Canberra tra alleanze militari, sicurezza interna e ambizioni Onu mentre valuta come reagire agli attacchi iraniani e al rischio di indebolire l’ordine globale basato su regole
Il ministro della Difesa e vice primo ministro australiano Richard Marles ha dichiarato che c’è stato un attacco di droni da parte dell’Iran contro la base militare di Al Minhad Air Base, a circa 40 chilometri da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove era presente personale dell’Esercito australiano. Nessun militare è rimasto ferito.
Presenza australiana in Medio Oriente
Più di 100 militari australiani si trovano in servizio in Medio Oriente, secondo quanto riferito dal Ministro della Difesa, e la maggior parte si trova proprio negli Emirati Arabi Uniti. Il ministro Marles ha inoltre spiegato che non è possibile prevedere la durata del conflitto in Iran e ha ribadito che il Governo è stato molto chiaro nel sostenere quell’azione, perché l’obiettivo principale era impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare utilizzabile, che rappresenterebbe una catastrofe per il Mondo.
Circa 115.000 australiani si trovano attualmente in Medio Oriente e, in condizioni normali, circa 11.000 di loro viaggiano ogni giorno in aereo nell’area mediorientale.
Il Ministro degli Esteri Penny Wong ha dichiarato di aver parlato con il vice primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan, per chiedere supporto ai viaggiatori australiani. Ha aggiunto che il Dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio sta lavorando giorno e notte per fornire assistenza agli australiani presenti nella Regione. Inoltre ha affermato che l’Australia condanna gli attacchi indiscriminati e irresponsabili del regime iraniano contro gli Emirati Arabi Uniti, compresi quelli contro civili e infrastrutture civili.
Posizione del primo ministro
Anthony Albanese, ai microfoni di ABC News, ha chiarito che l’Australia non è coinvolta negli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Tuttavia, questo non significa che alcuni effetti del conflitto non possano farsi sentire anche sul territorio australiano. Ha spiegato che, grazie alla posizione geografica dell’Australia come Continente–Isola, il Paese è in gran parte protetto dalle tensioni in Medio Oriente.
Albanese ha sottolineato che quella Regione è «molto lontana dall’Australia» e che «non è un grande attore in Medio Oriente», rispondendo alla domanda su cosa farebbero se gli Stati Uniti chiedessero assistenza.
Livello di minaccia terroristica
Il livello di minaccia terroristica in Australia rimane invariato a “probabile”. Questo significa che esiste una probabilità superiore al 50 per cento che nei prossimi 12 mesi possa verificarsi o essere pianificato un attacco sul territorio australiano. È stato spiegato che il livello di allerta non è cambiato dopo l’attacco terroristico di Bondi Beach, che ha causato la morte di 15 persone innocenti e il ferimento di molte altre.
Il primo ministro Albanese sembra quindi proseguire con una linea di fermezza rispetto alla crisi iraniana, pur non sostenendo militarmente l’operazione, e allo stesso tempo ribadisce la difesa della coesione sociale e dei valori australiani, inclusi multiculturalismo e sicurezza interna.
Analisi di Misha Kitchell
Un articolo del giornalista Misha Kitchell, pubblicato sulla piattaforma accademica indipendente The Conversation, sostiene che il punto centrale dell’attacco all’Iran non sia politico ma giuridico. Washington e Gerusalemme hanno fornito spiegazioni politiche dell’operazione, ma non hanno presentato una chiara giustificazione legale. In particolare, non è stato invocato in modo esplicito il diritto di autodifesa. E questo probabilmente perché non vi sarebbero prove di un attacco iraniano imminente.
Il tema è rilevante perché il diritto internazionale si fonda sulla Carta delle Nazioni Unite del 1945. Ha più di 80 anni, ma si evolve attraverso la prassi degli Stati. Ogni precedente conta. Il modo in cui oggi viene utilizzata la forza militare può influenzare l’interpretazione futura delle regole internazionali.
Posizioni storiche dell’Australia e contesto attuale
Nel tempo, l’Australia ha adottato un approccio pragmatico. Dopo l’11 settembre ha sostenuto il diritto di autodifesa degli Stati Uniti e ha partecipato alla missione in Afghanistan. Ha appoggiato Israele dopo gli attacchi di Hamas del 2023. Sempre nel 2003, però, sull’Iraq fu più prudente: ci fu un ampio dibattito pubblico prima di unirsi agli Stati Uniti e al Regno Unito. Sull’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, invece, Canberra ha assunto una posizione molto chiara, definendo l’azione illegale.
