Atrocità senza fine nella guerra in Darfur

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Darfur

Esecuzioni sommarie di civili disarmati in Sudan mentre l’Ue chiede di ridurre l’escalation nel Darfur settentrionale

Le Forze di Supporto rapido sudanesi (RSF) hanno preso il controllo della Città di El Fasher dopo 18 mesi di assedio. Dopo due anni e mezzo di conflitto giungono notizie di uccisioni sommarie e atrocità da parte delle RSF. Le forze fedeli alla Capitale Khartoum hanno denunciato più di duemila esecuzioni di civili disarmati soltanto negli ultimi giorni.

Chi sono i belligeranti

La contrapposizione è tra la parte settentrionale, araba e musulmana, e quella meridionale, cristiana e animista. Fino dal 1989 il Sudan è stato governato dalla dittatura del generale Omar al-Bashir con varie interruzioni dovute a parziali concessioni democratiche. Nell’aprile 2019, dopo quattro mesi di proteste popolari, i militari si schierano intorno al palazzo presidenziale e, tramite un incruento colpo di Stato, destituiscono al-Bashir.

La guerra civile

Dall’ aprile 2023 è iniziata una guerra civile totale tra le due fazioni che un tempo condividevano il potere. Da un lato le Forze armate sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e dall’altro le Rapid Support Forces (RSF), una milizia paramilitare nata dalle ceneri dei famigerati Janjaweed (miliziani filogovernativi) del Darfur e comandata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo.

Le RSF sono prevalentemente radicate nelle Regioni occidentali e hanno vasti interessi nell’oro e in altre risorse minerarie. Esse rappresentano un modello di governance basato sul controllo miliziano e sullo sfruttamento predatorio delle risorse. D’altra parte, l’esercito regolare si caratterizza come un’istituzione corrotta e burocratizzata. In questo contesto di obiettiva difficoltà, la popolazione civile è una vittima collaterale e obiettivo strategico di entrambi gli schieramenti.

Allarme dall’Onu

In un comunicato, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato di aver ricevuto “numerose segnalazioni allarmanti” di crimini e violenze commesse dalle RSF a El Fasher e nella Città di Bara, nello Stato del Kordofan settentrionale. Tra le segnalazioni ricevute dall’UNHCR, “esecuzioni sommarie di civili che tentavano di fuggire, con indicazioni di motivazioni etniche per le uccisioni”. Inoltre vengono denunciate “violenze sessuali diffuse contro donne e ragazze da parte di gruppi armati insieme a notizie di esecuzioni raccapriccianti a El Fasher”.

La situazione sul terreno è confusa, le notizie difficilmente verificabili, ma diversi filmati diffusi da attivisti locali mostrano persone morte a terra e spari contro gruppi di civili disarmati. Le comunicazioni satellitari Starlink, l’unica rete funzionante, sono state interrotte, lasciando la Città in un “blackout totale”, secondo il sindacato dei giornalisti sudanesi.

Negli ultimi mesi El Fasher era diventata uno dei principali fronti della guerra civile in corso tra la giunta militare e le RSF, guidate dal generale Dagalo. Dall’inizio del conflitto, secondo l’Onu più di un milione di persone sarebbero fuggite e circa 260 mila sarebbero rimaste intrappolate all’interno, senza aiuti umanitari. Nella precedente settimana, più di 26 mila sarebbero riuscite a scappare, cercando rifugio nelle periferie o verso Tawila, a circa 70 chilometri di distanza.

Le sanzioni della Ue

La guerra civile ha innescato una delle crisi umanitarie più gravi della storia recente, in cui più di 150 mila persone sono rimaste uccise oltre 14 milioni di civili sono stati sfollati. Sia l’esercito della Capitale sia le RSF sono accusate di crimini di guerra, per aver deliberatamente preso di mira i civili e bloccato gli aiuti umanitari. Già nell’ottobre 2023, l’Unione europea aveva istituito un regime di sanzioni dedicato alla crisi sudanese, inserendo nella lista individui ed entità che facevano capo ad entrambe le parti in guerra.

La commissaria europea per la gestione delle crisi, Hadja Lahbib, ha scritto su X che “l’incubo a El Fasher sta raggiungendo il suo apice. La Commissione europea negli ultimi due anni ha mobilitato più di 300 milioni di euro per l’emergenza umanitaria in Sudan. Inoltre ha invitato “tutte le parti in conflitto a ridurre l’escalation della situazione, in conformità con la Risoluzione 2736 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, che nel giugno 2024 chiedeva di fermare l’assedio di El Fasher e di cessare i combattimenti.

I numeri dell’orrore

Le statistiche, per quanto aride, sono necessarie per dare la misura di un disastro che le parole faticano a descrivere. Nella crisi attuale le stime parlano di oltre 15.000 morti accertati, ma le organizzazioni umanitarie avvertono che la cifra reale è probabilmente molto più alta. Molti sono stati uccisi in massacri indiscriminati, altri sono morti per la mancanza di cure mediche, acqua e cibo. Più di 8,6 milioni di sfollati. Il sistema sanitario sudanese, un tempo uno dei più rinomati della Regione, è stato annientato. Oltre l’80% degli ospedali è chiuso o funziona a capacità minima. Quelli ancora operativi sono a corto di personale, medicine, elettricità e acqua pulita.

Le RSF, eredi dei Janjaweed responsabili del genocidio degli anni 2000, stanno portando avanti una campagna di pulizia etnica contro le popolazioni non arabe della Regione. La città di El Geneina, nel Darfur occidentale, è stata il palcoscenico di alcuni dei massacri più orrendi. Testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani descrivono esecuzioni di massa, interi villaggi dati alle fiamme, donne stuprate sistematicamente e uomini e ragazzi radunati e uccisi in base alla loro etnia. I corpi sono stati gettati nel fiume o lasciati a marcire nelle strade, in una macabra strategia per terrorizzare i sopravvissuti e impedire la sepoltura, un atto di profonda violenza culturale.

Buoni o cattivi, con chi schierarsi?

Le risorse, gli sforzi diplomatici e le prime pagine dei giornali sono state quasi completamente assorbite da altre situazioni di conflitti armati. L’aggressione russa all’Ucraina e il successivo conflitto Israele-Hamas hanno polarizzato l’attenzione politica, diplomatica e mediatica dell’Occidente. Tutto questo deve far riflettere sui meccanismi con cui viene gestita l’opinione pubblica mondiale.

Inoltre, a differenza di altri conflitti, in Sudan non c’è una chiara narrativa “buoni contro cattivi“. Entrambe le fazioni sono guidate da generali con mani sporche di sangue, responsabili di atrocità. Questa complessità scoraggia un coinvolgimento diretto e rende difficile per i Governi occidentali mobilitare il sostegno dell’opinione pubblica.

Anche se la guerra finisse domani, le sue cicatrici dureranno per decenni. Un’intera generazione di bambini è stata privata dell’istruzione per anni. I traumi psicologici inflitti a milioni di persone sono incalcolabili. Il tessuto sociale del Sudan, già lacerato da decenni di dittatura, è stato fatto a brandelli. Il rischio è la creazione di un vuoto di potere che diventerà un fertile terreno per il terrorismo, il traffico di armi e di esseri umani, destabilizzando l’intera Regione del Corno d’Africa e del Sahel.

 

Nicola Sparvieri

Foto © Wikipedia, MiddleEastImages, BBC, lavocedinewyork.com

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