Comincia ufficialmente la Brexit. Tusk: «Ci mancherete»

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Per il presidente del Consiglio europeo «non è una bella giornata». Di sentimenti opposti la May: lo è. Si tratta di un «momento storico». Ma la Scozia insiste per un nuovo referendum

Nove mesi e sei giorni dopo il referendum del 23 giugno, oggi è arrivata la lettera che fa ufficialmente partire il conto alla rovescia di due anni per il negoziato di divorzio della Gran Bretagna dall’Unione europea. Theresa May l’ha inviata al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk per invocare l’art.50 del Trattato di Lisbona. Per l’inquilina di Downing Street si tratta di «uno dei momenti più importanti nella recente storia del Regno Unito».

Tusk riceve la lettera della May

«Dobbiamo cogliere questa storica opportunità per emergere nel mondo e plasmare un sempre maggiore ruolo per una Gran Bretagna globale», queste le parole con cui presentava ieri la giornata la premier, sposando totalmente la retorica dei cosiddetti “Brexiteers“. Ma contemporaneamente a promettere ferro e fuoco non è stato nessuno della controparte europea, bensì la temuta Scozia che è pronta a far partire l’avvio della dissoluzione del Regno, formalmente Unito dal 1707.

Il parlamento scozzese, infatti, ha risposto alle parole della May approvando ieri per 69-59 la proposta della first minister Nicola Sturgeon, di avere un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia dopo quello perso nel 2014 (per, ironia del caso, rimanere nell’Ue, così come chiedevano da Bruxelles). Ricordiamo che a giugno il Paese di Braveheart aveva detto largamentenoalla Brexit. E ieri la leader del partito separatista Snp, come avevamo ampiamente anticipato (link), ha annunciato battaglia per restare (o rientrare da Paese indipendente) nella Ue.

Michel Barnier

Da Bruxelles, intanto, la Commissione è tornata a ribadire che l’Unione europea e il suo capo negoziatore Michel Barnier sono «pronti» al negoziato e che «dopo Roma non c’è ragione per essere preoccupati sul futuro della Ue». Nonostante questo, anche la cordialità con cui ci si è “risposti” oggi, la trattativa si presenta comunque difficilissima. Perché mentre la May insiste che l’obiettivo è quello di costruire una «relazione profonda e speciale», crescono i segnali che porterebbero a far precipitare la situazione in una “hard Brexit”, uscita senza accordo.

Il sindaco della Londra a valanga pro “remain”, l’europeista di origine pakistana Sadiq Khan (successore dell’attuale ministro degli Esteri, nonché pro “leave” Boris Johnson), era nelle scorse ore a Bruxelles da dove ha lanciato più di un messaggio d’amore per l’Unione europea («Londra è e resterà aperta all’Europa e alla Ue») ma ha anche messo in guardia contro la tentazione di “punire” il Regno Unito nella logica che traspare soprattutto nelle parole dei rappresentanti tedeschi, come il capogruppo del Ppe Manfred Weber («Per la Gran Bretagna sarà molto costoso lasciare la Ue»).

Sadiq Khan

Come molti analisti commentano in questi giorni, Khan ha anche avvertito che gli europei non si devono fare illusioni dal punto di vista dell’Alta Finanza. Se i banchieri lasceranno la City per la Brexit, a beneficiarne non saranno «Parigi, Francoforte, Madrid o Dublino» ma «New York, Singapore e Hong Kong». Una situazione dunque ancora “più perdente” per tutti coloro che sperano in un ritorno dell’importanza dell’Europa nel mondo. Oltretutto se si divide.

Lo spettro, come rilevato dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, è quello di uno stallo nella trattativa che metterebbe «a rischio la stabilità dei mercati finanziari». Il nodo principale è ovviamente quello dell’accesso al mercato unico. Sul quale i Paesi comunitari sono stati finora compatti: impossibile concederlo se Londra non accetta le “4 libertà indivisibili‘, che comprendono quella di circolazione dei lavoratori, rigettata dal referendum.

E poi c’è la questione, non indifferente, del “conto” che Londra dovrà pagare per saldare tutti gli impegni presi nel bilancio pluriennale dell’Ue fino al 2020, per programmi che si concluderanno anche nel 2023. Una stima ufficiosa (si vedrà più avanti le altre ipotesi, ndr) è di 58-60 miliardi di cui i sudditi di Sua Maestà non vogliono neppure parlare. Oltre, per inciso, ai maggiori costi per i contributi nazionali che i 27 dovranno accollarsi: nel solo 2019, secondo stime spagnole pubblicate dal quotidiano la Stampa, +4,24 miliardi per la Germania, +1,78 per la Francia e +1,3 per l’Italia.

