Linea rossa rovente, l’Ue chiama Kiev: come risponde ora Mosca

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Russia

Per capire la strategia della Russia serve guardare a Pietro il Grande, all’Impero e all’accesso ai mari caldi

La Russia torna al centro del dibattito, in un’estate infuocata. La dichiarazione di Donald Trump a seguito della telefonata con la controparte russa lasciano il Mondo con perplessità e sempre meno certezze. Definita «molto deludente», la conversazione fra i due leader non ha raggiunto gli obiettivi prefissati dalla fazione statunitense: il newyorkese ambiva a una sospensione immediata del conflitto, mentre Vladimir Putin si è dichiarato aperto ai negoziati, purché non vengano interrotte le operazioni militari in Ucraina.

Dato il riemergere delle tensioni fra i due ex protagonisti della Guerra fredda, con lo spettro di nuove sanzioni che si aggira lungo la cortina di ferro 2.0, l’Unione europea, conseguentemente a quanto accaduto, ha espresso la propria volontà di intensificare i lavori per accelerare l’ingresso di Kiev. Cosa che desta preoccupazione a Mosca.

In questo scenario di nuove fratture, diventa essenziale comprendere non solo le mosse dell’Occidente, ma anche la logica che guida le manovre russe. Solo inquadrando Mosca nel suo orizzonte storico e geostrategico si coglie il senso delle sue azioni. Perché c’è molto di più del timore dell’ “allargamento ad est” della Nato.

Un passato non molto lontano

Per comprendere oggi il comportamento geopolitico della Russia, c’è una semplice, ma potente frase: “Выход к тёплым морям“. La sua pronuncia è “Vykhod k tyoplym moryam” e significa “accesso ai mari caldi“. Una bussola invisibile la cui origine risiede in un passato non molto lontano, in cui Pietro il Grande, al ritorno dai suoi viaggi in Europa tra il 1697 e il 1698 per apprendere le più avanzate tecniche occidentali, soprattutto in campo militare e navale, intuì con lucidità che, per tenere il passo delle grandi dell’epoca, la Russia doveva compiere un salto di civiltà: diventare potenza marittima e trasformarsi in Impero.

Da allora, quell’intuizione ha tracciato una linea di continuità strategica che ha guidato secoli di espansione zarista, strategie sovietiche e manovre del Cremlino contemporanee. Una necessità geografica che si aggiunge alla difesa delle sue immense pianure, icona di magnitudo, ma anche di vulnerabilità. Estensione massima raggiunta: Fort Ross, a 145 km da San Francisco. Affacciarsi su mari navigabili tutto l’anno è questione esistenziale, pena: rimanere intrappolati nei ghiacci e far saltare il patto sociale con i cittadini dell’Impero. La fine.

Anche in epoca sovietica, il “sogno marittimo” della Russia fu alimentato con forza. Durante la Guerra Fredda, Mosca inseguì con determinazione l’accesso a sbocchi navali strategici, stabilendo presenze nei porti di Yemen, Vietnam, Libia e Cuba. La Marina Sovietica faceva scalo regolarmente ad Aden, Cam Ranh e Tripoli, garantendo supporto logistico alle operazioni e assicurando una costante proiezione di potenza nelle acque del Sud globale.

Tuttavia, ciò non risolveva il vincolo più profondo della strategia russa: come allora, oggi Mosca necessita del Mediterraneo. Le coste settentrionali russe, dal Mar Glaciale Artico al Pacifico orientale, sono impraticabili per gran parte dell’anno a causa dei ghiacci. Mentre il Mare nostrum non ha di questi problemi, ed è proprio da qui che passa l’accesso russo al commercio globale, alle rotte energetiche e, alla possibilità di proiettare se stessa oltre i propri confini, delineando così la sua traiettoria geopolitica.

Mar Nero

L’annessione della Crimea nel 2014 è stato un ritorno a un principio costante della strategia russa: assicurarsi il controllo del porto di Sebastopoli, base nevralgica della Flotta del Mar Nero. Da qui, la Russia ha potuto manovrare nel Mediterraneo orientale, sostenere operazioni in Siria e difendere la propria sfera di influenza. Ma per raggiungere il Mediterraneo Mosca deve legare con Ankara. Il Bosforo e lo stretto dei Dardanelli rappresentano i choke points (i “colli di bottiglia“) obbligatori per accedere ad acque ancora più calde. Se il primo è considerato di dominio internazionale, il secondo è strettamente sotto controllo turco, come regolato dalla Convenzione di Montreux del 1936.

Medio oriente

Consapevole di tale vulnerabilità strutturale, il Cremlino ha da tempo cercato di assicurarsi appoggi stabili oltre suddetto stretto: è così che, sin dagli anni della Guerra fredda, prende forma la presenza russa nel Mediterraneo orientale con la presenza navale a Tartus, sulla costa siriana. Base militare che permise a suo tempo, il supporto logistico all’intervento in Siria, consolidando Mosca come garante della sopravvivenza del regime di Assad e proiettandola come potenza interlocutrice per tutti gli attori mediorientali. Tuttavia, a dicembre del 2024, il nuovo Governo siriano prende possesso delle province di Tartus e Latakia. Il regime cade e termina la guerra civile. I russi si ritirano.

Africa

Il sogno russo di accesso ai mari caldi non si ferma alle coste siriane o alla Crimea. Negli ultimi anni, il Cremlino ha esteso la propria influenza lungo le sponde meridionali del Mediterraneo, approfittando del vacuum occidentale. La Libia ne è l’esempio: con il sostegno militare e logistico al generale Haftar in Cirenaica, la Russia ha rafforzato la propria presenza strategica a ridosso dell’Italia, ottenendo accesso a porti, snodi energetici e installazioni militari avanzate. La partita si gioca anche più a sud. Dal Mali al Niger, passando per Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, ha rafforzato la sua posizione nel Sahel e finanche in Angola adottando una strategia pragmatica: appoggio ai regimi militari, intese in ambito sicurezza e utilizzo di contractor come fu il gruppo Wagner in cambio di accesso a risorse e leva geopolitica. Anche il Mar Rosso rientra nelle proiezioni: l’interesse per Port Sudan mira a garantire una base navale permanente, lungo la strategica rotta commerciale ed energetica.

Cosa vuole la Russia

In questo mosaico la Russia punta alla creazione di un sistema coerente di accessi, alleanze e basi permanenti. Oggi il “Выход к тёплым морям” non è più solo un impulso storico, ma una strategia globale: ogni costa, ogni stretto e ogni porto può diventare teatro di competizione, nella nuova e fluida geografia del potere.

In conclusione, questa strategia serve tre scopi: militare, per proiettare forza e deterrenza; economico, per garantire accesso alle rotte energetiche fuori dal controllo occidentale; e simbolico, per riaffermare un’identità imperiale ferita. Quel sogno petrista che a Mosca riecheggia al nome di “Русский мир” “Russkiy mir”, tradotto: “Mondo russo”.

Alessandro Bonifazi

Foto© Reddit, France 24, CNRS News, Carnegie Europe, Dissipatio

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