Si apre in Vaticano il “Second Coffin Conference” sui sarcofagi egizi

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I sepolcri lignei sono stati il primo esempio di pittura su tavola. Il blu egiziano fu impiegato anche nel Medioevo e nel Rinascimento da insigni artisti. Convegno dal 6 al 9 giugno

1 giugno 2017 | di | Eventi - Religione

«Chiudere un corpo all’interno di un sarcofago significa consegnarlo alla rigenerazione divina, la cassa rappresenta la terra e il microcosmo rinasce attraverso i riti della sepoltura». Così ha esordito la dottoressa Alessia Amenta curatrice del Reparto Antichità Egizie dei Musei Vaticani, nella conferenza stampa di presentazione del “Vatican Coffin Project” che si terrà in Vaticano dal 6 al 9 giugno.

Per quattro giorni il più piccolo Stato del mondo ospiterà archeologi, studiosi di fama mondiale, storici dell’arte provenienti da varie parti d’Europa, in particolare dal Rijskmuseum van Ouheden di Leida, dal Louvre di Parigi, dal Museo Egizio di Torino per definire un protocollo unico con il quale studiare, analizzare e decodificare i sarcofagi lignei del III periodo intermedio.

«Possiamo recuperare una serie di nozioni dai sarcofagi» – ha detto la Amenta – «esaminando il legno. In Egitto il legno non c’è e proveniva dal Centro Africa, dalla Siria e dal Libano, e per dipingerlo si utilizzavano pigmenti che venivano dal deserto. Il progetto Coffin è nato nel 2008 nel Reparto Antichità Egizie, in collaborazione con il Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro dei Musei Vaticani, presso cui sono presenti 25 sarcofagi tutti provenienti dalla Valle dei Re.

«Questo convegno dovrà rispondere ai tanti interrogativi che ancora avvolgono questi sarcofagi. Dove erano collocate le officine, chi sceglieva l’apparato iconografico per il sarcofago, esisteva un responsabile per i materiali come le vernici e dove si procurava questi materiali? C’è da precisare che i primi sarcofagi appaiono in Mesopotamia nel III millennio a.C. nella forma di casse di legno.

Il sarcofago non decorato fu usato fino all’epoca sassanide subendo trasformazioni in Babilonia e Assur ove è stato trovato un sarcofago lungo quasi 4 metri con maniglie sul coperchio e impugnature ai lati. In Siria, Fenicia e Cartagine si ritrovano le forme egiziane mentre in Palestina si trovano imitazioni in argilla. A partire dal V secolo a.C. si diffuse l’uso di sarcofagi antropoidi spesso provenienti da officine di artigiani greci.

Le analisi che sono state condotte nella collezione egizia vaticana ci danno informazioni importanti, in quanto hanno permesso di recuperare una serie di officine che lavoravano i sarcofagi e che soddisfacevano una particolare clientela. «Certamente i sacerdoti del dio Amon non si facevano fare un sarcofago da uno scriba qualunque» – precisa la curatrice – «lo vediamo dalla simbologia e dalle scene riportate sui sarcofagi e riusciamo a comprendere a chi appartenessero questi sarcofagi grazie allo studio della paleografia, lo studio delle iscrizioni e la identificazione delle mani dei pittori. Abbiamo visionato qui in Vaticano un sarcofago appartenente ad un personaggio, Butehamon, che aveva il compito di contenere i furti nella Valle dei Re e abbiamo scoperto che lui aveva trafugato un sarcofago del periodo sassanide e aveva completamente ridipinto questo sarcofago».

L’università di Messina su incarico del Vaticano ha sottoposto a TAC un sarcofago a Tomografia assiale ad altissima definizione riportandone dati interessanti, come l’abitudine di riutilizzare il sarcofago di ere precedenti sfrattandone il legittimo proprietario. Il blu egiziano era particolarmente diffuso nei pigmenti dei sarcofagi ed è uno dei più antichi della storia. Lo stesso pigmento fu conosciuto dai Romani come blu ceruleo e veniva preparato con sabbia, rame e natron riscaldando la miscela in forma di piccole sfere in una fornace. Fu utilizzato anche dagli Etruschi e dai Greci.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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