Dalla guerra alle missioni internazionali, il racconto di una vita tra chirurgia, intelligence e un accordo che lo salvò dalla morte
Talvolta nella vita si fanno degli incontri con persone che mai avremmo pensato essere state, negli anni ’60 e ’70 dell’altro secolo, personaggi importanti dell’intelligence occidentale. All’inizio del 2025 ero andato a trovare in una Rsa un ex collega che era lì ricoverato. Era in piacevole conversazione con un distinto signore che si presentò come Adriano Monti, ex medico chirurgo, novantacinquenne dotato di grande memoria.
Aveva lavorato per l’Oms – Organizzazione mondiale della sanità – in molti Paesi del Medio Oriente e in particolare in Palestina. Affermò di conoscere perfettamente l’inglese, il francese, il tedesco e l’arabo. Dopo circa una mezz’ora di gradevole conversazione, Adriano Monti mi fece dono di un suo libro, “Nome in codice Siegfred”, TEA Edizioni. Il dr. Monti si aprì ad alcuni ricordi e raccontò che per 50 anni, a insaputa della famiglia, era divenuto agente segreto, ovvero informatore, di una organizzazione di origine tedesca, Gehlen.
Questa organizzazione, precisò il dr. Monti, «si è dissolta a inizio anni Novanta. Dei miei commilitoni sono rimasto in vita solo io». In realtà, dopo tre mesi dall’incontro, sono venuto a conoscenza che il dr. Monti è deceduto anche lui, portando nella tomba molti segreti.
Ebbe a precisare, quel giorno, che durante la sua attività “operativa segreta” non aveva mai ucciso alcuno; anzi, con il suo operato da medico chirurgo, aveva salvato numerose persone in molti ospedali in Francia e Medio Oriente, ove dirigeva il reparto di chirurgia e raccoglieva dai pazienti notizie utili al suo lavoro di informatore.
Dal fronte alla medicina
Dalla lettura del libro “Nome in codice Sigfried” apprendiamo che la storia avventurosa di
Adriano Monti, classe 1930 e originario di Rieti, era iniziata a quindici anni, quando era stato attratto dalle teorie naziste. Falsando l’età si era arruolato nelle SS internazionali, fu addestrato in Germania e spedito sul fronte francese, quindi in Valtellina in azioni contro i partigiani. Ferito da questi nel 1945, fu catturato e ricoverato nell’ospedale di Sondrio, quindi inviato in un campo di concentramento alleato in alta Italia. Nel 1948 si iscrisse a medicina all’Università La Sapienza di Roma, laureandosi nel 1954.
L’accordo segreto
Molti lettori, e anche il sottoscritto, si saranno chiesti perché Adriano Monti, quando fu catturato dai partigiani nel 1945 con la divisa delle SS, non fu giustiziato. Ne parla lui stesso nel suo libro.
Era domenica 25 febbraio 1945: le sorti della guerra erano ormai segnate dalla vittoria degli Alleati. A Chiasso, alla frontiera con la Svizzera, la pioggia era torrenziale. Una colonna costituita da due motociclisti tedeschi scortava una Mercedes nera con targa CD – Corpo Diplomatico – e un blindato delle SS. Si fermarono dinanzi la sbarra di confine. Ne scesero due signori, entrambi in abiti borghesi. Esibirono al gendarme svizzero i passaporti diplomatici e varcarono la frontiera. Qui furono fatti salire su un’altra Mercedes nera, che era in attesa in territorio svizzero, insieme a un giovane colonnello: si trattava di Roger Masson, dei servizi segreti svizzeri. L’auto si incamminò verso Lucerna.
Il più anziano dei due tedeschi era il generale delle Waffen SS Karl Friedrich Wolff, comandante della polizia politica in Italia, classe 1900, di religione protestante, grande ammiratore di Papa Pio XII, con il quale talvolta si incontrava a Roma.
L’altro era il maggiore delle SS Dollmann, che qualche giorno prima aveva avuto un lungo colloquio a Milano con il cardinale Schuster.
Trattativa
Giunsero a Lucerna e furono accolti in una grande villa, in una sala ove era stato predisposto un rinfresco. Al termine della consumazione – racconta sempre nel suo libro Adriano Monti – sei persone si raccolsero attorno a un tavolo ovale. Quello che appariva l’anfitrione dette il benvenuto in tedesco e precisò poi di essere autorizzato a parlare a nome degli Alleati. Il personaggio era Allen Dulles, capo dell’Oss (Office of Secret Service, il servizio segreto americano). Il quale esordì sostenendo che la fine del conflitto era imminente e quindi era essenziale «vi fosse una trattativa tra partigiani italiani e forze tedesche per evitare inutili stragi tra le due parti».
Il colonnello Masson presentò un signore che era seduto all’estremità del tavolo, che fino a quel momento non aveva proferito parola. Si trattava di un ingegnere ambrosiano, facente parte del direttivo del Comitato di Liberazione Alta Italia, le cui credenziali erano state sottoscritte dal generale Cadorna. Il generale Wolff, rivolgendosi ai presenti, dichiarò che aveva provveduto a far liberare dalla prigione di Genova Pertini, Ferruccio Parri, un certo Sogno e altri ritenuti appartenenti a gruppi partigiani che operavano nelle valli del Piemonte.
Il salvataggio
Fu stilato quindi un protocollo d’intesa su carta intestata dei servizi segreti svizzeri e firmato per primo da Allen Dulles, seguito dal generale Wolff e dal rappresentante del Clnai. L’accordo prevedeva che, in caso di cattura di SS, compresi gli italiani di supporto alle truppe tedesche, questi dovessero essere considerati prigionieri di guerra e consegnati agli Alleati. Fu in base a questo accordo che Adriano Monti si salvò dai partigiani.
E proprio grazie a questo accordo che, il 27 aprile 1945, permise alla colonna di tedeschi che si avviava verso l’Austria, e alla quale si era accodato Mussolini, di passare indenne; mentre il Duce fu riconosciuto e il giorno dopo ucciso dai partigiani, mentre gli altri esponenti fascisti che lo seguivano furono tutti passati per le armi lo stesso giorno. Monti, negli anni ’50, fu contattato dalla rete segreta Gehlen e ne divenne informatore. Si incontrò anche con Otto Skorzeny, il “salvatore” di Mussolini, ma di questo ne scriveremo in un prossimo articolo.
Giancarlo Cocco
Foto © Il Libraio, Spazio70, Warfare History Network













