usa.

Oggi in Oman una delegazione iraniana incontrerà quella statunitense per l’avvio dei colloqui sul programma nucleare di Teheran. Trump ha parlato in modo esplicito della possibilità di un’azione militare qualora non si riuscisse a raggiungere un nuovo accordo. Dunque il negoziato inizia sotto l’ombra delle minacce. Saranno i colloqui di più alto livello tra le due parti da quando il precedente accordo internazionale sul programma nucleare iraniano è stato invalidato dal ritiro dello stesso Trump nel 2018. L’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, guideranno i colloqui a porte chiuse a Muscat.

“Voglio che l’Iran sia un Paese meraviglioso, grande e felice. Ma non può avere un’arma nucleare“, ha affermato Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. Nel frattempo, il consigliere della guida suprema iraniana, Ali Shamkhani, ha affermato che Teheran sta “cercando un accordo vero ed equo”, aggiungendo che “sono pronte proposte importanti e attuabili”. Se Washington dimostrasse buona volontà, la strada da seguire sarebbe “semplice”, ha affermato su X.

L’Iran insiste sul fatto che il suo programma nucleare sia esclusivamente a fini civili. Ma ha intensificato le sue attività da quando Trump si è ritirato dall’accordo nucleare, avvicinandosi sempre di più alla capacità di produrre un’arma. L’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha rilevato con “seria preoccupazione” che l’Iran disponeva di circa 274,8 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, avvicinandosi al livello di arricchimento del 90%.

Aspettative contro realtà

Su come si svolgeranno i colloqui non si sa ancora molto. L’Iran vorrebbe un intermediario tanto che, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, le delegazioni inizieranno negoziati indiretti dopo un incontro con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi. Gli Usa invece vorrebbero dei colloqui che definiscono “diretti“.

Il contatto tra le due parti, che non intrattengono relazioni diplomatiche da decenni, fa seguito alle ripetute minacce di un’azione militare da parte sia degli Stati Uniti che di Israele. “Se sarà necessario un intervento militare, lo faremo”, ha dichiarato Trump, quando gli è stato chiesto cosa sarebbe successo se i colloqui non avessero portato a un accordo. Gli Usa – insieme a Israele – mirano a un patto che non solo imponga la rinuncia dell’Iran allo sviluppo di armi nucleari, ma affronti anche il programma missilistico e gli appoggi strategici regionali. Ma il ministro degli Esteri iraniano Araghchi rifiuta di trattare argomenti diversi da quelli strettamente legati al nucleare.

Si troverà un accordo?

Rispondendo alla minaccia di Trump, l’Iran ha affermato che potrebbe espellere gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite, una mossa che, ha avvertito Washington, sarebbe una “escalation”. Usa IranL’Iran, appesantito da anni di sanzioni e indebolito dalle batoste inflitte da Israele ai suoi alleati Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, ha forti incentivi a negoziare. Gli Stati Uniti, nel frattempo, vogliono impedire all’Iran di avvicinarsi allo sviluppo di una bomba nucleare. Witkoff ha dichiarato al Wall Street Journal «la nostra posizione odierna» inizia con la richiesta che l’Iran smantelli completamente il suo programma nucleare – una posizione suggerita a Trump dai sostenitori della linea dura, ma in pochi si aspettano che Teheran possa accettare.

«Questo non significa, tra l’altro, che non troveremo altri modi per raggiungere un compromesso tra i due Paesi», ha precisato Witkoff al giornale. «Dove sarà la nostra linea rossa, non potrà esserci la militarizzazione della loro capacità nucleare».

Secondo quanto riporta Axios si potrebbe giungere oggi a un “accordo provvisorio” , temporaneo, prima di arrivare a un vero e proprio accordo globale. Potrebbe prevedere la riduzione da parte di Teheran di alcune delle sue attività di arricchimento dell’uranio e un maggiore accesso degli ispettori delle Nazioni Unite ai suoi impianti nucleari e aumentare la fiducia reciproca.

Una storia che dura da anni

La disputa tra Usa e Iran è iniziata 68 anni fa. Il peso di quasi quarant’anni di reciproco antagonismo.

