Tra golpe militari e tentativi di pace internazionale, continua la lotta per il potere che strema la popolazione
Le tensioni politiche e la violenza che stanno affliggendo il Sudan non sono una novità. È ormai da lungo tempo che questa terra non trova pace e giustizia. Massacrata dall’occupazione straniera e dall’eredità del colonialismo che l’ha condotta a un alternarsi continuo di golpe militari, fino all’esasperazione della secessione. I contrasti interni non solo alimentano la repressione politica e lacerano gli accordi di pace ma, come dichiarato dalla Commissione per i diritti umani dell’Onu, accrescono la paura, l’instabilità e i traumi nella popolazione. I recenti sviluppi non devono dunque sorprendere, sono frutto di anni complessi. In seguito all’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1956, l’instaurazione di regimi militari nella Regione nord del Paese, sostenitori di Governi islamici, ha condotto al definitivo logoramento del sentimento nazionalista unitario.
Nel sud del Sudan infatti la religione preminente è quella cattolica. Così si sono susseguite due guerre civili (1955-1972, 1983-2005), legate a motivi religiosi, etnici ed economici, per cui i separatisti del sud sono passati dal rivendicare una maggiore autonomia regionale fino al richiedere l’indipendenza. Con il crescere delle tensioni, la violenza è dilagata senza freni. Non a caso la comunità internazionale nel 2004, nel trattare la condizione del Sudan, l’ha definita come “la più grave situazione umanitaria esistente”, utilizzando perfino la definizione di “pulizia etnica”. Grazie all’accordo di pace globale del 2005, la regione del Sud, dopo sei anni di autonomia, ha potuto indire il referendum che nel 2011 ne ha sancito l’indipendenza.
Al-Burhan VS “Hemetti”
Tra il 2018 e il 2022 il Sudan è stato scosso da sommosse popolari e tentativi di golpe che l’11 aprile 2019 hanno visto il presidente Omar el–Béchir essere spodestato dal capo dell’esercito, Abdel Fattah al–Burhan. Per un breve periodo il generale ha governato con Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemetti”, capo delle “Forze di Supporto Rapido” (RSF). Il vero conflitto però scoppia il 15 aprile 2023, e le prime esplosioni si verificano a Khartoum, Capitale del Sudan. Guidate da Hemetti, le RSF affrontano i militari della Sudan Air Force (SAF), leali al generale al–Burhan. Come spesso succede, si è creduto che gli scontri sarebbero durati poco. I combattimenti si sono poi estesi in altre Regioni, costringendo le Nazioni Unite a evacuare la Città.
Il Paese è ormai diviso in due: le forze armate sudanesi controllano il nord e l’est, mentre RSF si insediano nel Sud e nell’Ovest, più precisamente nella Regione del Darfur e dello Stato di Al-Jazira, vicino a Khartoum. Se da una parte le RSF sembrano essere indebolite dal venir meno di una maggiore strutturazione interna, data da ufficiali e combattenti meno inquadrati, dall’altra si pongono nuovi e precisi obiettivi. Tra quelli dichiarati dal vice capo Abdel Rahim Daglo, vi è lo Stato del Nord. Fin dal principio del conflitto, le Nazioni Unite hanno sempre fortemente condannato i combattimenti nella speranza di giungere finalmente alla pace che consenta l’instaurazione di un’amministrazione civile. Ricercando soluzioni e sostegno in collaborazione con le organizzazioni regionali, tra cui l’Unione africana.
Una popolazione in ginocchio
I più danneggiati dal conflitto sono i civili. Quasi 30 milioni di persone, oltre i 2/3 della popolazione totale, necessitano di assistenza sanitaria e alimentare. Il collasso dell’economia, dovuto dalla guerra, ha fatto salire vertiginosamente i prezzi, rendendo beni di prima necessità inaccessibili per molte famiglie. «È un momento critico, perché le conseguenze dell’insicurezza alimentare si fanno già sentire in alcune parti del Kordofan meridionale, dove le famiglie sopravvivono con riserve alimentari pericolosamente limitate e i tassi di malnutrizione aumentano fortemente», ha avvertito la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite in Sudan, Clementine Nkweta-Salami. Gli sforzi umanitari sono gravemente ostacolati dalla mancanza di sicurezza, che limita in modo significativo l’accesso agli aiuti, complicando la consegna delle forniture e mettendo a rischio gli operatori che tentano di sostenere un sistema sanitario ormai in ginocchio.
L’instabilità regionale viene poi alimentata dal gran numero di persone che, costrette a fuggire, ricercano rifugio in zone interne o nei Paesi vicini. Oltre tre milioni di persone sono considerate rifugiati e quasi nove milioni sono sfollati all’interno. Per renderci conto, il numero totale degli sfollati è superiore alla popolazione totale della Svizzera. Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati, la situazione in Sudan è «la crisi di sfollamento più grande e rapida del Mondo». Le popolazioni sfollate in Sudan o all’estero si trovano di fronte a un accesso limitato al cibo e ai servizi essenziali. Inoltre, nei campi di rifugiati e sfollati interni si verificano epidemie di malattie come il colera e il morbillo. Nonché molte Nazioni circostanti in cui cercano rifugio hanno già i loro problemi economici e di sicurezza, alcune sono tra le più povere del Mondo.
L’ultima proposta internazionale
Comprendiamo così, analizzando vari aspetti, da dove origini la proposta internazionale di tregua del 13 settembre scorso. Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Egitto avevano infatti richiesto la cessazione dei combattimenti per tre mesi per fini umanitari. A tale periodo di tregua sarebbe dovuto seguire un cessate il fuoco permanente e una transizione di nove mesi. Quest’ultimo step, come dichiarato congiuntamente dai quattro Paesi, sarebbe dovuto essere «inclusivo e trasparente» ed essere completato nei tempi previsti «per rispondere alle aspirazioni del popolo sudanese per l’instaurazione pacifica di un Governo civile indipendente, dotato di ampia legittimità e responsabilità».
La risposta del Governo del Sudan non ha tardato ad arrivare. In un comunicato rilasciato dal ministero degli Affari esteri, si evince che Khartoum «accoglie con favore ogni sforzo regionale o internazionale che contribuisca a porre fine alla guerra», aggiungendo però che qualsiasi processo politico debba «rispettare la sovranità dello Stato e le sue istituzioni legittime», attualmente sotto il controllo dell’esercito. «Solo il popolo sudanese ha il diritto di determinare come essere governato nel quadro di un consenso nazionale», che avvenga sotto la guida del Governo civile di transizione, costituitesi a maggio con lo scopo di “pulire tutto il Sudan”.
Mentre gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni sperando di sollecitare a un cambio di posizione, le due fazioni sembrano più decise che mai: la guerra continuerà finché non si raggiungerà una vittoria militare totale.
Ottavia Scorpati
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