Tra incontri con leader mondiali e scelte delicate in Medio Oriente, il primo ministro australiano cerca equilibrio e credibilità internazionale
Il primo ministro australiano Anthony Albanese è stato ricevuto da re Carlo III in un’udienza reale al Castello di Balmoral, in Scozia. L’incontro ha avuto un forte valore simbolico, rafforzando i rapporti storici tra la monarchia britannica e l’Australia. Albanese ha condiviso sui social una foto con il sovrano, dichiarando che per lui era stato «un onore» poterlo incontrare.
Si è trattato della quarta udienza tra i due, dopo la visita di Carlo in Australia nell’ottobre scorso. Con questo gesto, Albanese ha voluto sottolineare l’importanza della tradizione istituzionale, pur ribadendo che durante il suo mandato non ci sarà alcun referendum sulla Repubblica australiana. Pur essendo da tempo un sostenitore della causa repubblicana, ha infatti spiegato a Sbs News di non voler aprire ora un fronte costituzionale che rischierebbe di polarizzare il Paese.
Incontro con Starmer e il tema del populismo
L’udienza con re Carlo è avvenuta il giorno successivo a quello con il primo ministro britannico Keir Starmer, durante il quale Albanese ha affrontato un tema cruciale: la crescita del populismo e dell’estrema destra.
A Downing Street, il leader australiano si era presentato in maniera informale, accompagnato dalla compagna Jodie Haydon e portando con sé un pacchetto di birre personalizzate, le “Albo Beer”. Ma di fronte alle domande sul successo di Reform UK, il partito populista di Nigel Farage vicino a Donald Trump, Albanese ha adottato un tono molto più serio.
Diversi sondaggi mostrano un aumento dei consensi per il movimento di Farage. Albanese ha chiarito che non sostiene la crescita di tali formazioni, perché compito dei partiti democratici è quello di offrire soluzioni, non di alimentare il risentimento o dividere i cittadini.
L’agenda internazionale: da Trump all’Onu
Il premier australiano incontrerà Donald Trump a Washington il 20 ottobre. Una riunione che si preannuncia delicata, considerato che molti critici accusano il presidente americano di dividere gli Stati Uniti e di mettere a rischio rapporti storici con alleati come l’Australia.
Lo stile politico di Trump e dei suoi sostenitori, spesso identificati con l’acronimo MAGA, affonda le radici nel populismo di destra. Trump e Farage condividono posizioni simili, soprattutto in materia di immigrazione. Albanese ha però ribadito che il suo governo intende garantire fiducia e stabilità, opponendosi a derive estremiste.
La sua agenda internazionale è stata fitta. Giovedì era rientrato da New York, dove aveva partecipato all’Assemblea Generale dell’Onu, per poi volare a Londra e prendere parte al dibattito della Global Progressive Action Conference insieme a Starmer, al primo ministro canadese Mark Carney e alla premier islandese Kristrún Frostadóttir. In quella occasione ha incontrato anche Kemi Badenoch, leader dell’opposizione conservatrice britannica, e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez.
Il valore dell’alleanza AUKUS
Già prima dell’incontro con Albanese, re Carlo III aveva sottolineato l’importanza dell’alleanza AUKUS tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia, durante un banchetto di Stato a Windsor con Trump. Anche alla conferenza del Partito Laburista britannico a Liverpool, Albanese e Starmer hanno riaffermato l’impegno comune per l’accordo di difesa AUKUS, definito un pilastro strategico per la sicurezza.
Nel suo intervento, Albanese ha usato parole nette contro la «politica della paura e del risentimento», sottolineando che oggi la democrazia è messa alla prova dall’aumento dei movimenti estremisti. «Distruggere è facile ma non lascia nulla» – ha affermato – «mentre la politica del risentimento divide anziché far crescere un Paese».
Ha ricordato inoltre i legami storici tra il Partito Laburista australiano e quello britannico, citando conquiste comuni come i servizi pubblici, il sistema sanitario universale, il diritto alla casa e l’accesso all’istruzione. Con l’avanzata dell’intelligenza artificiale, ha aggiunto, sarà necessario difendere posti di lavoro sicuri e salari giusti, mostrando che il progresso può creare opportunità reali, soprattutto per i giovani.
