L’Unione europea accelera sul rafforzamento della propria capacità di difesa, aprendo alla possibilità di collaborazioni strategiche anche con Paesi terzi
In pochi anni l’industria della difesa turca ha compiuto un balzo in avanti significativo, diventando più flessibile sul piano produttivo e sempre più competitiva dal punto di vista tecnologico. Un’evoluzione che ha permesso ad Ankara di affermarsi come partner credibile e sempre più presente nei mercati europei, grazie a una produzione conforme agli standard Nato e a un’ampia rete di accordi bilaterali nel settore militare. Oggi la Turchia esporta navi militari al Portogallo, veicoli blindati alla Romania e i nuovi jet addestratori Hürjet alla Spagna. In Europa orientale ha firmato contratti per la vendita e la produzione congiunta di droni, mentre in Germania è stato autorizzato l’avvio di un sito condiviso per la produzione di munizioni di artiglieria.
Il caso più emblematico della cooperazione industriale è però la recente joint venture tra l’italiana Leonardo e la turca Baykar: un accordo che prevede la co–progettazione, lo
sviluppo e la produzione di droni in Italia. L’intesa, pensata per rafforzare le capacità della difesa di Roma, rappresenta anche un canale strategico per l’ingresso della tecnologia turca nel mercato europeo. Inoltre, Ankara è tra i partner di Sky Shield, l’iniziativa congiunta per lo scudo missilistico europeo. La Turchia ha già manifestato la propria disponibilità a fornire sistemi antimissilistici prodotti da Roketsan e Aselsan, due colossi del settore militare nazionale. Un ruolo crescente che rafforza la posizione del Paese non solo come produttore, ma anche come attore chiave nella sicurezza europea.
Difesa comune, l’Ue apre ai partner esterni ma rischia di compromettere i propri valori
L’Unione europea accelera sul rafforzamento della propria capacità di difesa, aprendo alla possibilità di collaborazioni strategiche anche con Paesi terzi. Una scelta dettata dalla necessità di consolidare un’autonomia militare in un contesto globale sempre più instabile. Tuttavia, questa apertura comporta rischi significativi sul piano politico e valoriale. L’inclusione di partner esterni negli appalti comuni per la difesa solleva interrogativi sulla coerenza dell’azione esterna dell’Ue, in particolare per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.
Il caso più delicato è quello della Turchia: nonostante il crescente autoritarismo del Governo guidato da Recep Tayyip Erdoğan, Ankara continua a rafforzare la propria presenza nel settore della difesa europea. Gli accordi industriali e tecnologici nel campo militare rischiano di tradursi in una normalizzazione dei rapporti politici, offrendo alla Turchia una sponda per attenuare le critiche internazionali sul piano dei diritti civili e delle libertà fondamentali. Il rischio, secondo diversi osservatori, è che l’Ue finisca per sacrificare i suoi valori fondativi in nome della realpolitik e della corsa agli armamenti condivisi.
Cooperazione militare come leva politica
La Turchia potrebbe sfruttare a proprio vantaggio uno degli strumenti chiave della strategia europea per il rafforzamento della difesa comune: il programma Safe, inserito nel più
ampio piano ReArm Europe / Readiness 2030, pensato per accelerare la cooperazione industriale militare tra gli Stati membri. Il meccanismo prevede che un Paese dell’Ue possa accedere a finanziamenti fino a 150 miliardi di euro se effettua acquisti congiunti di equipaggiamenti militari con almeno un altro Stato membro, oppure con Paesi dello Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein, Norvegia) o con l’Ucraina. Tuttavia, la norma apre anche a una cooperazione più ampia: sono ammessi anche accordi bilaterali o multilaterali con cosiddetti “Paesi affini” – una definizione che comprende Stati candidati all’ingresso nell’Ue, come la Turchia, e Paesi terzi legati all’Unione da partenariati in materia di sicurezza e difesa.
Questo margine di flessibilità potrebbe offrire ad Ankara un’opportunità significativa per inserirsi più a fondo nei meccanismi europei, aggirando i vincoli politici e istituzionali che finora ne hanno frenato l’adesione o raffreddato i rapporti. Una presenza turca nel programma Safe, infatti, non solo garantirebbe ritorni economici, ma ridurrebbe anche la capacità dell’Ue di esercitare pressioni politiche sul Governo Erdoğan, accusato da più parti di allontanarsi dai principi democratici.
