Bentornati nel 1914

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Guerre

Guerre, globalizzazione, disuguaglianze e il ritorno di errori storici in un Mondo che sembra non aver imparato

Centododici anni fa scoppiò la Grande Guerra, nonché il primo conflitto internazionale che vedeva protagonisti diversi Paesi – anche non europei. In quel periodo le grandi potenze avevano già colonizzato gran parte del Mondo, perciò le conseguenze della guerra ebbero effetto anche sui territori dove non vi erano campi di battaglia o trincee.

Il clima bellico incombeva nelle società del tempo già prima della goccia che fece traboccare il vaso, poiché non è mai una sola singola azione che porta al conflitto.
Infatti, oltre al grande spirito imperialista che caratterizzava le corone delle potenze del tempo, anche la corsa al riarmamento fu un segnale determinante di ciò che stava per accadere. Non vi era nemmeno un particolare che potesse far sperare in una soluzione diplomatica o diversa dalla guerra, come lo so? Immagino sia la stessa angoscia che proviamo noi oggi…

Un secolo di errori ripetuti

Un secolo è bastato affinché ci fosse un ricircolo di informazioni, ideali e di figure storiche tale da consentire alla società odierna di ricommettere gli stessi identici errori del passato. La globalizzazione conduce agli stessi risultati della colonizzazione: ciò che accade in un Paese si riversa nella politica, nell’economia e nella società di un altro.

Seppur esso sia un concetto alquanto basico ecco alcuni esempi che ne sono la prova: la guerra tra Ucraina e Russia ha inevitabilmente giocato un ruolo fondamentale riguardo Guerrel’inflazione che beni come il grano o la benzina hanno subito. Per non citare il clima di terrore che si era diffuso per la vicinanza di questo conflitto al nostro Paese, e le eventuali ripercussioni a livello politico. Nella teoria l’Italia non era direttamente coinvolta nel conflitto, tuttavia, in quanto membro della Nato nel caso ci fosse stata un’escalation ne sarebbe potuta diventare protagonista aldilà della vigenza dell’articolo 11 della Costituzione.

E ancora, la guerra tra Israele e Palestina, anche quest’ultima ha avuto gravissime conseguenze sulla nostra quotidianità sebbene sia geograficamente e politicamente lontana da noi. Infatti, in questo caso nessuno dei due Paesi citati è un membro ufficiale della Nato – ad esempio – motivo per il quale non è detto che gli attacchi a questi territori comportino una reazione da parte di qualche Stato. Eppure il conflitto ci ha toccato nel profondo, prima di ogni cosa sotto il profilo morale poiché in pochi riuscirebbero a rimanere impassibili davanti un genocidio, ma anche a livello geopolitico e religioso.

Questo è il vero significato di globalizzazione, non si tratta solo dell’aspetto economico e di un commercio oltre i confini del proprio territorio, bensì riguarda l’interconnessione che si crea tra tutti gli Stati del Mondo.

La società del consenso negato

Oggi ci ritroviamo catapultati nella stessa realtà del 1914, l’unica differenza è che il mondo è più cattivologorato e corrotto. Chi è al potere ha imparato dagli sbagli di chi lo ha preceduto e ha raffinato i metodi. Oggi non servono più consensi, ma conferme. Conferme del fatto che tutto è automaticamente concesso poiché in tutti questi anni si è lavorato per creare una società che invece di lottare soccombe, la stessa che descrive Orwell in 1984 che oltre a subire il silenzio lo predilige al rumore. Una società di inetti.

Le conferme sono largamente elargite al potere: nessuno ha subito delle reali conseguenze per i genocidi attuali come quello in Palestina, in Rwanda e in Congo; come nessuno risponde per la presenza di files pubblicati ufficialmente dal Governo statunitense dove vengono narrate vicende agghiaccianti; nessuno rimprovera gli Stati Uniti che di una guerra ne fanno una stupida propaganda politica pubblicando video su TikTok; nessuno che ha il coraggio di puntare il dito contro i grandi imperi coloniali del secolo scorso che, dopo aver profanato risorse naturali e aver sfruttato mano d’opera in quantità, pensano di potersi pulire la coscienza prestando soldi a Paesi che non sono in grado di ripagare il proprio debito pubblico (banalmente questa è la ragione per la quale un Paese povero rimane tale).

