Dall’ermetismo fiorentino alla maturità poetica e teatrale, il viaggio di un grande autore del Novecento tra spiritualità, modernità e impegno civile
Mario Luzi occupa un posto particolare nella famiglia dei cosiddetti ermetici e, insieme a Piero Bigongiari e Alessandro Parronchi, ha costituito l’apice dell’ermetismo fiorentino. Proveniente dall’Università di Firenze, Luzi sviluppò fin da giovane un tema dominante nella sua poesia, quello della celebrazione dell’autobiografia dove viene messo in risalto il drammatico conflitto tra un IO portato per le cose sublimi e le scene terrestri che gli vengono proposte.
Il poeta e saggista Mario Luzi venne chiamato all’Università di Urbino nel 1962 da Carlo Bo. Frequentazioni sempre più attive finchè nel 1972 venne assunto ed ebbe le prime cattedre di letterature comparate e magistero. Il magnifico rettore Carlo Bo intuì subito le capacità geniali del poeta Luzi, proveniente dalla esperienza ermetica, che va dagli esordi con La barca del 1935 fino, in modo approssimativo, a Quaderno gotico con al centro Avvento notturno.
In questo periodo l’ideologia del poeta è improntata sul cristianesimo rinforzata dal recente pensiero cristiano francese (Peguy e Claudel), mentre, sul piano letterario, prosegue la linea «orfica» appartenente alla lirica moderna che ha come archetipo Mallarmé e che retrocede fino a Coleridge e al suo visionario romanticismo, senza dimenticare anzi recuperando la tradizione italiana, vicina a Arturo Onofri e Dino Campana, e non estraneo alla lezione surrealista d’oltralpe di Paul Eluard.
Suggestioni dannunziane
Avvento notturno del 1940 è un libro che pur apparentemente sembra riportarci al nostro decadentismo liberty di inizio secolo, contiene nella forza dei suoi endecasillabi un forte strumento derivante dai surrealisti. In questa prima fase poetica, che tanto affascinò Carlo Bo, si susseguono le immagini dei paesaggi lunari, delle città spettrali, dei marmi e delle pietre preziose, degli angeli lacrimanti e delle chimere che riempiono questi versi, che troveranno un riscontro pittorico nel tardo movimento Metafisico di De Chirico, ma che si allontanano apparentemente dal liberty di Onofri, grazie a un lessico pur impreziosito da suggestioni dannunziane, mantiene vivo l’esprit umanistico-toscano.
E questa tensione avrà il suo acume nella raccolta Un brindisi (1946), ma già nelle liriche datate 1940-’44 (Quaderno gotico) si sentono le letture ed esperienze europee, come quelle derivanti da Rilke e da George.
Realtà cittadina e boom economico
Il secondo e centrale momento poetico in Luzi corrisponde con le tre raccolte Primizie del deserto (1952), Dal fondo delle campagne (1965) fino a Su fondamenti invisibili (1971), in cui il poeta toscano raggiunge i maggiori risultati.
Con la raccolta Nel magma del 1963, Luzi raggiunge una tappa importantissima per l’intera poesia italiana e in cui si ha una evoluzione fra realtà cittadina e boom economico e permette alla poesia di trovare una propria cittadinanza. Il modulo ideologico permette una maggiore intrusione delle strategie stilistiche tese alla mimesi del parlato. Il verso poetico di Luzi pur non perdendo gli accenti sensuali, acquista in tristezza e inquietudine diventando un verso in movimento. Il paesaggio diviene più aspro e corroso dal vento e vi è un avvicinamento alla poesia di Ungaretti.
La terza fase e ultima poesia di Luzi presenta una modifica di stile più prosastico e i contenuti sono aperti ai ricordi dell’adolescenza, alla descrizione di ambienti quotidiani vicino a quella di paesaggi esotici. Nelle ultime opere di Luzi vi è una profonda partecipazione alle forme dell’individualismo spirituale.
La produzione drammaturgica di Mario Luzi
Contemporaneamente alla produzione lirica si affianca in Luzi una produzione drammaturgica. Mario Luzi è anche autore di testi teatrali. Dal primo che è Pietra oscura (1946) all’ultimo Il fiore del dolore (2003) corrono quasi sessant’anni di teatro. Testi dal forte carattere religioso, che incontrano con poeti come padre David Maria Turoldo e il teatro di Testori. Una identità cattolica si riscontra apertamente ne «La passione. Via Crucis al Colosseo» del 1999.
Il convegno internazionale su Giuseppe Ungaretti a Urbino, dal 3 al 6 ottobre 1979
Mario Luzi partecipò come la maggior parte dell’intelligentia letteraria europea al convegno urbinate, insieme a Carlo Ossola, Bigongiari, Bo, Piccioni e altri, a testimonianza che la poesia è universale, pur attraversando momenti storici, movimenti artistici.
Il grande poeta toscano era come il magnifico rettore Carlo Bo, ormai all’apice di incontri, esperienze letterarie e anche gli incontri con gli studenti erano momenti di fruttuosi interscambi generazionali. Alla poesia, come ricordava Mario Luzi, riprendendo la lezione critica di Carlo Bo, si deve chiedere non la rappresentazione dell’esistente, ma un salto dal conosciuto e dal già dato, verso l’assolutezza che può balenare attraverso la parola. Così la poesia può forse aiutarci ad accostare verità più intime e profonde, il niente che è tutto evocato in Montale.
Dall’ermetismo alla interpretazione dantesca della Commedia, attraverso le tre cantiche di Mario Luzi (Paradiso) e Giorgio Caproni (Inferno) si muovono, per orientamento linguistico, ai poli opposti. L’opera di Carlo Betocchi, una sorta di porta aperta alla salvezza, il Purgatorio.
Una poesia che resta fedele all’uomo, senza accensioni astratte o metafisiche, da linguaggio angelicato, né abissi. Betocchi, poeta religioso come Luzi, non svela il caos del mondo, il rebus delle forme, lo stigma dei «segni» da interpretare. In Luzi le suggestioni paradisiache si sviluppano e in Caproni le visioni infernali si susseguono. Betocchi è il poeta della vecchiaia, cioè del Purgatorio del corpo. E scrive: «….oggi penso che non avrei voluto somigliare a Rimbaud. Da giovane, quando l’amavo, non avevo meditato abbastanza la spaventosa aridità delle Illuminazioni, il cui splendore lampeggia di superbia….Vorrei invece aver somigliato ad Eliot, che nella sua creazione di poesia, rifacendosi a Dante, ha restituito alla pietà il trono che le spetta».
Paolo Montanari
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