Si ricomincia a parlare di Europa federale, è un buon segnale

Intervista a Lucio Battistotti

Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea dal 1° settembre 2009, Lucio Battistotti è stato capo unità della Direzione generale (DG) Occupazione con compiti di gestione del Fondo sociale europeo (FSE) in Spagna, Danimarca e Finlandia. Nel 1995 ha fatto, inoltre, parte del gabinetto della Commissaria europea Emma Bonino.

Direttore, com’è cambiato il sentimento nei confronti dell’Europa in questi ultimi anni?

«L’atteggiamento dei cittadini è cambiato in negativo, ma ovviamente per colpa della crisi. Abbiamo recentemente commissionato all’Ispo del professor Renato Mannheimer un sondaggio su come sia cambiato il rapporto di fiducia che intercorre tra gli italiani e l’Unione europea. Ed è evidente quanto l’attuale periodo di crisi abbia avuto ripercussioni, con una percezione peggiorativa rispetto agli anni precedenti, ma lo stesso vale per le altre istituzioni nazionali o di culto. Anche se a dire il vero la maggioranza degli italiani continua a considerare positivo l’impatto dell’operato dell’Unione sull’Italia. E’ probabilmente venuto il momento di pensare maggiormente all’Europa “concreta”, a tutto ciò che oggi abbiamo grazie all’esistenza delle istituzioni comunitarie».

Sicuramente con il governo Monti – uomo che conosce profondamente le istituzioni europee – l’atteggiamento è stato di maggiore apertura nei confronti dell’Italia: crede che le cose cambino da qui a dopo le elezioni?

«Guardi credo davvero che Monti abbia fatto un ottimo lavoro, al di là delle percezioni, anche perché ha fatto soprattutto quello “sporco”, che c’era bisogno di fare. E’ indubbio che nei confronti dell’Europa abbiamo riguadagnato molta credibilità, anche grazie alla conoscenza personale del professore con i meccanismi comunitari, dopo gli anni passati come Commissario europeo al Mercato Unico e alla Concorrenza. Il presidente della Commissione Barroso e gli attuali commissari lavorano già da anni con lui. E poi ha dato quella idea di sobrietà che tanto piace ai nostri partner europei, soprattutto del Nord. Per questo c’è la paura che cambi».

L’anno che si chiude sarà ricordato per il Nobel per la pace, per i 60 anni senza guerre nel Vecchio Continente o per la crisi economica che continua senza fine?

«Beh, se torniamo indietro a inizio del 2012 la domanda che ci ponevamo era “ci sarà ancora l’euro” e ci sarà ancora l’Europa? Dal mio posto di osservazione ho incontrato diversi parlamentari europei e italiani: con molti di loro ci siamo chiesti della reversibilità del processo. Ma alla fine siamo arrivati alla fine dell’anno, nonostante le crisi, con dei risultati concreti. Sì, è vero, l’Ue è stata lenta a decidere, perché segue un meccanismo che deve tener conto del parere di 27 Stati membri. Se guardiamo anche al Consiglio europeo della settimana scorsa i risultati, poco alla volta, in una maniera tecnica che non sempre è facile raccontare ai cittadini, però arrivano. Nel caso specifico dell’Unione economica e monetaria è stata approvata una tabella di marcia importante, per arrivare in tre tappe, a lungo, medio e breve termine, per il completamento e il rafforzamento della governance economica. Sono cose che solo tre anni fa non si pensavano nemmeno. Andiamo verso quell’Europa federale capace di avere una moneta propria da gestire come il dollaro. Anche il meccanismo di vigilanza bancaria non è stato facile farlo digerire ad alcuni Stati membri (Germania, ndr)».

A proposito del Nobel è mai possibile che l’Europa – così come negli incontri internazionali – debba sempre avere una moltitudine di rappresentanti? Era proprio necessario che fossero in tre a ritirare il premio a Oslo?

«Sono d’accordo con lei. Ma fa parte di quella dinamica dei “piccoli passi” di cui parlavamo. Il prossimo passo dovrebbe essere quello di unificare le due presidenze, della Commissione europea e del Consiglio, per avere un unico presidente d’Europa. Non so se da qui alle elezioni del 2014, ma ci arriveremo sicuramente. Negli ultimi anni si è ricominciato a parlare di Europa federale, è un buon segnale».

Per finire i lettori ci continuano a chiedere del mistero sul famoso video che in un primo tempo non faceva nessuna menzione né all’Italia né a Roma come sede dei trattati: possibile si tratti solo di una gaffe?

«Si è voluto privilegiare soprattutto la riconciliazione franco-tedesca. O la pacificazione dei Balcani. Certo il nostro Paese è stato uno dei sei fondatori e meritava l’inserimento nel video. Credo sia stato solo uno spiacevole incidente, perché la presidenza Van Rompuy non è assolutamente anti-italiana».

 

Giovanni De Negri (dal settimanale nazionale Il Punto n° 01_02/2013, versione cartacea ultima pagina qui: 50-52 esteri ITALIA CHI)

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