Sisse Marie Welling diventa sindaca dopo un secolo di dominio socialdemocratico, segnando una nuova direzione politica per la Capitale danese
Il 19 novembre 2025 segna una data destinata a entrare nei manuali di storia politica danese. Per la prima volta in oltre cent’anni i socialdemocratici perdono il controllo politico e amministrativo di Copenaghen: la nuova sindaca (borgmester) sarà Sisse Marie Welling, esponente del partito dei Verdi di Sinistra (Socialistisk Folkeparti, SF).
La “Capitale rossa” – culla del welfare nordico e vetrina internazionale del modello danese – smette così di essere la roccaforte indiscussa dei Socialdemokratiet proprio mentre la premier Mette Frederiksen siede al tavolo del Consiglio europeo e la Danimarca guida la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue.
Il voto del 2025: una vittoria amara per i Socialdemocratici
A livello nazionale, i socialdemocratici restano il primo partito nelle elezioni comunali e regionali con circa il 23,2% dei voti, ma perdono oltre cinque punti rispetto al 2021. Il partito passa da 44 a circa 26 sindaci, quasi dimezzando il numero dei municipi guidati, e perde 156 seggi comunali, scendendo da 755 a 599. Nel dettaglio, i risultati confermano un quadro più frammentato che riflette la complessa struttura politica danese:
- I liberali di Venstre ottengono il 17,9% e 521 seggi, in calo rispetto al 2021, ma riescono comunque a diventare il partito con più sindaci: da 34 a 40 municipi guidati, soprattutto nella regione est del Jutland.
- I Conservatori si fermano al 12,7% e 343 seggi, anche loro stagnanti.
- I Verdi di Sinistra, Socialistisk Folkeparti (SF), sono il vero partito in ascesa sul campo progressista, arrivando all’11,1% e guadagnando 81 consiglieri comunali in più, passando da 168 a 249 seggi e dai 2 ai 5 sindaci.
- L’alleanza Rosso–Verde (Enhedslisten), sinistra radicale, conquista a livello nazionale il 7,1%, con 111 seggi, leggermente in calo rispetto alle elezioni precedenti.
Sul fronte della destra populista, il voto conferma il malcontento – soprattutto nelle aree periferiche – trovando uno sbocco sempre più ampio:
- Il partito del popolo, Dansk Folkeparti (DF), risale al 5,9% e raddoppia i suoi seggi comunali, arrivando a 151.
- Il nuovo partito guidato da Inger Støjberg, i Denmark Democrats, conquista il 4,7% e 123 seggi.
- La Liberal Alliance (LA), liberali di destra, passa al 5,5% e quintuplica i seggi, da 9 a 125, intercettando una parte dell’elettorato urbano benestante e contrario a un’ulteriore espansione del welfare.
Copenaghen volta pagina
«Abbiamo perso Copenaghen», ammette Pernille Rosenkratz-Theil, ex-ministra e candidata sindaco dei socialdemocratici, che poche ore dopo ha annunciato le sue
dimissioni e il ritiro dalla carriera politica, ammettendo apertamente il fallimento. La prima ministra danese, Frederiksen, ha commentato: «Ci aspettavamo una discesa, ma pare che questo declino sia più grande di quanto anticipato, e ovviamente non è soddisfacente».
Nella Capitale danese, il partito socialdemocratico ha perso tre punti rispetto alle ultime elezioni municipali del 2021, ottenendo il 12,7% dei voti. Ben distante dal 22,1% dei voti guadagnati dall’Alleanza Rosso-Verde (Enhedslisten) che perdono 2 seggi (da 15 a 13), e dal 17,9% dei Verdi di Sinistra (SF), che balza da 6 a 10 seggi. Si attestano all’11,7% (7 seggi) i conservatori, e i social-liberali (Radikale) al 10,5% (6 seggi). Seguono Venstre (6,1%), Liberal Alliance (5,2%), Alternativet (4,9%) e Dansk Folkeparti (3,8%).
La Capitale dunque passa per la prima volta dal 1938 – anno in cui viene istituita la figura dell’overborgmester (grande sindaco) – da un socialdemocratico a una figura che rappresenta un’altra idea di sinistra: Sisse Marie Welling, verde di sinistra, femminista, portavoce di una piattaforma in cui clima, welfare e diritto alla Città sono al centro della sua politica. In seguito a un accordo fra sei partiti diversi, la nuova sindaca ha annunciato «non vedo l’ora di cominciare a lavorare con queste persone meravigliose».
Le cause della sconfitta: costo della vita, welfare e politiche migratorie
Guardando i numeri, si può dedurre che il logoramento dei socialdemocratici sia dovuto alla
fisiologica “stanchezza di Governo”. In realtà, i voti del 18 novembre sono il risultato di una traiettoria politica ben precisa: un partito nato come architetto del welfare che, negli ultimi anni, ha spostato il baricentro su sicurezza, migrazione e difesa. Gli affitti nelle grandi Città – soprattutto nella Capitale – sono diventati insostenibili, e lo stato sociale si è assottigliato, mentre il Governo ha stanziato miliardi per il riarmo e il rispetto degli impegni con la Nato, rendendo la Danimarca uno dei principali sostenitori militari di Kiev.
Su questo sfondo, è maturata una linea durissima su integrazione e immigrazione verso rifugiati e immigrati di provenienza non occidentale. La cosiddetta “dottrina Frederiksen”, che si basa sulla retorica di un “integrazione fallita” e incompatibile con i valori danesi, reimpatriazione dei rifugiati in centri situati in Paesi terzi, e confisca dei beni per il mantenimento dei sussidi, è stata presentata a Bruxelles come modello esportabile.
Queste politiche sono viste con interesse da alcuni esponenti politici europei, e trovano una linea di mutua complicità con il premier italiano Giorgia Meloni, dove nel maggio 2025 le due prime ministre firmano una lettera in cui propongono di reinterpretare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo per rendere più facili le espulsioni, detenzioni e limitazioni dei diritti dei migranti irregolari.
La forte tendenza verso sinistra nelle grandi Città come Copenaghen, e la polarizzazione tra le campagne e i centri urbani, confermano una dinamica europea ormai consolidata: l’ascesa di forze conservatrici e populiste nelle province, e lo spostamento verso sinistre più radicali e ambientali nelle grandi Città.
Il quadro europeo e il futuro politico della Nazione
La Danimarca detiene la presidenza del Consiglio dell’Unione europea dal 1° luglio al 31 dicembre 2025, con un programma incentrato su sicurezza, competitività e transizione verde, sotto il motto “A strong Europe in a changing world“.
Da un lato la leader dei socialdemocratici danesi promuove un socialismo europeo che vuole guidare nella difesa dell’Ucraina, il riarmo e la ridefinizione dell’agenda climatica, dall’altro, la doppia pressione dei socialdemocratici a sinistra e a destra all’interno del Paese rischia di condizionare le future posizioni sui principali dossier europei, specialmente su immigrazione e politiche sociali, dipingendo un paradosso in cui il rafforzamento delle politiche UE sono le stesse che deteriorano l’immagine interna della Nazione.
Nonostante il partito detenga la maggioranza nelle Regioni – continuando ad esser determinante – il messaggio che arriva dalle urne sancisce la fine inequivocabile dell’egemonia socialdemocratica in Danimarca, e mette in luce le difficoltà di un partito costretto a ridefinirsi tra nuove sensibilità urbane, spinte ecologiste e squilibri socio-economici che si riflettono in tutta Europa.
Ammir Stefan El-Mehrat
Foto © The Guardian, Berlingske, Weimar Politics, Politiken