Riconoscimento dello Stato di Palestina
Un momento di svolta nella leadership internazionale di Albanese si è avuto all’Onu, dove,
insieme alla ministra degli Esteri Penny Wong, ha annunciato il riconoscimento formale dello Stato di Palestina. Una decisione che avvicina l’Australia a Paesi come Regno Unito e Canada, già orientati in questa direzione. Albanese ha sottolineato che l’Australia non è un attore centrale in Medio Oriente: non ha rapporti commerciali significativi né fornisce armi a Israele. Tuttavia, con questa scelta può dare un segnale forte.
Il riconoscimento riguarda l’Autorità palestinese guidata da Mahmoud Abbas, ma esclude ogni possibilità di dialogo con Hamas, definito un gruppo terroristico. Albanese ha ribadito che Israele ha pieno diritto a esistere, ricordando che il suo Governo aveva già espulso l’ambasciatore iraniano Ahmad Sadeghi e parte del suo staff, ritenuti coinvolti in attacchi antisemiti sul suolo australiano.
Sarebbe stato previsto un incontro diretto tra Albanese e Abbas a New York, ma gli Stati Uniti non hanno concesso il visto al leader palestinese. Penny Wong ha spiegato che i primi passi concreti saranno l’aggiornamento dei documenti ufficiali, sostituendo la dicitura “Territori palestinesi occupati” con “Stato di Palestina”.
Reazioni internazionali
Davanti a decine di leader mondiali, durante una conferenza organizzata da Francia e Arabia Saudita, Albanese ha affermato che il riconoscimento della Palestina significa offrire speranza a un popolo che da generazioni rivendica una patria. La posizione australiana è condivisa da vari Paesi europei, tra cui Francia, Belgio, Lussemburgo, Malta, Portogallo e Monaco.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha aperto la conferenza annunciando il primo riconoscimento ufficiale della Palestina da parte della Francia. «Nulla può giustificare la guerra in corso a Gaza» – ha dichiarato – «ed è necessario porvi fine definitivamente».
Molti leader occidentali hanno chiesto un cessate il fuoco e il libero accesso degli aiuti umanitari a Gaza, evitando però di accusare Israele di genocidio, nonostante una commissione d’inchiesta Onu lo abbia affermato apertamente.
Le accuse di Netanyahu
Durissima la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «riconoscere la Palestina dopo il massacro del 7 ottobre significa premiare il terrorismo. Uno Stato palestinese non sorgerà mai a ovest del Giordano». Israele ha revocato i visti ai diplomatici australiani in Cisgiordania e Netanyahu ha definito Albanese un leader «debole».
Il premier australiano ha replicato che Israele è una democrazia e che Netanyahu non rappresenta tutti i suoi cittadini. Ha ricordato le manifestazioni di piazza in Israele per chiedere la fine della guerra, sottolineando che, così come il popolo ebraico ha avuto una patria, anche quello palestinese ha diritto alla propria.
Contro la decisione australiana si sono schierati anche 25 parlamentari repubblicani
americani, tra cui Ted Cruz ed Elise Stefanik, vicina a Trump. In una lettera a diversi leader, hanno definito il riconoscimento “una politica avventata” che rischia di incoraggiare la violenza. La leader dell’opposizione australiana Sussan Ley ha poi scritto ai Repubblicani per rassicurarli che, se la Coalizione tornasse al Governo, la scelta di Albanese verrebbe ritirata.
Un segnale di leadership
Con questa decisione, Albanese ha mostrato di voler dare all’Australia un ruolo credibile nello scenario internazionale. Ha riconosciuto le legittime aspirazioni del popolo palestinese, ma al tempo stesso ha ribadito il diritto di Israele a esistere. Un equilibrio complesso, che rivela la volontà di evitare polarizzazioni e di lavorare per un dialogo costruttivo.
Dalla visita a re Carlo III fino al riconoscimento dello Stato di Palestina, Albanese sta cercando di consolidare la sua immagine di leader capace di mediare e di offrire un’alternativa al populismo. Una linea che punta a rafforzare sia il ruolo dell’Australia sullo scacchiere mondiale sia la fiducia interna in un sistema democratico oggi messo a dura prova.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © PerthNow, ABC7 New York, Sky News, Il Tempo di Israele













