Chi sta contro chi nella “guerra civile islamica”

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Le recenti tensioni militari in Iraq e Libia portano sempre più alla luce le fratture politiche che dividono il mondo musulmano, arabo e non

Erdogan
               Recep Tayyip Erdogan

L’infiammarsi delle tensioni in Medio Oriente e in Africa settentrionale ha portato sempre più allo scoperto le divisioni che da decenni dilaniano il mondo musulmano: spaccature che sono state nel passato alla base di sanguinosi conflitti, come quello che contrappose l’Iraq sunnita di Saddam Hussein all’Iran sciita di Khomeini negli anni Ottanta del XX Secolo, e che lo sono ancora oggi. Come dimostra il cruento scontro per procura in Yemen tra i ribelli Huthi (sciiti) sostenuti da Teheran e le forze regolari governative (sunnite) spalleggiate dall’Arabia Saudita. O anche la stessa crisi in Libia, espressione di una ulteriore frattura che in questo caso riguarda il solo l’Islam sunnita, e che vede i sauditi (assieme ad Emirati Arabi ed Egitto) nel ruolo di padrini politici del governo ribelle del generale Haftar, che si contrappone a quello ufficiale presieduto da al-Sarraj e sostenuto dalla Turchia e dal Qatar. Quest’ultimo, dopo essere stato isolato nel 2017 da tutti i Paesi della Penisola araba su iniziativa di Riyadh, ha avviato una politica di distensione con la Repubblica islamica iraniana, culminata con il ripristino delle relazioni diplomatiche in chiara ottica anti-saudita.

Wikicommons
                         Ali Khamenei

Quindi, sebbene accomunate dal credo sunnita, Ankara e Riyadh non sono alleate contro Teheran. Tutt’altro. Man mano che negli ultimi anni i rapporti tra turchi e sauditi scendevano al minimo storico, aumentava parallelamente la vicinanza di Recep Tayyip Erdogan con il Qatar, tramite il quale la Turchia ultimamente si è molto avvicinata all’Iran: ad unire il “sultano” all’ayatollah Ali Khamenei sono i nemici comuni, ovvero Israele (ma questa è un’altra storia) e appunto l’Arabia Saudita, alla quale Donald Trump ha affidato il ruolo di baluardo anti-iraniano nel Golfo Persico e che con Teheran già si stava contendendo da anni lo Yemen. Che non è il solo pomo della discordia tra i due Paesi: a creare tensioni ci sono anche i contenziosi economici legati alla produzione di petrolio, culminati lo scorso ottobre con il clamoroso attacco agli impianti petroliferi della Aramco (la compagnia energetica nazionale saudita) compiuto con droni partiti dalle aree dello Yemen controllate dagli Huthi filo-iraniani, che ha assestato un duro colpo all’economia di Riyadh.

Mohammed Bin Salman
Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd

Tutte queste ruggini ovviamente si ripercuotono in tutte le crisi dove le principali potenze mediorientali sono impegnate nelle proxy wars, le cosiddette guerre per procura, come in Libia e Yemen. Ma anche in Siria, dove i turchi sono stati tra i principali alleati delle forze islamiste nemiche di Bashar al-Assad, che deve la sua permanenza al potere al soccorso, oltre che dei russi, soprattutto dei pasdaran iraniani assieme alle milizie sciite libanesi di Hezbollah. O in Iraq, dove la corposa minoranza sciita, su cui l’Iran ha forte ascendente, ha acquisito forza politica dopo la fine del regime di Saddam Hussein, generando forte astio nella maggioranza sunnita che, dopo essersi fatta “sedurre” dalla follia del califfo al-Baghdadi, ora guarda con attenzione ai sauditi. Che intanto si sono avvicinati ad Israele sia in chiave anti-iraniana che in chiave anti-turca, in una convergenza di interessi con il governo di Tel Aviv, allarmato dai rapporti di Ankara e di Teheran con le milizie di Hamas a Gaza. Il cui vertice, non a caso, ha presenziato qualche giorno fa ai solenni funerali del generale Soleimani, irritando non poco Arabia Saudita ed Egitto.

 

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommons

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