Lo strappo di Riccardo Muti

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Il direttore lascia il Teatro dell’Opera di Roma

In un momento di grave difficoltà per l’Italia la rinuncia da parte di Riccardo Muti ai due titoli in programma al Teatro dell’Opera di Roma, l’ Aida inaugurale e Le nozze di Figaro, con la conseguente interruzione dei rapporti con l’ente lirico della Capitale, riveste un valore simbolico molto chiaro. E’ lo specchio di un Paese che non riesce più ad emergere neppure in quelle che erano le proprie eccellenze, come il melodramma, è l’immagine di una realtà che perde i propri pezzi migliori i quali preferiscono lavorare all’estero, dove evidentemente le condizioni sono molto più favorevoli, piuttosto che dibattersi nelle italiche diatribe.

Non a caso la lettera con la quale Muti ha annunciato la sua decisione, inviata al Sindaco Marino e al Sovrintendente Fuortes, tenuta segreta per alcuni giorni nella speranza rivelatasi vana di ricucire lo strappo, proveniva direttamente da Chicago, dove il Maestro è direttore musicale dell’orchestra sinfonica locale.

«Purtroppo, nonostante tutti i miei sforzi per contribuire alla vostra causa, non ci sono le condizioni per poter garantire quella serenità per me necessaria al buon esito delle rappresentazioni», parole che suonano come una pietra tombale sulle aspettative dello stesso Sovrintendente, il quale sulla personalità del Maestro napoletano aveva basato le speranze per una rinascita.

La carica di direttore musicale a vita conferitagli dall’Ente lirico romano, in realtà puramente simbolica, non è bastata a frenare una decisione sofferta ma convinta, maturata in seguito al peggiorare dell’ostilità insita all’interno del Teatro stesso.

In verità chi conosce la storia recente di questa istituzione sa che le dinamiche, da vari decenni a questa parte, sono pressoché immutate. Se il Teatro dell’Opera si esprime costantemente al di sotto delle sue possibilità, la colpa va individuata in anni di amministrazioni piuttosto disinvolte, che hanno sciupato un patrimonio culturale immenso.

Si parla costantemente di un rilancio del Teatro a livello internazionale, cosa che effettivamente non è mai avvenuta. Abbiamo assistito a stagioni dalle prospettive più ampie, come quella orchestrata con grande acume da Nicola Sani qualche anno or sono, ma ogni sforzo è stato immediatamente dissipato, tutto si ferma sempre alle buone intenzioni. La presenza di Giuseppe Sinopoli nel periodo a cavallo del millennio aveva fatto presagire miglioramenti che alla fine non si sono concretizzati. Il Maestro venne costretto ad abbandonare a causa dei corporativismi interni e dell’ostilità dei complessi del Teatro, proprio come accade ora con Muti. Sembra che l’orchestra dell’Opera sia refrattaria alle grandi personalità direttoriali. Eppure i risultati dal punto di vista esecutivo c’erano tutti.

A ben guardare, forse neanche la presenza di una personalità carismatica come quella di Muti poteva fare la differenza. Questi garantiva certo la qualità estetica delle rappresentazioni da lui dirette, ma non poteva cambiare un sistema ormai sclerotizzato. Inevitabilmente gli facevano difetto l’energia e l’entusiasmo, la voglia di combattere e di sperimentare su più fronti. Ora concentrerà i suoi sforzi sull’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, da lui fondata nel 2004, una notizia comunque positiva in un panorama difficile per la sopravvivenza stessa delle compagini sinfoniche.

Riguardo la sua esperienza presso il Teatro dell’Opera, premessa l’alta qualità musicale, si nota come le sue scelte siano state quasi sempre orientate verso il repertorio verdiano, suo terreno di elezione. Evidentemente Muti mirava più a consolidare una tradizione che a innovare.

Il suo abbandono è certo un trauma arduo da superare, specialmente a ridosso dell’apertura stagionale, ma potrebbe fornire un impulso per aprire una nuova fase nella gestione del Teatro. Certo il compito dell’amministrazione è di quelli che fanno tremare i polsi. Recuperare credibilità dopo lo strappo di Muti, salvando una stagione che sembra già compromessa ancor prima di iniziare. Ora bisogna porre in atto tutti gli sforzi per riformare totalmente la Fondazione, superando in primo luogo la conflittualità sindacale, vero ostacolo sulla strada del rilancio. Solo così si potrà procedere ad individuare un direttore musicale capace e propositivo, a pensare una programmazione che sfugga gli stereotipi consueti, consolidando nel contempo i dati di bilancio e ottimizzando la gestione economica, attuando nel concreto quel rilancio a livello internazionale troppo a lungo ventilato e mai concretamente realizzato.

Riccardo Cenci

foto © Ravenna Festival

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Riccardo Cenci
Riccardo Cenci. Laureato in Lingue e letterature straniere moderne ed in Lettere presso l’Università La Sapienza. Giornalista pubblicista, ha iniziato come critico nel campo della musica classica, per estendere in seguito la propria attività all’intero ambito culturale. Ha collaborato con numerosi quotidiani, periodici, radio e siti web. All’intensa attività giornalistica ha affiancato quella di docente e di scrittore. Ha pubblicato vari libri (raccolte di racconti e romanzi). Attualmente lavora come Dirigente presso l’Enpam.

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