All’inizio del 1979 arrivò il punto di rottura. In seguito a una crisi economica, milioni di iraniani scesero in piazza e indussero lo scià alla fuga. Così l’ayatollah, all’epoca esule a Parigi, raggiunse Teheran in aereo: dopo 14 anni di assenza rientrò in patria da trionfatore e in veste di Guida Suprema istituì una Repubblica islamica. Un esperimento senza precedenti: gli organi politici (parlamento e presidente) erano legati a doppio filo alle autorità religiose. Mai nella storia dell’islam il clero aveva acquisito tanto potere. La stampa venne censurata e il dissenso represso. Gli Usa furono identificati come il “Grande Satana” e i ponti con l’Occidente vennero tagliati.

Gli ostaggi

Quando nel novembre del 1979 gli Usa accolsero lo scià Pahlavi, un gruppo di estremisti musulmani, per ritorsione, sequestrò per 444 giorni 52 dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran, fino al 1981. Il 24 aprile 1980 gli Usa tentarono anche la via del blitz militare, che si risolse in un fallimento. Furono anni duri, prima provati dalla guerra in Vietnam, poi colpiti dallo scandalo Watergate (1974), dal rialzo dei prezzi del petrolio e infine dalla “crisi degli ostaggi”: a quel punto era chiaro che la superpotenza Usa non era più invulnerabile.

Il Medio Oriente divenne una polveriera. Si acuirono le tensioni tra sunniti, capeggiati dall’Arabia Saudita, storica alleata delle potenze occidentali e dal 1945 vincolata da un patto di ferro agli Usa, e sciiti, riuniti intorno al nuovo Iran. Si inasprì il conflitto tra Israele e i palestinesi. E la politica aggressiva del dittatore iracheno Saddam Hussein (1937-2006) portò ulteriore incertezza. Alleati di Israele e dei sauditi, gli Usa si tutelarono dichiarando che avrebbero considerato ogni episodio di violenza contro la propria posizione come un atto di terrorismo.

Lotta al terrorismo

L’amministrazione di Ronald Reagan (1981-1989) chiarì al mondo che gli Usa non avrebbero più tollerato fatti come quelli di Teheran. La difficoltà di una lotta risolutiva contro il terrorismo ha spinto Washington, fin dagli Anni ’80, a considerare aggressori le Nazioni che sostengono gruppi terroristici e a reprimere questi atteggiamenti con il ricorso ad azioni unilaterali, anche di carattere militare, in nome del principio di legittima difesa. Così con l’Iran, accusato di sostenere gruppi guerriglieri come il palestinese Hamas e il libanese Hezbollah, non ci furono cedimenti. E mentre nei cortei iraniani risuonava lo slogan “morte all’America”, gli Usa imponevano sanzioni economiche.

Quando nel 1980, per espandersi, l’Iraq dichiarò guerra all’Iran, gli Stati Uniti appoggiarono Saddam. Gli scontri causarono almeno un milione di vittime e, senza un vincitore, durarono otto anni. Khomeini morì nel 1989 e al suo posto venne scelta una nuova Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei (ancora in carica). Nei primi Anni ’90, per mantenere il controllo dell’area, gli Usa pur avendo appoggiato l’Iraq contro l’Iran, sconfissero Saddam, che aveva attaccato il Kuwait, ma senza arrivare a deporlo.

All’inizio del nuovo millennio, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York da parte Usa Irandi Al-Quaeda, gli Usa intervennero direttamente. Il presidente George W. Bush inserì anche l’Iran in quello che definì «l’asse del male», un gruppo di Nazioni responsabili del terrorismo internazionale. In quel contesto Teheran, simbolo della resistenza alla potenza occidentale, rivendicò un ruolo da protagonista. Migliorò l’esercito e avviò esperimenti per dotarsi di armi atomiche, violando il trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto dallo scià Pahlavi nel 1968.

 

Ginevra Larosa

Foto © IARI, Council on Foreign Relations, NPR, Il Faro sul Mondo, SettimanaNews,

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