Forze connesse e autonome dagli Usa
Una difesa europea integrata, autonoma e allargata oltre i confini dell’Unione: è la visione tracciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. «Ci vorranno 7-10 anni» – ha sostenuto – «ma è indispensabile avere anche le braccia per agire e non solo le parole». Secondo il ministro, l’Europa è ancora in forte ritardo rispetto agli Stati Uniti sotto ogni profilo, «dagli armamenti alla cybersicurezza», ma l’esperienza maturata in ambito Nato ha già favorito una maggiore coesione tra gli alleati. Immagina anche una difesa europea «continentale e non limitata ai 27», che includa anche Gran Bretagna, Norvegia, Turchia e i Paesi balcanici, considerati cruciali per non lasciare terreno alla Russia. L’obiettivo non è creare un esercito europeo ex novo, ma interconnettere le forze armate nazionali, dando loro un comando comune, sul modello già sperimentato all’interno della Nato.
Nel quadro internazionale, il ministro elogia il ruolo del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «Sta lavorando da pontiere con Washington, dimostrandosi la più seria di tutti in Europa, la meno egoista. Serve sangue freddo e capacità di agire per la pace, senza la corsa a chi arriva primo».
Atene osserva con preoccupazione
Una strategia che però non convince la Grecia. Fonti diplomatiche – citate da media locali come Kathimerini e Ta Nea – esprimono preoccupazione per un possibile allentamento delle pressioni politiche sulla Turchia. Atene, da tempo in tensione con Ankara su numerosi dossier – dalle zone economiche nel Mediterraneo orientale alla militarizzazione delle Isole – teme che la partecipazione turca a progetti Ue come Safe possa legittimare le sue ambizioni geopolitiche e minare la coerenza dell’Unione sui valori fondamentali.
Il ministro della Difesa greco Nikos Dendias ha preso una posizione netta durante il
Consiglio Affari Esteri dell’Ue in formato Difesa, rivolgendosi con chiarezza tanto a Bruxelles quanto ad Ankara. «È inconcepibile» – ha dichiarato – «che Paesi che non riconoscono Stati membri dell’Unione, che minacciano la stabilità regionale e non rispettano i principi fondamentali di democrazia e diritti umani, possano essere coinvolti in un progetto europeo strategico come ReArm Europe».
Occhi aperti
L’intervento di Dendias arriva nel momento in cui la presidenza polacca del Consiglio dell’Ue ha fatto circolare il testo finale dell’iniziativa, che punta a rafforzare la difesa europea attraverso la cooperazione industriale e la sinergia tra Paesi membri e partner selezionati. Polonia, Germania e Italia hanno già aperto le porte all’industria della difesa turca, sottolineando il crescente interesse a coinvolgere Ankara nel progetto.
La Turchia, che ha saputo accreditarsi come mediatore nel conflitto russo-ucraino, continua a consolidare la propria influenza militare e diplomatica. Nel 2024, secondo dati internazionali, si è classificata come l’undicesima industria della difesa al Mondo, con contratti attivi e cooperazioni in espansione, tra cui quella con l’Italia per il trasferimento di Piaggio Aerospace alla società turca Baykar, legata direttamente alla famiglia del presidente Recep Tayyip Erdoğan.
Ma Atene non ci sta. Dendias ha voluto ricordare che ReArm Europe «non può essere snaturato», e che l’Ue non può barattare i propri valori per logiche di mercato o convenienza geopolitica. La sua posizione si allinea a quella di Cipro, da sempre critica rispetto a qualsiasi apertura indiscriminata verso Ankara, soprattutto in assenza di un riconoscimento ufficiale della Repubblica cipriota da parte della Turchia. Il messaggio del ministro greco, dunque, è chiaro: la sicurezza europea non può essere costruita ignorando chi minaccia la coesione interna dell’Unione.
George Labrinopoulos
Foto © Osservatorio contro la militarizzazione, InsideOver, Cesi, Daily Sabah













