Aiuti umanitari, cruciale l’assistenza ai più vulnerabili

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 Nel 2016, per la prima volta, il numero di donne e bambini che cercano riparo sul Vecchio Continente ha superato quello degli uomini, rappresentando il 60% degli arrivi

Tema di scottante attualità quello dei migranti in fuga da calamità naturali, conflitti e povertà, che approdano ogni giorno sulle coste italiane, porta d’ingresso dell’Europa. Una fortezza che si sta chiudendo di fronte all’emergenza umanitaria, che poi emergenza non è più. Almeno da un decennio si registrano importanti flussi migratori, con alla base motivazioni politiche, economiche, ambientali o culturali. Flussi che hanno come conseguenza la necessità di elaborare risposte in termini di accoglienza e integrazione.

Su questo fronte un contributo interessante arriva dal rapporto 2015 del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unpfa), stilato in collaborazione con altri organismi Onu, tra cui l’Alto Commissariato per i Rifugiati (Unhcr): “Al riparo dalla tempesta. Un’agenda innovativa per donne e ragazze in un mondo in continua emergenza”. Lo studio, nella versione italiana a cura dell’Associazione italiana donne per lo sviluppo, è stato presentato a Roma dalla stessa Aidos e dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale della ricerca (Cnr). Ad illustrarci dati contenuti nel rapporto e proposte tese ad attuare un’assistenza ad hoc per le donne migranti è Maura Misiti, demografa e ricercatrice dell’Irpps.

Quali sono i dati salienti del rapporto che consentono di capire ampiezza e complessità del fenomeno migratorio?

«Il documento ci fa vedere una popolazione globale in movimento, illustra una situazione molto fluida nella quale, nel 2015, 100 milioni di persone sono fuggite da catastrofi naturali geofisiche (terremoti, tsunami) o legate a cambiamenti climatici (inondazioni) ma anche conflitti interni e tra Stati. Poi ci sono quelle che si spostano con motivi di tipo economico. Siamo noi a classificarle nelle diverse categorie, ma in realtà si tratta sempre di sopravvivenza. L’attenzione contemporanea al fenomeno delle migrazioni ci sta abituando a un certo tipo di linguaggio – con una forte connotazione politica ed emotiva – che ci fa percepire il fenomeno come un’emergenza, con l’immagine della fortezza Europa minacciata dall’invasione di alieni. Certo c’è un conflitto alle porte, quello in corso in Siria. In realtà non si tratta di un fenomeno nuovo, anche se i numeri odierni sono quelli più elevati dalla Seconda Guerra Mondiale. Da sempre i flussi migratori sono stati un elemento di base delle popolazioni che hanno portato alla scoperta, al popolamento di vaste zone in tutto il pianeta e alle maggiori rivoluzioni della storia dell’umanità. Per rimanere nei grandi numeri, nel 2015 i rifugiati e richiedenti asilo sono stati quasi 60 milioni, registrando una forte crescita rispetto agli anni precedenti».

aidosIl rapporto affronta l’argomento in una prospettiva femminile, con una serie di testimonianze dirette che danno un volto a problemi e diritti violati. Quali sono le conseguenze di un viaggio forzato per donne, bambine e adolescenti?

«Di questi 100 milioni di persone in fuga, un quarto, circa 26 milioni, sono donne, bambine e adolescenti (tra 15 e 49 anni), sottogruppo ancora più vulnerabile e debole, bisognoso di aiuti specifici. Le loro condizioni di partenza sono già sfavorevoli: nei Paesi di origine sono vittime di disuguaglianze del genere. Durante il viaggio la loro situazione si aggrava con un aumento dei rischi legati alla salute sessuale riproduttiva in termini di malattie trasmissibili (Hiv), gravidanze indesiderate, mortalità materna, neonatale e infantile. I numeri sono agghiaccianti: il 60% delle mortalità in gravidanza o al parto riguarda sfollate e rifugiate così come il 45% dei neonati e il 53% dei bambini di meno di 5 anni che perdono la vita.

