Segreto bancario, fine dei giochi

Intervista al Commissario europeo Algirdas Šemeta

Algirdas Šemeta, politico lituano appartenente al Partito popolare europeo, già ministro delle finanze del suo Paese alla fine degli anni ‘90, dal 2010 è nella seconda Commissione Barroso il responsabile europeo per la Fiscalità e l’unione doganale, le statistiche, l’audit interno e la lotta antifrode.

Commissario, lei ha appena annunciato la costituzione di una piattaforma di buona governance fiscale nell’UE. Quali competenze saranno previste e quali ne saranno i risultati?

«Questa piattaforma di buona governance fiscale fa parte della nostra strategia globale per rafforzare la lotta contro l’evasione fiscale. In quanto tale, la considero un’ulteriore altra arma importante nell’arsenale che stiamo mettendo insieme per tale lotta. L’obiettivo della piattaforma è di essere una fonte di pressione reciproca per gli Stati membri,  sorvegliandone i progressi e il ritmo nell’adozione delle misure giuste contro l’evasione. In linea di massima  lo faremo in modo che questi risultati rispecchino le aspettative dei cittadini in termini di lotta all’evasione all’interno dell’UE. La piattaforma, con la sua composizione diversificata, fungerà anche da forum per coordinare e sviluppare buone pratiche nell’ambito della difesa contro l’evasione e l’elusione nonché contro i paradisi fiscali.  Essa può rappresentare uno strumento  ideale per condividere idee ed esperienze e individuare le soluzioni migliori sia per le sfide odierne che per quelle che potrebbero emergere in futuro».

A che punto siamo con l’iniziativa di applicare un meccanismo di scambio automatico di informazioni, come suggerito anche dal G20 e dal FMI? Secondo lei, in che modo sarà possibile convincere l’Austria ad accettarlo?

«Effettivamente  è stata l’UE a promuovere per prima uno scambio automatico di informazioni.  Lo applichiamo reciprocamente relativamente ai redditi di risparmio già dal 2005. Le sole eccezioni erano l’Austria e il Lussemburgo che disponevano di un opt-out transitorio. E’ quindi molto positivo che il resto del mondo voglia ora seguire il nostro esempio su questa decisione e che il G20 sia favorevole a stabilire lo scambio automatico come standard globale. Noi, come Unione, dobbiamo spingere a livello internazionale perché questo si trasformi in realtà.

Nel frattempo, all’interno dell’Unione, stiamo cercando di estendere il campo d’applicazione di questo meccanismo. Quando i ministri delle finanze si riuniranno qui a Bruxelles il prossimo 14 maggio, verrà chiesto loro di trovare un accordo su questo punto, e mi auguro vivamente che tale opportunità venga colta. Lo scambio automatico di informazioni è il modo migliore per garantire un elevato livello di trasparenza e fare sì che tutti i governi possano riscuotere le tasse legittimamente dovute. Nei giorni scorsi abbiamo avuto indicazioni dall’Austria sul fatto che essa è pronta ad impegnarsi in modo costruttivo in tale processo, e penso anche che Vienna ora comprenda che lo scambio automatico di informazioni è l’unica strada percorribile per progredire in materia».

Possiamo aspettarci entro tempi brevi accordi con paesi non-UE come la Svizzera. Perché non possiamo applicare lo stesso metodo adottato dagli USA? E’ d’accordo con il cosiddetto  approccio “Rubik”?

«La Commissione ha chiesto agli Stati membri un mandato per negoziare un accordo UE-Svizzera più avanzato deciso sulla tassazione dei redditi da risparmio, e sono convinto che lo riceveremo nelle prossime settimane. A partire da tale momento la Commissione è pronta a negoziare molto rapidamente e con un elevato livello di ambizione. Mi auguro che la Svizzera faccia altrettanto. Un Paese così vicino, con stretti legami con il nostro Mercato unico, non può pensare di attenersi alla segretezza e alla mancanza di trasparenza, quando il resto del continente – e di fatto il mondo — si sta spostando verso una maggiore apertura in materia fiscale.

