Armenia: visioni di un giardino devastato

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Il libro di Aldo Ferrari propone un viaggio reale e immaginario nei luoghi dell’identità armena, fra siti deliberatamente vandalizzati e chiese in abbandono

«Ebbene, senza immagini, la storia ci sfugge dalle mani», scrive Varujan Vosganian nel Libro dei sussurri, poderoso romanzo dedicato alla tragica epopea degli Armeni. Un principio che sembra guidare il professor Aldo Ferrari nel suo volume L’Armenia perduta – viaggio nella memoria di un popolo (Salerno Editore)perché il ricordo fa presto a sbiadire se non è supportato dal dato concreto, visivo, alimentato dalla ferrea volontà di arginare l’oblio. Il libro, pur non trattando direttamente del genocidio, si pone quale baluardo contro il negazionismo di Stato, alimentato da pulsioni nazionaliste sempre più nutrite di islamismo, e dunque ostile nei confronti del cattolicesimo armeno.

La narrazione di Ferrari traccia le coordinate di un viaggio allo stesso tempo reale e impossibile; reale perché chi scrive ha veramente visitato quei luoghi esposti all’usura del tempo, volutamente distrutti o lasciati in colpevole abbandono, impossibile perché cerca di materializzare una realtà definitivamente estinta, di veicolare nel lettore l’idea di una prosperità mai più recuperabile, la struggente sensazione di aver perduto qualcosa per sempre.

Cinque luoghi simbolo dispersi fra la Turchia, l’Iran e l’Azerbaigian, opera di una civiltà millenaria costretta nello spazio angusto di un Paese che corrisponde solo in minima parte al territorio dell’Armenia storica. Confini in realtà labili e mai consolidati, continuamente erosi dalle invasioni e dalle guerre.

La neve cade incessante sulla cittadella di Kars nel romanzo dello scrittore turco Orhan Pamuk intitolato appunto Neve, come nei paesaggi anatolici filmati dal regista Nuri Bilge Ceylan nelle sue pellicole dedicate a questa terra remota e distante dai consueti percorsi turistici. Un luogo desolato e tagliato fuori dal mondo, scenario di intrighi e trame oscure intessute dalla feconda immaginazione dello scrittore. Eppure Kars ebbe a lungo un ruolo strategico notevole grazie alla fortezza che la sovrasta, e una rilevanza commerciale importante in quanto snodo delle rotte carovaniere fra Oriente e Occidente.

Continui rivolgimenti la espongono a diverse dominazioni, sino alla conquista della Russia zarista, in conflitto con l’Impero ottomano. Il grande poeta Puškin, al seguito dell’esercito, ammirò la possanza delle sue fortificazioni. Un luogo che all’epoca garantiva ai suoi abitanti, e in particolare agli Armeni, una vita piuttosto tranquilla. In realtà si trattava di una pace effimera, in quanto il collasso del gigante russo avrebbe lasciato gli Armeni in balia degli Ottomani.

Oggi Kars è una città turca abbandonata all’incuria proprio perchè i suoi monumenti rimandano a popoli che non si vogliono ricordare. La regione alla quale appartiene annovera fra le più povere dell’intera Turchia in quanto la chiusura del confine con l’Armenia la pone in totale isolamento. Un atteggiamento irrazionale che mira a soffocare una innegabile ricchezza culturale, incurante delle conseguenze sul territorio e sui suoi abitanti.

A pochi chilometri da Kars ecco Ani, l’antica capitale della dinastia dei Bagratidi. Una città devastata dalle invasioni, in particolare quella di Tamerlano, abbandonata dai suoi abitanti. Saranno i viaggiatori ottocenteschi a riscoprire le vestigia di questo luogo simbolo della perduta grandezza della civiltà armena, sulla scia dell’orientalismo all’epoca in gran voga. Per circa quaranta anni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’archeologo Nikolaj Marr condusse ampie campagne di scavo nell’area, supportate anche da numerose e importanti pubblicazioni.

