Perchè sarebbe un autogol boicottare il Mondiale russo

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Le nazionali europee e quella Usa potrebbero non partecipare a Russia 2018: ma davvero Mosca sarebbe la sola a perdere?

Il Mondiale brasiliano appena concluso è stato di sicuro il torneo della delusione: lo è stato per i tifosi inglesi, spagnoli e italiani e portoghesi, che hanno visto le loro squadre rientrare in patria anzitempo e

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a suon di figuracce; lo è stato per francesi e belgi, che pur giocando un bel calcio hanno dovuto mestamente dire addio ai sogni di gloria; lo è stato per gli olandesi, che pur restando imbattuti, non sono riusciti nemmeno stavolta a salire sul gradino più alto del podio. La prima cosa che pensa un atleta, un tecnico, un burocrate federale o un semplice tifoso dopo un fallimento mondiale è che “la prossima volta sarà quella buona”.

Tuttavia, per le grandi deluse dal Brasile “la prossima volta” potrebbe non essere, come da calendario FIFA, tra quattro anni. E non per una mancata qualificazione alla fase finale del torneo: l’ edizione 2018 della Coppa del Mondo di calcio si disputerà infatti in Russia, e la grave crisi diplomatica tra Washington, Bruxelles e Mosca provocata dalla crisi ucraina, e soprattutto dal recente disastro aereo del volo Amsterdam – Kuala Lumpur della Malaysia Airlines, sta facendo aleggiare sul Mondiale russo il fantasma di un clamoroso boicottaggio, oltre che della rappresentativa statunitense, anche delle più blasonate nazionali europee.

Se le Olimpiadi hanno già vissuto esperienze del genere (Mosca 1980, Los Angeles 1984 e Seoul 1988 i casi più recenti), il boicottaggio di un Mondiale sarebbe qualcosa di assolutamente inedito, che porrebbe anche una serie di interrogativi di natura economica ed etica.

Riguardo ai primi, sarebbe da capire come reagirebbero le grandi case di abbigliamento sportivo (Nike, Adidas, Puma, per dirne alcune) dinanzi alla mancata partecipazione delle nazionali di cui esse sono main sponsor e alle prospettive di un calo dei ricavi dal merchandising, sempre alti in occasione dei Campionati mondiali. Per non parlare, poi, del mercato dei diritti televisivi e del giro d’affari mancato in caso di boicottaggio.

Quanto ai secondi, occorre tornare con la memoria al 1978, quando i Mondiali si tennero nell’Argentina della giunta militare. Allora, il regime di Jorge Videla colse l’occasione per accrescere ancor di più il proprio consenso e soprattutto per ottenere una legittimazione internazionale, con l’inconsapevole complicità dell’ Albiceleste (la nazionale argentina, che quell’anno si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo) e delle altre nazionali che disputarono il torneo: «Le urla dei tifosi negli stadi hanno coperto quelle dei desaparecidos torturati nelle carceri», dissero allora gli oppositori di quella che si rivelò una perfetta macchina di propaganda del regime.

Eppure, nonostante fossero ben note le violazioni dei diritti umani che da due anni a quella parte avvenivano nel Paese sudamericano, nessuno si sforzò più di tanto a pensare che un boicottaggio avrebbe potuto colpire Videla e i suoi generali e sostenere invece la causa delle Madri di Plaza de Mayo. Quello che non accadde allora, potrebbe accadere quarant’anni dopo in Russia: un boicottaggio non si sa bene contro cosa, né a favore di chi, dal sapore di ripicca più che di altro. Sarebbe l’ennesimo sberleffo per i morti dimenticati di Argentina ‘78 e per quelle che oggi sono le Nonne di Plaza de Mayo.

Alessandro Ronga

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