Per quanto riguarda l’approccio Rubik, esso risulta completamente superato nel contesto in cui ci troviamo oggi. Si è infatti ormai andati ben al di là di accordi bilaterali che hanno il segreto bancario alla loro  base. Sia all’interno dell’UE che a livello internazionale, il punto focale è ora garantire maggiore trasparenza e una maggiore cooperazione nella lotta contro gli evasori e gli elusori. Così, per quanto riguarda la Svizzera, la soluzione sta sicuramente in un forte accordo UE-Svizzera sui risparmi, e non in una miriade di deboli accordi nazionali con la Confederazione».

Qual è la sua posizione in merito al dibattito sul campo di applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie, soprattutto per quel che riguarda la questione se farvi rientrare i titoli di Stato?

«La proposta iniziale della Commissione sull’imposta prevede un campo di applicazione il più vasto possibile. Ciò non solo per evitare distorsioni competitive e opportunità di elusione fiscale, ma anche per garantire un buon livello di entrate mantenendo al contempo una bassa aliquota. Si stima che per gli 11 Stati membri potrebbero essere raccolti circa 35 miliardi di euro all’anno in forza dell’attuale proposta relativa al campo di applicazione. È opportuno ricordare che, quando si è deciso di procedere con la cooperazione rafforzata, gli 11 Stati membri in questione — compresa l’Italia — hanno chiesto di farlo sulla base della proposta originaria.  Quindi loro ritenevano che lo scopo e l’architettura che la Commissione aveva presentato fosse la giusta base da cui partire per negoziare la formula finale da attuare.

Sulla questione specifica dei bond sovrani, non ritengo che  l’imposta  avrebbe gli effetti negativi che alcuni stanno cercando di attribuirle. Bisogna tener conto del fatto che la Commissione ha inserito misure volte a tutelare la gestione del debito pubblico, ad esempio escludendo l’emissione di obbligazioni e l’intervento dei governi sul mercato secondario. Mentre i bond negoziati sul mercato secondario saranno tassati, il rendimento garantito dai bond a lungo termine lascerà molto spazio per riscuotere profitto anche dopo l’applicazione dell’imposta .

Ma ora sta agli 11 Stati membri negoziare e trovare una soluzione di compromesso che li soddisfi.  Le discussioni tecniche sono state appena avviate, e naturalmente vi sono delle questioni da limare. Ciò è assolutamente normale in un negoziato quando si tratta di varare una nuova importante legislazione. La Commissione opera in stretta collaborazione con gli Stati membri per fornire chiarimenti e rassicurazioni su vari aspetti della proposta, ove necessario».

La recente relazione sulle tendenze in materia di tassazione dimostra che la pressione fiscale nell’UE ha raggiunto il 40 % (in Italia addirittura di più). Esiste il rischio che tale percentuale possa portare ad un aumento dell’evasione e dell’elusione fiscale?

«Si potrebbe ritenere che maggiori sono i livelli di tassazione, maggiore è l’incentivo alle frodi e all’evasione. Ma il pericolo di attività “in nero” da parte di talune persone o imprese non deve influenzare la definizione  delle proprie politiche fiscali o la fissazione delle proprie aliquote d’imposta da parte degli Stati membri. Spetta ad essi decidere il mix più opportuno delle politiche economiche e il giusto livello di tassazione per soddisfare le proprie esigenze di bilancio e sostenere il modello sociale che abbiamo nell’UE. Ed è per tale motivo che il nostro giro di vite nei confronti degli evasori ed elusori fiscali e la promozione di una concorrenza fiscale leale è così importante. Gli Stati membri devono essere in grado di raccogliere le entrate legittime e di proseguire le politiche fiscali ritenute necessarie senza il timore che possano essere compromesse. Inoltre va sottolineato che se ognuno pagasse una quota giusta di tasse — riuscendo a recuperare anche una piccola parte dei 1 000 miliardi di euro che perdiamo ogni anno in elusione e evasione – probabilmente le aliquote standard potrebbero diminuire in tutta Europa».

