Cos’è e come sarà l’Unione Economica Euroasiatica

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Viaggio nel nascente spazio economico tra Russia, Bielorussia e Kazakistan: un’occasione di sviluppo o un tentativo di ricostituire l’Urss?

Il primo gennaio del 2015 l’Unione Economica Eurasiatica sarà una realtà. L’accordo che ne sancisce la nascita è stato firmato il 29 maggio scorso da Bielorussia, Kazakistan, Russia, e per la fine dell’anno includerà anche Armenia, Kirghizistan e Tagikistan.

L’intenzione, mai negata, è quella di creare un blocco commerciale fra alcuni Paesi della CSI, ossia la Comunità di Stati Indipendenti, l’organizzazione nata dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Già nel 2010, Russia, Bielorussia e Kazakhstan avevano fondato un’unione doganale, considerata sopratutto dal Cremlino come un primo passo per una futura organizzazione che avrebbe stretto ancora di più i legami – non solo economici – fra i Paesi; l’accordo istitutivo dell’Unione Doganale aveva illo tempore fatto storcere il naso agli Stati Uniti, che l’aveva giudicata un tentativo di “sovietizzazione”: «Non si chiamerà Unione Sovietica, si chiamerà Unione doganale, si chiamerà Unione eurasiatica e tutto il resto, ma non facciamoci ingannare. Sappiamo qual è il suo obiettivo e stiamo cercando il modo di rallentarla o impedirla».

Di tutt’altro avviso i cittadini degli Stati membri dell’Unione, che ne hanno accolto con favore la nascita come nuovo orizzonte di crescita economica. Sergeij Mikheev, presidente del Centro Studi sulla Congiuntura Politica, ha così sintetizzato la questione: «I nostri Paesi hanno una matrice ideologica comune e anche molto in comune per quanto riguarda le concezioni della vita, ma non ci sarà una nuova Unione Sovietica».

La sede dell’organizzazione, naturalmente, Mosca. Il che, ancora un a volta, renderà comunque la Russia un primus inter pares all’interno dell’Unione, sebbene il tribunale sarà a Minsk e il regolatore finanziario ad Almaty.

L’Organizzazione grazie ai suoi attuali membri, garantisce un mercato per 170 milioni di persone, con un PIL aggregato di 2.700 miliardi di dollari, con previsioni di crescita, secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, di ulteriori 900 miliardi. Negli ultimi anni grazie all’Unione doganale, gli scambi fra i Paesi membri sono cresciuti del 50% e hanno raggiunto, alla fine del 2013, un valore superiore ai 66 miliardi di dollari. Una delle conseguenze principali a livello internazionale è sicuramente la questione energetica: l’attuale membership riunisce il 20% delle riserve mondiali di gas e il 15% di petrolio.

Dati alla mano, a Bruxelles non rimane che trovare un modo di interagire con questa nuova potente organizzazione, prima di lasciarsi sfuggire fondamentali opportunità economiche in un contesto mondiale di recessione.

L’Unione Economica Euroasiatica mira inoltre ad accrescere il numero dei suoi membri includendo anche Paesi non strettamente euroasiatici come l’India o il Vietnam, con l’obiettivo di contrastare la potenza regionale della Cina, in continua espansione. Per quanto riguarda i Paesi più “europei” la questione è naturalmente delicata, dato che l’Unione mirerebbe a espandersi non soltanto verso i Paesi baltici ma anche verso l’Ucraina, Paesi dunque che hanno fatto delle politiche filoeuropee una bandiera contro l’influenza di Mosca. Sebbene da Kiev a Tbilisi a Erevan, l’Unione Europea rimane l’obiettivo principale delle politiche estere, Bruxelles dovrebbe implementare gli strumenti di aiuto e supporto verso questi Paesi orientali, troppo spesso lasciati soli a fronteggiare l’influenza russa, sicuramente appetibile anche dal mero punto di vista economico.

La varietà di possibili espansioni di membership dell’Unione economica euroasiatica, sia a est che a ovest, allontanerebbe il timore di una rinascita dell’imperialismo russo, dal momento che almeno per il momento il progetto ha valenze esclusivamente economiche.

Quella che dunque è stata definita come l’UE dell’Est potrebbe essere un ponte fra l’Europa e i Paesi asiatici. O l’ennesima cortina tra l’Oriente e l’Occidente. Spetta non soltanto a Mosca, ma anche a Bruxelles e Washington decidere cosa farne.

 

Ilenia Maria Calafiore

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