Un libro che parla di dolore, ma anche di coraggio, che racconta la fragilità, ma per mostrarne la forza, che denuncia, ma anche guarisce
Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia. Ci sono libri che rompono il silenzio, che sfidano le convenzioni, che costringono il lettore a guardare dove di solito preferisce voltarsi dall’altra parte. “Pirandello mi fa un baffo”, ultimo romanzo di Romina Caruana, è uno di questi.
Con una scrittura intensa e viscerale, Caruana ci trascina nel cuore di una Sicilia familiare ma non per questo rassicurante, dove le dinamiche patriarcali si intrecciano con la violenza psicologica, e dove l’autismo di un ragazzo diventa lo specchio di una società che ancora fatica a riconoscere e accettare la diversità. È un romanzo che non consola, ma cura. Una storia che scava, fino a toccare quel punto in cui il dolore diventa possibilità di rinascita.
Una protagonista, una famiglia, un mondo
La protagonista del romanzo è Eleonora, giovane donna siciliana cresciuta in un ambiente familiare dominato dalla figura del padre, Luigi, uomo autoritario, manipolatore, incapace di amare senza possedere. La madre è una presenza silenziosa, passiva, quasi trasparente. Il fratello, Alessandro, è autistico, e rappresenta il punto di rottura in un contesto che pretende uniformità e silenzio.
Il vero conflitto del romanzo non è tra Eleonora e il padre, ma tra due visioni del Mondo: da una parte l’ordine rigido, chiuso, patriarcale di Luigi, dall’altra l’apertura emotiva, la vulnerabilità, la ricerca di autenticità incarnata da Eleonora e dal fratello. In questo senso, “Pirandello mi fa un baffo” è anche un libro sull’identità, su ciò che ci definisce al di là delle maschere sociali.
Eleonora sceglie di fuggire, di lasciare la Sicilia per New York, in un viaggio che è insieme fisico e simbolico. Nella grande metropoli trova uno spazio per respirare, per ricostruirsi, per tornare ad ascoltare il proprio corpo, i propri desideri, la propria storia. Ma il legame con la famiglia – e soprattutto con Alessandro – resta profondo, viscerale, ineludibile. La vera rottura avviene quando Luigi rapisce Alessandro, nel disperato tentativo di riaffermare il proprio dominio. È allora che Eleonora capisce di non potersi più limitare a fuggire: deve agire, intervenire, reclamare il diritto alla verità.
Un romanzo cucito sul telaio della memoria
Uno degli elementi simbolici più forti del romanzo è il telaio della nonna, su cui Eleonora inizia a tessere abiti, creando una collezione che rappresenta, a suo modo, la sua storia. Ogni abito è un gesto di memoria, un tentativo di recupero, ma anche un atto creativo, un nuovo inizio. Il telaio non è solo uno strumento: è un modo per dare forma a ciò che la lingua non sa dire, per trasformare il dolore in bellezza, la mancanza in presenza, il silenzio in voce.
In questo gesto si riflette una delle caratteristiche più potenti della scrittura di Romina Caruana: la capacità di tenere insieme concretezza e simbolismo, biografia e immaginazione, corpo e pensiero. Nulla nel romanzo è gratuito. Ogni immagine, ogni gesto, ogni dettaglio ha un peso, un significato, un eco.
L’autismo e la violenza invisibile: temi necessari
Tra i molti temi che attraversano “Pirandello mi fa un baffo”, due in particolare emergono con forza: l’autismo e la violenza psicologica. Alessandro, il fratello autistico di Eleonora, non è descritto come un “problema” da risolvere, ma come una presenza da accogliere. La sua diversità non è patologia, ma altra forma di esistenza. Ed è proprio l’incapacità del padre di riconoscere questa verità che genera il dramma familiare. Luigi non riesce ad accettare che il figlio non risponda alle sue aspettative di normalità e di controllo. Lo considera un errore, una vergogna, una minaccia. In questo, Romina Caruana offre una riflessione acuta su come la società – e la famiglia, in primis – reagisca alla fragilità: spesso con rimozione, negazione, violenza.
E proprio la violenza psicologica è l’altro grande tema del romanzo. Non ci sono schiaffi, non ci sono urla – o almeno non solo. Ma c’è il dominio silenzioso, sottile, manipolatorio di chi impone la propria volontà sotto forma di “amore”. È una violenza che non lascia lividi, ma che annienta. Caruana la descrive con precisione, senza cadere nel melodramma, mostrando quanto sia difficile riconoscerla, denunciarla, guarirne.
Una scrittura che viene dal corpo
Il linguaggio di Romina Caruana è asciutto ma vibrante, teatrale nel senso più alto del termine: ogni parola sembra portata in scena, ogni gesto ha una tensione drammatica. La scrittura non è mai neutra, mai fredda. È fisica, corporea, sensoriale. Si sente che l’autrice è anche attrice e regista: il ritmo narrativo ha qualcosa di cinematografico, con scene che si succedono come quadri, e dialoghi che sembrano vivere fuori dalla pagina.
Ma è anche una scrittura che viene da un’urgenza interiore. Non è letteratura di maniera, né prodotto da salotto. È scrittura come necessità. Perché certi vissuti, certi silenzi, certi dolori, non possono restare chiusi. Vanno raccontati, trasformati, condivisi.
L’autrice: arte e impegno
Romina Caruana non è nuova al mondo dell’arte e dell’impegno civile. Nata ad Agrigento, ha un percorso formativo ricco e variegato: laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne, si diploma in recitazione all’Accademia Teatés, e si perfeziona a Roma e New York, dove frequenta anche la Susan Batson Inc., una delle scuole di acting più importanti degli Stati Uniti.
Negli anni ha portato avanti una carriera multidisciplinare, tra teatro, cinema, scrittura e divulgazione. È particolarmente attiva sui temi dell’inclusione, della neurodiversità e della violenza domestica. Ha pubblicato romanzi come “È solo un gioco di anime”, ispirato a una storia vera sull’autismo, e “Gli amori di Cucù”, in bilico tra ironia e malinconia. Nel 2024 è stata nominata membro della XVII Commissione Arte, Cinema e Audiovisivo dell’intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Aree fragili e Isole minori”, come “eccellenza meridionale”. La sua voce è oggi una delle più originali e necessarie nel panorama letterario e culturale italiano.
Un libro che non si dimentica
“Pirandello mi fa un baffo” è un romanzo che lascia il segno. Non perché gridi, ma perché sussurra verità che spesso non vogliamo sentire. È un libro che parla di dolore, ma anche di coraggio. Che racconta la fragilità, ma per mostrarne la forza. Che denuncia, ma anche guarisce.
In un momento storico in cui si parla tanto di inclusione, di identità, di libertà, Romina Caruana ci ricorda che tutto questo non può esistere senza una cosa fondamentale: l’ascolto. Di chi è diverso, di chi è fragile, di chi non ha voce. O meglio: di chi ha una voce che non abbiamo ancora imparato a comprendere. E forse è proprio questa la forza del romanzo: insegnarci ad ascoltare. Con attenzione, con rispetto, con amore.
Mattia Carlin













