L’Europa in Mali

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Intervista alla Commissaria europea Kristalina Georgieva

Commissaria europea per la Cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi, Kristalina Georgieva è tornata in Mali, dove già si era recata lo scorso mese, per valutare la situazione dopo l’intervento militare e decidere come impiegare gli aiuti comunitari – un contributo di 20 milioni di euro – in modo di far fronte all’aggravarsi della crisi che sta spingendo un’ampia parte della popolazione a fuggire dal conflitto, mentre migliaia di bambini sono gravemente denutriti.

Quale situazione ha trovato e di cosa ha bisogno la popolazione? Il Mali si sta trasformando sempre di più nella “nuova Somalia”?

«La situazione in Mali era già peggiorata l’anno scorso perché il Paese ha avuto tre crisi diverse nello stesso tempo: politica, industriale e quella dovuta dal conflitto al Nord. Di bisogno d’aiuto c’era già la necessità allora, con tante persone che cercavano di scappare nel resto del Mali o nei Paesi vicini. I profughi erano fino a quel momento più di 360.000, ancora prima delle azioni militari. Tornando qui, ho notato che non vi è alcun miglioramento visibile dal punto di vista umanitario, anzi l’opportunità di aiutare le persone, da parte delle organizzazioni umanitarie, è ulteriormente ridotta perché c’è l’obbligo di ottenere il permesso di visitare il nord da parte dei militari. E non sempre l’esercito ha interesse a collaborare, anche se si tratta del problema prioritario, viste le condizioni della popolazione. Fino a pochi giorni fa quasi nessuno ha ottenuto tale permesso. È molto probabile che l’attuale sistema di aiuti umanitari non funzionerà a lungo. Ad esempio, sappiamo che il confine con l’Algeria è, di fatto, chiuso. E ciò significa che le strade in quella direzione non sono praticabile per il rifornimento di carburante. Mentre quelle per la capitale, così come quelle per la città di Gao, non sono praticabili per motivi di sicurezza, bloccando di fatto l’arrivo di aiuti umanitari. Pertanto solo il fiume Niger è utilizzato per questo fine, ma tra tre, quattro settimane, sarà impossibile continuare per cause naturali. Tenga presente che la richiesta di carburante e di cibo sale di giorno in giorno, molto rapidamente. Ho parlato con i rifugiati in Burkina Faso, il loro numero aumenta: i profughi ora sono circa novemila in più rispetto a prima della guerra. Ma in breve tempo aumenteranno, perché altri – come i Tuareg o i fondamentalisti islamici – cercheranno rifugio nei Paesi confinanti. E non ultima questione, la più grave, c’è il rischio che la guerra civile possa espandersi. Per questo abbiamo bisogno di molto più aiuto, anche perché diversi rapporti indicano un aumento degli attacchi alle popolazioni civili. Sappiamo che in Mali erano già molte le tensioni etniche. Quindi potrebbero esserci un rigurgito da parte dei miliziani, gruppi di soldati che non fanno parte dell’esercito regolare. I rappresentanti delle organizzazioni umanitarie mi chiedono continuamente di far avere notizie perché è importante che l’opinione pubblica internazionale sappia che siamo a un punto di non ritorno per la salvaguardia del territorio e degli abitanti. Più velocemente si troverà una soluzione, con il ripristino di uno Stato, è meglio sarà per il Mali e per l’intera regione».

Non c’è il rischio che gli scontri – e i problemi per le popolazioni – si propaghino in tutto il Sahel, con ricadute sul Corno d’Africa e nell’intera area sub-sahariana?

«E’ ancora presto per capire quale sarà l’impatto nella regione del Sahel. Ho parlato con il presidente del Burkina Faso, il quale si preoccupava di dover posizionare soldati ben addestrati al confine con il Mali, anche in funzione di aiuto. Il problema più importante è che né il Burkina Faso, né Mauritania e Niger hanno chiuso i confini, consentendo la fuga degli estremisti e dei Tuareg. La  Commissione europea, l’anno scorso, ha fornito 78 milioni di euro per l’assistenza umanitaria nel Mali, nel mese di dicembre abbiamo aggiunto 20 milioni e altrettanti pochi giorni fa. Si tratta di un aiuto tangibile e importante che gioverà al Mali e ai suoi vicini. Noi dobbiamo pensare che a breve 4-5 milioni di persone avranno bisogno di altri aiuti umanitari, mentre più di 900 mila persone del nord del Paese – una percentuale altissima – avranno bisogno di beni primari, cibo in primis. Anche per i Paesi confinanti la situazione è grave: in Mauritania ci sono già 54.000 fuggitivi, in Guinea 52.000, in Burkina Faso 38.000. Si tratta di Stati molto poveri e questa situazione aggrava ancora di più la loro già estenuante condizione di miseria. E non dobbiamo dimenticarci che il conflitto influenza in maniera ulteriormente negativa la situazione economica generale. Allontanando coloro che dovrebbero impegnarsi ancora di più sulla protezione e sulla partecipazione delle operazioni militari in Mali».

