Il geniale artista con un bagaglio di 50 anni di attività si è spento all’età di 98 anni a Milano
Arnaldo Pomodoro, non ha aspettato il suo compleanno, per pochi giorni, avrebbe compiuto 99 anni, per lasciare questo Mondo pieno di contraddizioni, guerre e mancanza di pace.
Nato a Morciano di Romagna, dove sono state installate alcune delle sculture più significative del maestro, presto si trasferì con la famiglia nelle Marche, in particolare Orciano e Pesaro, che divennero le sue residenze simboliche. A distanza di pochi chilometri vi sono due monumenti scultorei che rappresentano il suo itinerario artistico: la grande sfera, o Palla di Pomodoro in piazzale della Libertà a Pesaro, e il monumento funebre di Federico Fellini nel cimitero di Rimini. Già negli anni Settanta con le sue sfere di bronzo, fu un anticipatore della caduta delle ideologie e utopie nel Vecchio Continente.
Infanzia e adolescenza
A pochi mesi dalla sua nascita, la famiglia Pomodoro si traferisce a Orciano di Pesaro, dove Arnaldo trascorre la sua infanzia, legata al paesaggio agreste e collinare della valle del Metauro.
Qui il 17 novembre 1930, nascerà il fratello Giorgio, in arte Giò Pomodoro, scultore, orafo, incisore e scenografo, morto a Milano il 21 dicembre 2002. Nel 1937 torna in Romagna, più precisamente a Rimini, dove frequenta la scuola media e l’istituto per geometri. Allo scoppio della seconda guerra mondiale rientra a Pesaro e si appassiona di autori contemporanei italiani e stranieri, fra cui Vittorini, Pavese, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, Fitzgerald. Finita la guerra, Arnaldo Pomodoro, lavora al Genio civile di Pesaro con l’incarico di consulenza per la ricostruzione di edifici pubblici, tra il 1949 e il 1952 frequenta l’Istituto d’Arte di Pesaro, dove nasce il suo interesse per la scenografia. La sua curiosità intellettuale si sposta sui classici teatrali e moderni, da Eschilo a Sartre. Nel 1953 lascia a Pesaro e un anno dopo è a Milano, dove si stabilirà definitivamente fino alla sua morte.
Le creazioni
Le opere del grande scultore sono presenti nelle piazze di tutto il Mondo, da Milano a Copenaghen, da Brisbane in Australia, a Dublino. E ancora al Mills College di Oakland in California, a Los Angeles, nel della Pigna dei Musei Vaticani. A partire dai primi anni Sessanta, Pomodoro sviluppa la ricerca sulla tridimensionalità e sulle forme della geometria solida.
Nascono sfere, dischi, piramidi, coni, colonne, cubi in lucido in bronzo squarciati, corrosi scavati, nel loro intimo, una lacerazione umana, campanello d’allarme della drammaticità dei nostri tempi. Una contraddizione fra perfezione lineare e la caotica complessità interna.
L’esterno delle sue creazioni è perfetto e levigato, l’interno è disordinato, tecnico, organico: una metafora plastica del contrasto tra apparenza e sostanza. Questa dialettica
diventerà la cifra stilistica di Pomodoro. Ogni sua opera è uno spazio da esplorare, un’architettura mentale, un organismo vivente. Lui stesso parlava delle sue sculture come “macchine mitologiche”. Non ha mai accettato che la scultura fosse solo oggetto. La sua arte è spaziale, ambientale, totale. A partire dagli anni Sessanta, con opere come “La Colonna del viaggiatore” (1962), “Grande Radar” (1963), “Sfera con Sfera” (1966), “Cilindro costruito” (1968-70) e “Mole circolare” (1968-70) l’artista ha esplorato l’interazione tra scultura e ambiente. Non si tratta solo di dimensioni monumentali: Pomodoro vuole che le sue opere siano attraversate, vissute, indagate. Vuole che lo spettatore si perda dentro di esse, come in un labirinto dell’essere. Il culmine di questa aspirazione è forse l’opera “Ingresso nel labirinto”, dedicata all’epopea di Gilgamesh, un’installazione ambientale che travalica i confini della scultura per trasformarsi in un’esperienza mitica, una soglia esistenziale.
Paolo Montanari
Foto © Napoli da Vivere, Virgilio, Fondazione Arnaldo Pomodoro