Tante donne subiscono violenze fisiche sui barconi, nei campi sfollati e negli slums dove vivono. Lo stupro viene usato come arma di guerra e in situazioni di sopravvivenza la violenza domestica aumenta così come i rischi di finire nei circuiti di sfruttamento e traffico sessuale. Non di rado la prostituzione è un mezzo per procurarsi cibo, per far sopravvivere la propria famiglia. Un altro fenomeno preoccupante e in crescita, soprattutto in alcuni campi profughi, è il matrimonio di bambine di giovane età (anche di 10 anni, ndr) considerato dalla famiglia un’opportunità per mettersi al riparo».

C’è una consapevolezza di istituzioni e operatori in merito alla necessità di attivare un’assistenza mirata per questa categoria di sfollati e profughi?

«Il rapporto fa autocritica e dice chiaramente che l’assenza di un approccio del genere negli aiuti umanitari, cioè calibrati sulle esigenze femminili, rischia di minare seriamente l’efficacia dell’assistenza in generale. Così come sono impostati, gli aiuti umanitari hanno dimostrato i propri limiti, quindi bisogna cambiare le risposte, da essenziali a complete. Sulla necessità di incamminarsi su questa strada c’è una posizione condivisa tra varie istituzioni Onu e ong. Servono tutti i servizi essenziali alla salute riproduttiva (contraccettivi, assistenza al parto), maggiore sicurezza nei campi sfollati, ad esempio un’illuminazione adeguata per raggiungere i bagni, e ancora spazi appropriati per allattare. Sono in pochi a distribuire assorbenti nei kit umanitari eppure le donne sfollate hanno il ciclo e continuano a dare la vita».

donne rifugiate ueNel rapporto sono elencate proposte da attuare per compiere passi avanti nella giusta direzione. Quali sono?

«Per cominciare vanno riconosciuti i diritti fondamenti delle donne e bisogna lavorare per accrescere la loro resilienza, cioè le capacità di resistenza alle conseguenze di una crisi e di reazione più celere. L’ago della bilancia va spostata dalla reazione e la risposta verso la resilienza, la prevenzione e la preparazione. Le donne, soprattutto se rifugiate, sono l’anello debole della catena umana ma allo stesso tempo il vettore principale e più forte della risposta in caso di crisi. Le azioni più promettenti in termini di risultati sono quelle che riconoscono dignità alle donne e favoriscono la loro integrazione. Questo significa accompagnarle nei colloqui di richiesta di asilo visto che in molti casi hanno difficoltà a comunicare le violenze subite (ad esempio mutilazioni genitali) e non sanno che essere accolte è un loro diritto. Serve anche un maggior accesso a corsi di lingua e di inserimento professionale per integrarle meglio. Se hanno subito violenze fisiche durante il viaggio hanno sicuramente bisogno di un supporto psicologico. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che un buon lavoro sulle madri avrà riflessi positivi sui figli, che sono il futuro».

14312494_small-630x418L’Italia e in seconda battuta i vicini europei stanno fronteggiando la sfida dell’accoglienza. Come si sta organizzando la risposta? Quale insegnamento trarne?

«Le migrazioni ci riguardano direttamente e ormai da un decennio ne facciamo l’esperienza quotidiana in qualità di porta d’ingresso al Vecchio Continente. Si sono succeduti vari cicli di accoglienza con flussi che cambiano, sia come numeri che come area di provenienza, e dall’entità difficilmente prevedibile. Sul nostro territorio esistono vari tipi di strutture con funzioni diversificate, ma si sta rispondendo con non poche difficoltà. L’Italia per la sua conformazione geofisica non può chiudere le frontiere e sicuramente necessità di aiuti aggiuntivi per rispondere meglio alle domande di assistenza umanitaria. Cruciale è la formazione sanitaria di agenti di polizia, operatori delle Ong e tutte le altre figure in prima linea, che ora devono anche ricevere una formazione gender specific. Esistono luoghi di eccellenza e altri dove sono presi in conto solo i bisogni elementari. Il nostro Paese ha i suoi limiti e le sue responsabilità, ma la questione migratoria va affrontata con serietà a livello europeo, invece che con la chiusura dei confini. Poi vanno denunciati comportamenti poco etici e di corruzione sulla pelle di queste persone. Si sovrappongono molte tematiche complesse, ma bisogna andare oltre la paura dell’Altro e considerarlo invece un motivo di crescita».

 

Véronique Viriglio

Foto© Unhcr (apertura, da Twitter), Unpfa, Aidos, Unione europea

 

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