I testamenti di alcuni dei più grandi personaggi storici italiani in mostra

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A Roma, fino al 30 marzo, le vicende successorie di importanti contribuenti da Bernini al Belli, da Giuseppe Garibaldi a Grazia Deledda, da Pirandello a D’Annunzio

11 Marzo 2017 | di | Costume

Il testamento è un atto mediante il quale una persona manifesta la propria volontà e dispone, nel momento in cui non sarà più su questa terra, a chi lasciare i suoi beni. Negli studi notarili si creano e si conservano documenti che raccontano le storie, i lasciti morali, filosofici e politici di grandi personaggi che hanno contribuito a segnare la storia d’Italia. È quanto garantisce la mostra “Chiamati all’eredità. Dalla Carta al Digitale” allestita a Roma presso l’Archivio di Stato – Biblioteca Alessandrina in Corso Rinascimento, a due passi dal Senato della Repubblica, promossa dall’Agenzia delle Entrate, dall’Archivio di Stato e dal Consiglio Nazionale del Notariato, curata e organizzata da Cristiana Carta, Adriana Noto e Gaetano Corallo, che racconta la storia della dichiarazione di successione partendo dall’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.

La legislazione attica dell’antica Grecia sin dal VI secolo a.C., grazie a Solone, permetteva di dare i propri beni «a chiunque si voglia, in assenza dei figli si valuta l’amicizia più della parentela». Chi subentrava ai beni del “de cuius” diventava di fronte alla polis, il proprietario effettivo e doveva adempiere tutte le formalità prescritte dal diritto. Il primo tributo sulle successioni di cui si ha notizia risale all’Egitto tolemaico ed è un frammento, riprodotto nella mostra, scritto in greco riguardante la ricevuta di pagamento di una tassa di successione per terreni agricoli in Tebe riconducibile al regno di Tolomeo X. La cifra versata ammontava a 75 talenti più 15 di mora probabilmente dovuti per ritardato pagamento (il fisco, anche all’epoca, non faceva sconti). In epoca romana esistevano codificazioni scritte che regolavano l’eredità, come la Lex Iulia de vicesima hereditatum dell’Imperatore Ottaviano Augusto del VI secolo d.C. che istituiva il tributo successorio per rimpinguare le finanze dello Stato dissanguato dalle lunghe guerre civili.

Dal secolo XI in poi, il diritto successorio favorì l’adgnatio, ossia la parentela civile che dava preferenza ai maschi sulle femmine. Solo nelle città marinare di Genova e Venezia le donne erano chiamate a partecipare alla successione dei beni mobili. L’imposta di successione fu introdotta in Inghilterra dai Normanni nel XI secolo ed è menzionato nella Magna Carta. Tributo simile era presente nella Repubblica di Venezia. Una legge veneta del 1546 spiegava che si doveva pagare per la successione il Quintello ovvero il quinto della quinta parte dell’eredità ossia il quattro per cento. Ora si chiama tassa di registro per eredità. Una legge francese del 1798 applicava una tassa sui trasferimenti di beni mobili e immobili in base al grado di parentela. In Italia nel 1854 l’allora ministro delle Finanze Camillo Benso di Cavour estese la tassa di successione ai trasferimenti in linea retta superiori ad un determinato valore. Nella mostra è esposto il testamento olografo di Giuseppe Garibaldi del 1 giugno 1882, ma anche il testamento di Giuseppe Zanardelli ministro della Giustizia di fine 1800, un vero e proprio libro.

Il testamento del grande poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli, qui esposto, così principia: «…non volendo negli attuali momenti il cui il Cholera asiatico principia a percuotere questa città…raccomando all’Altissimo Onnipotente ….». Gian Lorenzo Bernini nel suo testamento scritto in calligrafia finissima, termina con la richiesta che: «il mio corpo voglio che sia seppellito nella Sacrosanta Basilica di Santa Maria Maggiore dove dovrà avere sepoltura. Firmato: Gio Carlo Bernini testatore mano propria. Cavallerinus». Particolarmente nutrito di donazioni il testamento di Francesco Borromini del 13 agosto 1667 che riporta: «lascio alla venerabile chiesa di San Giovanni de Fiorentini de Roma scudi mille moneta…alla Chiesa del Gesù cinquicento moneta…alla signora Giovanna Madreno cento doppie per una sola volta.. all’eminentissimo signor Cardinale Carpegna due collane d’oro, una fatta a treccia con la croce…».

E ancora il testamento di Camillo Benso di Cavour del 1857 sul quale si legge, tra l’altro: «…lascio al mio cameriere una pensione di annue lire trecento e l’intero mio guardaroba con tutti li abiti e lingerie di mia persona…a questa mia città patria (Torino) la somma di lire cinquantamila per una nuova sala d’asilo infantile nel quartiere Portanuova». Quello di Grazia Deledda del 1935, di Gabriele D’Annunzio del 1 maggio 1937, di Enrico De Nicola del 18 dicembre 1947, ma quello più triste sono senza dubbio  le ultime volontà del grande Luigi Pirandello che lasciò scritto: ”«Sia lasciata passare in silenzio la mia morte…Morto non mi si vesta. Mi s’avvolgo in un lenzuolo. Niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe quello dei poveri. Nessuno mi accompagni né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Il mio corpo sia arso e sia lasciato disperdere perché neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare, l’urna cineraria sia portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra della campagna di Girgenti dove nacqui».

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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