Il contesto attuale è ancora più delicato. L’amministrazione Trump ha adottato iniziative che sollevano diverse questioni di diritto internazionale: l’intervento in Venezuela con l’arresto di Nicolás Maduro, la minaccia di usare la forza per la Groenlandia, i dazi contro Paesi europei, il sequestro di navi in alto mare e la strategia contro la leadership iraniana.
Per l’Australia, alleato storico degli Stati Uniti e partner nell’alleanza ANZUS ((Australia, New Zealand, United States Security Treaty) e nel patto AUKUS, la situazione è complessa. Canberra ha già investito miliardi di dollari nel programma. Questo rende ancora più delicata ogni presa di posizione pubblica.
Finora il Governo Albanese ha scelto una linea prudente. Non ha espresso un giudizio legale autonomo sulla legittimità degli attacchi e si è limitato a dire che eventuali giustificazioni spettano agli Stati coinvolti. Una posizione che molti sintetizzano con l’espressione: “dire poco o nulla”.
Altri Paesi, come la Norvegia, hanno invece dichiarato apertamente che l’allargamento del conflitto non è in linea con il diritto internazionale.
Questioni centrali per l’Australia
La questione è centrale: l’uso della forza è il cuore del sistema delle Nazioni Unite. E l’Australia, che ambisce a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dal 2029, dovrà prima o poi chiarire se intende difendere in modo esplicito la Carta Onu oppure adattarsi a una logica internazionale sempre più basata sul principio che “chi è più forte decide”.
Va anche aggiunto che la rimozione di regimi autoritari non produce cambiamenti immediati, ma nel medio periodo può aprire nuovi spazi. Quando una dittatura percepita come repressiva viene colpita, una parte della popolazione può reagire con sollievo o speranza, soprattutto se da anni manifesta contro il regime.
In Iran, le proteste contro il sistema degli ayatollah sono state numerose e duramente represse. Per quarant’anni diplomazia, sanzioni e negoziati non hanno portato alla trasformazione del regime. Da qui nasce l’idea che la pressione diretta possa ottenere ciò che la diplomazia non è riuscita a realizzare.
Ruolo delle Nazioni Unite
C’è poi un’altra questione che non può essere trascurata: il ruolo dell’ordine internazionale e delle Nazioni Unite.
Molti osservatori sostengono che l’Onu appaia spesso paralizzata nei grandi conflitti. Tuttavia il problema non è solo di volontà, ma strutturale. Il Consiglio di Sicurezza, cuore del sistema, è bloccato dal diritto di veto dei cinque membri permanenti. Se una grande potenza è coinvolta, direttamente o indirettamente, ogni risoluzione può essere fermata. Un meccanismo pensato nel 1945 per evitare uno scontro tra superpotenze, ma che oggi finisce per impedire decisioni rapide nei momenti di maggiore crisi.
In altre parole, il sistema multilaterale non è inattivo perché “dorme”, ma perché è costruito su un equilibrio che funziona solo se le grandi potenze collaborano. Quando entrano in competizione, l’Onu si immobilizza.
La domanda diventa allora più ampia: se la diplomazia multilaterale è bloccata e la pressione politica non produce cambiamenti, la comunità internazionale deve accettare l’uso unilaterale della forza? Oppure il vero problema è che il sistema del 1945 necessita di una riforma profonda per adattarsi a un Mondo multipolare? È qui che si gioca la partita più delicata: non solo la caduta di un regime, ma la credibilità stessa dell’ordine internazionale fondato sulle regole.
Ruolo dell’Australia nel dibattito
Ed è proprio qui che l’Australia non può restare neutrale nel dibattito.
Canberra è un alleato storico degli Stati Uniti, parte dell’ANZUS e oggi legata strategicamente ad AUKUS con investimenti miliardari. Ma è anche un Paese che ambisce a un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal 2029. Non può quindi limitarsi a osservare.
Se l’ordine internazionale fondato sulla Carta Onu si indebolisce, l’Australia potenza media ma influente dovrà decidere che ruolo vuole giocare: sostenere con chiarezza un sistema basato su regole condivise, anche quando questo comporta tensioni diplomatiche, oppure adattarsi a una fase storica in cui la forza torna a prevalere sul diritto.
La crisi iraniana non riguarda solo Teheran o Washington. Riguarda il futuro dell’equilibrio globale.
E la domanda che si pone anche per l’Australia è semplice ma decisiva: in un mondo sempre più instabile, vuole essere soltanto un partner strategico o anche una voce autorevole nella difesa delle regole internazionali?
Giovanni Maria Pontieri
Foto © India Today, ABC News, Wikipedia