Di contraltare la corsa dei candidati per aggiudicarsi il trasferimento delle due agenzie europee basate a Londra. Due pezzi da 90. Per l’Eba, il regolatore delle banche, sono pronte Amsterdam, Dublino, Francoforte, Parigi e Vienna. Per l’Ema, che sorveglia i farmaci con un budget da 300 milioni l’anno, da Milano Roberto Maroni ha proposto la sede del Pirellone (dove oggi è allocato il Consiglio regionale, sollevando le proteste solo dei suoi colleghi di partito della Lega). E proprio nella giornata di oggi i ministri italiani Alfano (Esteri) e Padoan (Economia) sono nella capitale britannica per attrarre nel Belpaese investimenti e capitali stranieri, ma anche per lavorare sulla candidatura italiana che dovrà affrontare quelle già ufficiali di Irlanda, Svezia, Austria, Ungheria e Malta oltre a quelle ancora informali di Spagna, Danimarca, Germania e Finlandia.

Ma cosa prevede, ora, l’ormai famoso articolo 50 del Trattato (di Lisbona) che consente a uno Stato membro di recedere? La procedura, nella versione ufficiale italiana, è negoziata conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso, a nome dell’Unione dal Consiglio europeo (ecco perché la lettera è stata indirizzata a Tusk), che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

Punto focale: i Trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine. Quindi la Gran Bretagna fino ad allora dovrà continuare a rispettare ogni decisione presa nelle Istituzioni comunitarie oltre a partecipare al bilancio previsto.

Un conto che rischia di essere salato per i Brexiteers, su cui si discute già da mesi e che sarà inevitabilmente al centro di trattative accanite tra Londra e Bruxelles. Non solo i 60 miliardi di euro a copertura di impegni presi insieme negli anni passati e contributi al budget europeo. Ma fino a 150 miliardi euro, valore per alcuni analisti complessivo degli assets europei, rispetto ai quali, proprio come in un divorzio, la Gran Bretagna potrebbe rivendicare la sua quota post Brexit. Ma non finisce qui. Ogni anno, con una “hard Brexit”, i sudditi di Sua Maestà rischierebbero di pagare circa 66 miliardi di euro senza un accordo di libero scambio con l’Europa. La cifra è calcolata stimando un brusco calo del Pil dopo l’uscita dal single market e l’adozione delle regole base del Wto negli scambi internazionali.

Ma il vero dramma, per la City, sono gli assets che le banche internazionali sposterebbero verso il continente (o altrove, come suddetto), in seguito all’uscita dall’Ue: fino a 1.800 miliardi di euro, mettendo a rischio 30.000 posti di lavoro nella sola città di Londra. La previsione, va detto piuttosto catastrofica, è stata formulata dal gruppo Bruegel, think tank europeista di Bruxelles. Contestata da molti in riva al Tamigi, euroscettici pro Brexit e non solo, ha comuque delle basi concrete.

Secondo Standard & Poor’s, attivando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, l’Italia, al pari dell’Austria, sarà uno dei Paesi meno colpiti, visto che l’interscambio di beni e servizi con la Gran Bretagna è intorno al 3% del Pil. Tuttavia il Belpaese rischia comunque di pagare un conto che potrà essere compiutamente quantificato solo nei prossimi mesi in base alle scelte di Londra in ordine ai suoi rapporti con l’Unione europea e i suoi cittadini. In primis perché sono tanti gli italiani (oltre 600mila, 450mila solo nella capitale) che lavorano nel Regno Unito. E poi perché la Borsa valori di Milano è oramai di proprietà dell’omologa della City. E poi non bisogna trascurare l’effetto sterlina, che ha continuato a indebolirsi sui mercati valutari dal referendum in poi. Basti pensare che per comprare una sterlina occorrevano 1,31 euro, dopo il referendum ne bastavano 1,20, mentre oggi il pound è scambiato a 1,16 euro e chissà quanto nei prossimi giorni. Il rafforzamento dell’euro sulla sterlina rischia di penalizzare le esportazioni italiane come quelle europee. Ma aumenteranno, per fare un esempio relativo all’istruzione, pure le rette universitarie (più costose per gli “studenti internazionali”), e saranno svantaggiati i ricercatori, visto che i fondi per la ricerca sono finanziati dall’Unione europea. Ma soprattutto, per ogni Paese, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue obbligherà tutti i Paesi membri ad aumentare la loro quota di partecipazione al bilancio Ue.

 

Angie Hughes

Foto © Daily Express,

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