Roberto Bolaño: le imprevedibili traiettorie del noir

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Esce una nuova traduzione de “La pista di ghiaccio”, romanzo d’esordio dello scrittore cileno trapiantato in Spagna, scomparso nel 2003

21 Febbraio 2019 | di | Cultura - Libri

“Se proprio devo vivere, che sia senza timone e nel delirio”, parole emblematiche vergate dal miglior amico di Roberto Bolaño, il poeta Mario Santiago, non a caso scelte come epigrafe a La pista di ghiaccioappena riedito da Adelphi in una nuova traduzione. Un atto simbolico, quasi a voler tessere un filo invisibile in grado di tenere insieme quell’immensa messe di indizi e casualità che è l’opera dello scrittore cileno. Un intreccio inestricabile di incomprensibili traiettorie che vedono ad esempio lo stesso Santiago, personaggio anticonformista e alcolizzato, modello per l’Ulises Lima dei Detective selvaggi, morire proprio quando Bolaño dà alle stampe questo suo libro straordinario, animato dalle ombre effimere di innumerevoli poeti.

“Ma la verità è che nulla riusciva a tranquillizzarmi. Ogni giorno che passava la mia paura cresceva. Paura di che cosa?” (pg. 189), dice Gaspar Heredia, una delle voci narranti, aprendo uno squarcio su uno dei temi cardine della narrativa di Bolaño. Collocato agli albori della relativamente breve e straordinaria stagione creativa dello scrittore cileno trapiantato in Spagna, La pista di ghiaccio contiene già tutte le sue ossessioni: lo spazio onirico a confondere il reale, il nomadismo, la violenza, il delitto.

Tre voci, tre ricostruzioni diverse della realtà, se di questo si può parlare in un mondo nel quale tutto appare stranamente transitorio. “I volti e le luci si scorgevano a stento e la gente avvolta in quella cappa sembrava energica e ignara, frammentata e innocente, come in effetti eravamo” (pg. 15). Creature sfocate, sempre sul punto di sparire in un’altra dimensione, animano le sue pagine. Un senso di precarietà si insinua nella narrazione, quello stile che costituisce il sostrato inconfondibile della scrittura di Bolaño.

L’identità è un qualcosa di indefinito e sfuggente. Gaspar Heredia non ha il permesso di soggiorno, non possiede un permesso di lavoro. Vive in una sorta di purgatorio che lo consegna all’oblio. Sogna commissariati spazzati dal vento, documenti sbiaditi che nessuno leggerà più e che il tempo è destinato a cancellare.

La pista di ghiaccio smonta le consuete traiettorie del noir, per intessere un racconto del tutto peculiare. L’apparizione di una figura femminile splendida e indimenticabile, la truffa che questa involontariamente mette in moto, l’omicidio conclusivo, sono altrettanti elementi di un giallo fortemente originale. Non è tanto il desiderio di conoscere l’autore del crimine a spingere avanti il lettore, quanto la narrazione labirintica e affabulante. Tutti i protagonisti sono in trappola, mentre l’amore è un atto consumato in fretta “come se la cosa non ci riguardasse e i veri amanti fossero morti e sepolti” (pg. 163).

Fulcro del libro la pista di ghiaccio, costruita illegalmente in un palazzo in rovina da un goffo burocrate soggiogato dal sentimento d’amore, metafora di una realtà enigmatica e perturbante. Un luogo dal carattere labirintico, caotico, incerto, pensato dalla mente forse disturbata di un fantomatico epigono di Gaudí, abitato da misteriose figure, la donna che canta, la ragazza con il coltello e numerose altre.  L’ombra di Kubrick, del resto esplicitamente evocata all’interno del libro, si proietta enorme. Il male si annida nella luce, come avviene in Shining, mentre il rosso del sangue screzia la distesa di ghiaccio, formando una lettera che nessuno potrà decifrare. Il segno di un qualcosa di inafferrabile, come nei libri di Thomas Pynchon, l’orma di un essere misterioso che possiamo solo inseguire, senza mai raggiungerlo, mentre il mondo seguita a girare imperturbabile nel vuoto siderale.

Riccardo Cenci

***

Roberto Bolaño

La pista di ghiaccio

Traduzione di Ilide Carmignani

Adelphi

pg. 208  –  € 17,00

 

 

 

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