Tra le trincee di Kiev anche chi ha sbagliato: ex detenuti volontari in una guerra che non fa distinzioni
Quasi 9.500 persone condannate per reati stanno oggi combattendo nella guerra in Ucraina. Tra loro ci sono anche 100 donne. Lo ha annunciato il servizio penale statale ucraino, spiegando che molti di questi volontari sono impiegati in prima linea, direttamente contro le truppe russe.
Si sono offerti volontari, non sono stati obbligati. Per l’Ucraina, è una scelta dettata dalla necessità: dopo oltre due anni di guerra, l’esercito ha perso decine di migliaia di soldati e fatica a trovare nuove reclute. Così, il Governo ha deciso di aprire anche ai detenuti, a condizione che non siano stati condannati per reati particolarmente gravi.
È una misura eccezionale, che fa discutere. Ma è anche uno specchio della gravità della situazione sul campo.
Chi sono questi ex detenuti diventati soldati
Il 55% degli arruolati ha precedenti per reati contro la proprietà: furti, truffe, rapine. L’11% per droga, il 9% per lesioni personali, il 6% per incidenti stradali con feriti, e un altro 6% per omicidio. Tutti questi volontari sono stati valutati e, secondo le autorità, sono stati ritenuti idonei a combattere.
Le 100 donne coinvolte non combattono direttamente, ma lavorano in logistica, comunicazione e assistenza sanitaria. Anche se non in trincea, operano comunque in zone di guerra e il loro contributo è considerato fondamentale.
Il viceministro della Giustizia, Yevhen Pikalov, ha precisato che in Ucraina ci sono attualmente circa 37.000 detenuti. Di questi, fino al 30% potrebbe essere
arruolabile, se in possesso dei requisiti legali e sanitari. La legge esclude i condannati per reati sessuali, terrorismo o tradimento. Per molti si tratta di un’occasione concreta per cambiare vita. Combattere può offrire uno sconto della pena, la cancellazione della condanna o una forma di reintegrazione nella società. Alcuni vedono questa possibilità come una strada per il riscatto personale, altri come l’unico modo per uscire dal carcere e non restare ai margini per sempre.
Un’opportunità per alcuni, un rischio per altri
Non tutti sono favorevoli a questa decisione. C’è chi la considera un passo necessario in un momento difficile per il Paese. Secondo questa visione, se una persona con un passato sbagliato vuole combattere per difendere la propria Nazione, va accolta e sostenuta.
Ma ci sono anche molte critiche. Alcuni temono che inserire ex criminali armati in un esercito in guerra sia pericoloso. La disciplina militare richiede autocontrollo, affidabilità e fiducia. Il timore è che il passato di alcuni possa riemergere, con conseguenze negative per i compagni di reparto o per la popolazione.
Un altro punto delicato è il dopo. Cosa succederà a questi soldati una volta finita la guerra? Rientreranno in carcere? Saranno reintegrati? Molti porteranno con sé traumi profondi, sommati a una storia personale già segnata da abusi, povertà o marginalità. Senza un piano di supporto psicologico e sociale, il rischio è creare nuovi problemi alla società, anziché risolverli. Diversi esperti chiedono programmi di reinserimento seri, con supporto psicologico, formazione professionale e percorsi di cittadinanza attiva. La guerra può cambiare le persone, ma da sola non basta a cancellare le ferite.
Anche a livello internazionale, questa misura viene osservata con attenzione. C’è comprensione per le difficoltà dell’Ucraina, ma anche preoccupazione. Il ricorso a ex detenuti mostra quanto la guerra stia prosciugando le risorse umane del Paese, e quanto siano urgenti soluzioni non solo militari, ma anche politiche e sociali.
Una guerra che riscrive le regole
In tempi normali, una misura del genere sarebbe impensabile. Ma in guerra, le priorità cambiano. La sopravvivenza collettiva viene prima di tutto. L’Ucraina combatte per la propria esistenza e ogni uomo e donna disposto a difenderla viene considerato una risorsa, anche se ha un passato difficile.
I 9.500 ex detenuti oggi in divisa non sono più solo numeri nei registri delle
carceri. Sono persone che hanno scelto di mettersi in gioco, forse per senso di colpa, forse per dovere, forse per dare un senso nuovo alla propria vita. Alcuni riusciranno davvero a cambiare, altri no. Ma tutti stanno rischiando la propria vita. In cambio, ricevono un’opportunità che prima non avevano: quella di essere utili, di essere visti in modo diverso, forse anche di essere perdonati.
In fondo, è questo che rende la questione così complessa: non si tratta solo di sicurezza, numeri o strategia militare. Si parla di persone, di errori, di possibilità. E di un Paese che, pur sotto le bombe, prova ancora a credere che anche chi ha sbagliato possa cambiare.
Andrea Fiore
Foto © Agenzia DIRE – Free Pik