E il resto dello scenario africano non è da meno: dopo quello che è successo in Algeria, ci arrivano notizie del divampare di attacchi e incendi anche in Tunisia, con attacchi simili a quelli maliani a mausolei legati a differenti correnti islamiche. Siete già preparati alle conseguenze dal punto di vista umanitario?

«Dal punto di vista dell’aiuto umanitario abbiamo sempre salvaguardato i Paesi più poveri. Noi siamo pronti ad aumentare il nostro aiuto verso quegli Stati in cui le popolazioni hanno bisogno di una maggiore sicurezza. Durante i conflitti i Paesi che soffrono di più sono quelli che non hanno una difesa abbastanza forte per proteggersi. Noi abbiamo contribuito con una media circa di 300/400  milioni annualmente in special modo per i Paesi dove i conflitti si ripetono di continuo. Per poter aiutare il Mali abbiamo bisogno di più accesso in Mali, piuttosto che di fondi. Noi dobbiamo organizzarci fin da adesso, discutendo le diverse opzioni,  su quello che potrebbe succedere dopo, perché questa situazione non durerà una settimana o un mese, ma molto di più. Quindi valutiamo varie possibilità su quello che succederà e di conseguenza sui fondi che ci serviranno per l’aiuto di questi Paesi. E’ molto importante che a farlo non sia solo l’Europa, ma anche il resto della comunità internazionale. La commissione europea l’anno scorso solo per il Sahel ha impegnato 337 milioni di euro, e indubbiamente hanno aiutato moltissimo. Però è molto importante che anche altri Paesi contribuiscano economicamente nell’aiuto umanitario».

La Francia è intervenuta, con l’appoggio logistico di molti Stati europei. L’Unione africana ha chiesto un ruolo della Nato nella missione militare. Ma cominciano a esserci notizie di esecuzioni sommarie anche da parte dell’esercito maliano: avete notizie dirette e come interverrete, nel caso fossero confermate?

«Non posso rispondere a questa domanda perché l’organizzazione umanitaria è indipendente dalla partecipazione nella Nato. Quello che posso dire è che l’Unione europea ha cominciato la preparazione per una missione militare, la quale provvederà alla protezione dei civili».

E’ previsto un intervento europeo per la situazione nigeriana, dove altri gruppi islamici radicali (Boko Haram) si rendono protagonisti di stragi nei confronti di minoranze etniche e religiose (cristiani) nel nord del Paese?

«Quello che sappiamo è che in entrambi i territori settentrionali dei due Paesi ci sono stati dei rapidi sviluppi negativi per le popolazioni a causa di estremisti jihadisti. Nella maggior parte delle zone occupate hanno cominciato a terrorizzare le popolazioni. Approfittando del fallimento dello Stato, è stato consequenziale il peggiorare della situazione non solo a livello locale, ma anche su scala regionale e globale. Pertanto non dobbiamo augurarci solo della restaurazione degli Stati, ma della questione della stabilità in Mali e in tutta Africa. Somalia e Afghanistan ci hanno mostrato cosa non fare, non lasciare spazio al terrore, senza governo».

Per finire, secondo le vostre informazioni, quanto influisce sulla destabilizzazione di questi Paesi l’approdo di seguaci libici, addestrati da Gheddafi, che sono dovuti fuggire dal proprio Paese, spostando formazioni e armi? O è l’effetto indiretto delle “primavere arabe”? Secondo l’analisi del generale Carter Ham, responsabile del comando Usa per l’Africa, al Qaida nel Maghreb è ora il ramo dell’internazionale del terrore più temibile e ricco, grazie ai soldi incassati con i riscatti di una campagna di sequestri, traffico di stupefacenti, tabacco e carburanti: è d’accordo?

«Sì, sono d’accordo, quando apolidi, estremismo religioso e criminalità sono diventati tutt’uno, è molto pericoloso non solo per il Paese in cui si verifica, ma lo è per tutti. L’abbiamo visto due anni fa nel Corno d’Africa, dove la fame faceva morire veramente tante persone, prede di pirateria e criminali comuni. Il mondo ha chiuso gli occhi per 20 anni su quello che succedeva in Somalia, dove c’era un’associazione tra criminalità ed estremismo religioso. Abbiamo visto come questo possa portare a risultati terribili, non si può chiudere gli occhi, né rimanere immobili davanti a tali processi».

Giovanni De Negri (dal settimanale nazionale Il Punto n° 07/2013, versione cartacea qui: 52-54 Europa in Mali)

Foto © European Community, 2013

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Giovanni De Negri
Giornalista professionista ed esperto di comunicazione ha iniziato come conduttore in alcune emittenti televisive locali per poi passare a ogni altro genere di media: quotidiani, periodici, radio, web. Ha alternato l’intensa attività giornalistica con quella di amministratore di società e di docente, a contratto titolare di insegnamento o come cultore della materia, presso Università pubbliche e private, italiane e straniere, per l’Esercito e per la Scuola superiore dell’economia e delle finanze. Ha inoltre lavorato presso Uffici stampa della P.A. (Regione Lazio e Comune di Roma) e realizzato eventi/convegni presso la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL).

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