Il prezzo della guerra

Dunque, cosa serve di più al potere? Già si è impossessato della nostra moralità e della nostra facoltà di reagire e condannare qualunque cosa accada sotto i nostri occhi, gli esempi sono molteplici e quelli sopra citati non ne costituiscono neanche una piccola parte; ma ciò non ha valore poiché le informazioni circolano e sono alla portata di tutti, eppure nessuno viene spodestato dalla poltrona su cui è agiamente seduto.

Questo è lo scenario fertile per una guerra, che è effettivamente diventata pace come scritto in 1984 di Orwell. Ad oggi, tutto è concesso se spacciato per giusto, ma chi è il giudice? Chi stabilisce la veridicità di questo grande scopo?

Tupac, grande rapper afroamericano una volta disse: «They got money for wars but can’t feed the pours» ossia «hanno soldi per le guerre ma non riescono a sfamare i poveri» ed è effettivamente così.

Gli Usa oggi sono in guerra con l’Iran, perché non era sufficiente finanziare le guerre degli altri. Tuttavia, i dati parlano chiaro: negli Stati Uniti il tasso di povertà è del 10,6%, ciò significa che all’incirca 35,9 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà federale (ultimi dati pubblicati dal U.S. Census Bureau, ossia l’ufficio statistico statunitense).

Un debito davvero alto

Nonostante questo, piuttosto che aiutare queste persone, nonché cittadini, si spendono risorse per una guerra che, secondo quanto affermato dal presidente Trump, potrà durare per un tempo «indefinito» poiché vi sono «tremende quantità di munizioni».

Secondo i dati del KFF (Kaiser Family Foundation) riportati nel 2025, circa il 37% degli adulti ha rinunciato o rimandato cure necessarie perché fuori dalle loro possibilità economiche, benché fossero assicurati. Più o meno il 75% degli adulti senza assicurazione sanitaria non si è potuto permettere di sottoporsi a cure e visite mediche. Intorno al 20% dei cittadini non ha acquistato i medicinali prescritti a causa del costo dei ticket e delle franchigie dei farmaci, e circa 31 milioni di cittadini hanno dovuto richiedere dei prestiti per coprire i debiti sanitari in base all’indagine pubblicata nel 2025 dal Gallup/West Health Survey.

In conformità a quanto evidenziato nei dati che fanno riferimento a gennaio 2026 del Department of the Treasury, il debito federale lordo totale ammonta all’incirca a 38,5 trilioni di dollari.

La democrazia come illusione

È dunque ovvio che i cittadini statunitensi non possono permettersi questa guerra, e che il Governo avrebbe tanto altro su cui investire, gli esempi riportati sono solo la punta dell’iceberg. Tutta questa smania di esportare un modello di democrazia basato sul diritto che in primis gli Usa non sono in grado di applicare nel loro territorio. Tutto è lecito finché non accade a casa propria, gli Stati Uniti sono i mentori di questa corrente di pensiero. La guerra a casa degli altri è il loro talento, il loro cavallo di Troia; e, come abbiamo avuto modo di vedere dalle precedenti “crociate” che hanno portato avanti, di democratico resta ben poco quando il grande colosso decide che è ora di ritirarsi.

La verità è che la pace e l’armonia sono d’interesse solo quando fa comodo, la democrazia è distorta ad oggi quasi utopica. Non è nell’interesse del potere che tutti abbiano almeno un pasto caldo, un tetto sulla testa o tantomeno un’istruzione, esso ormai si compiace della sua onnipotenza. Oggi solo alcuni Paesi sono in guerra, domani inevitabilmente tutti.

Bentornati nel 1914.

 

Germana Sofia Ramirez Arostica

Foto © Bald Mountail Literature – Altervista, United Nations in Ukraine, Reddit

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