La lotta alla contraffazione di banconote e monete in euro — in che modo la cooperazione in questo campo potrà essere rafforzato? Ritenete che la banco nota da 500 euro debba essere abolita?

«La contraffazione rappresenta certamente un serio problema, sia in termini di sfida alla nostra moneta comune sia come parte delle attività della criminalità organizzata in generale. Secondo la BCE, circa 530 000 banconote contraffatte sono state ritirate dalla circolazione nel 2012. Nella sola Italia nel corso dell’ultimo decennio sono state scoperte 10 zecche illegali.  Malgrado ciò in alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, la falsificazione non è ancora oggetto di indagine e di azione penale a un livello paragonabile a come si perseguono altri reati della criminalità organizzata.

La criminalità organizzata  è in gran parte transfrontaliera e spesso riesce a sfruttare le differenze a livello nazionale. Ad esempio, i criminali possono fare «shopping» scegliendo diverse giurisdizioni, svolgendo la propria attività laddove  l’effetto deterrente e le misure punitive sono più deboli. Per questo motivo è necessaria una forte e coesa posizione dell’Unione europea nei confronti di reati transfrontalieri — inclusa la lotta alla contraffazione — se vogliamo che questa  battaglia sia efficace.    Questo è il motivo per cui in febbraio, insieme alla vicepresidente Reding, abbiamo proposto nuove misure di diritto penale miranti a rafforzare la protezione dell’euro contro la contraffazione. La nostra proposta punta a rafforzare le indagini transfrontaliere e ad introdurre sanzioni minime, tra cui la pena detentiva, per i reati più gravi di falsificazione. La proposta è attualmente nelle mani degli Stati membri, e spero che possa essere adottata rapidamente per migliorare la nostra lotta comune contro questa piaga».

 Cosa può fare l’Europa allo scopo di affrontare la questione dell’evasione fiscale da parte di società multinazionali?

«Nel presentare il nostro piano d’azione contro l’evasione e l’elusione fiscale nel dicembre scorso, ho anche rivolto raccomandazioni concrete agli Stati membri su come affrontare il problema della pianificazione fiscale aggressiva. Ritengo che se tali raccomandazioni fossero attuate, si registrerebbe un netto calo nel livello di elusione fiscale da parte delle imprese in Europa. Fondamentalmente, l’idea è di affrontare il problema in tutti i suoi aspetti. In primo luogo, dobbiamo fare in modo che per le aziende sia più difficile servirsi di costruzioni puramente artificiose per evitare le imposte. Ciò può essere fatto attraverso potenziamento delle disposizioni antiabuso nei trattati fiscali bilaterali, attraverso la legislazione nazionale e attraverso il diritto societario dell’UE. In secondo luogo dobbiamo rendere più difficile per gli Stati membri disporre di regimi fiscali che consentono alle società di evitare la tassazione. A questo proposito, il nostro Codice di condotta sulla tassazione delle imprese, che impedisce, rileva e elimina tali regimi fiscali dannosi all’interno dell’UE, deve essere rafforzato e utilizzato meglio dagli Stati membri. Infine, abbiamo bisogno di una forte posizione dell’Unione europea contro i paradisi fiscali. Per ora tale pressione non c’è , ma se gli Stati membri adottassero l’approccio che suggerisco — con una «lista nera» e con delle sanzioni per i paradisi fiscali — sarebbe molto più difficile per le grandi imprese spostare artificialmente profitti in giro per il mondo. L’aspetto di base più importante è disporre di un solido e coordinato approccio a livello UE. È l’unico modo per combattere questo problema transfrontaliero. Gli Stati membri dovrebbero impegnarsi ad attuare queste misure durante la riunione dei loro ministri delle Finanze a maggio. Essi si sono già espressi pubblicamente e  in maniera decisa contro l’elusione fiscale delle imprese;  ora che ne hanno l’opportunità, spero che riescano a trasformare queste parole in azioni decisive».

Giovanni De Negri (dal settimanale nazionale Il Punto n° 20/2013, versione cartacea qui: 52-55 esteri SEGRETO BANCARIO, FINE DEI GIOCHI)

Foto © European Community, 2013

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