Anche in questo caso l’entusiasmo della comunità armena dell’Impero russo era destinato a una rapida eclissi. Inglobato nell’attuale Turchia, il sito di Ani è stato sottoposto a deliberate distruzioni, e in generale è abbandonato all’incuria più totale. Questo in un contesto di falsificazione storica di un luogo dal quale si vuole cancellare il passato armeno. Neppure l’inserimento da parte dell’UNESCO nella World Heritage List, avvenuto nel 2016, sembra in grado di trarre Ani dall’oblio al quale la si vuole forzatamente consegnare. Il vento sibila fra le sue rovine, sussurrando nomi dimenticati, narrando storie delle quali, forse, nessuno ha più memoria.

Destino altrettanto tormentato ebbe la regione di Van, paradiso perduto e vagheggiato dal popolo armeno. Numerosi poeti ne cantarono la bellezza incomparabile, con il lago punteggiato da isole impreziosite da importanti  monasteri, attualmente in completa rovina. Oggi la città, costruita sull’antico sito di Aygestan, non ha alcuna attrattiva estetica, nè conserva tracce del suo passato armeno. La maggior parte dei monumenti è preda di una inarrestabile rovina mentre la Chiesa della Santa Croce, gioiello della maestria armena, è stata oggetto di discutibili restauri.

Il libro non può naturalmente tralasciare il luogo dove si svolse la battaglia dì Avarayr, perduta il 2 giugno del 451 contro le preponderanti forze Persiane, ma divenuta un simbolo fondamentale dell’identità armena. Il sito si trova in Iran dove, contrariamente alla Turchia e all’Azerbaigian, le vestigia armene sono rispettate, i monasteri ancora in ottimo stato di conservazione.

E poi c’è l’Ararat, la montagna sacra, che gli Armeni possono solo additare con lo sguardo colmo di rimpianto, essendo anch’essa inglobata nel territorio turco, a ridosso della frontiera. Particolarmente struggente la sua vista dal monastero di Xor Virap, costruito sul pozzo dove secondo la leggenda sarebbe stato rinchiuso San Gregorio Illuminatore. Tralasciando la complessa vicenda dell’identificazione dell’Ararat biblico sul quale si fermò l’Arca dell’alleanza con il monte attuale, indagata con competenza dall’autore, quello che interessa sottolineare è il potere evocativo di questo luogo, la sua importanza spirituale. Gli Armeni sentono come proprio l’Ararat, una monte il cui significato fra l’altro trascende il livello locale per farsi universale.

Completa il volume una sentita prefazione di Antonia Arslan, la quale con “La masseria delle allodole” ebbe il merito di aver riportato l’attenzione su un genocidio troppo a lungo dimenticato, oggetto di un meccanismo di rimozione da parte degli stessi Armeni che lo avevano subito, data l’intollerabile mostruosità del ricordo.

«Ero un mero frutto del caso, […] i significati della storia sfumavano, ed essa diveniva a sua volta frutto della casualità», scrive il già citato Vosganian. Il caso, e i cataclismi che lo accompagnano, hanno plasmato il destino doloroso degli Armeni. L’incuria nella quale versano alcuni dei loro monumenti non è però casuale, ma fa parte di una deliberata strategia. Comprendere che l’arte è un patrimonio comune da tutelare, è segno di civiltà, a prescindere da ogni credo religioso e da qualsiasi contrasto politico. In questo senso il libro di Ferrari appare prezioso perché, per fortuna, «nella guerra fra libri e autorità […] le autorità non trionfano mai. Perché gli uomini hanno scritto molto più di quanto abbiano la forza di dimenticare».

 

Riccardo Cenci

Foto © Commons Wikimedia (la chiesa dei Dodici Apostoli a Kars in una foto del tardo Ottocento), VitualAni.org (l’archeologo Nikolaj Marr), Diego Delso (il Monastero di Xor Virap con l’Ararat sullo sfondo da wikipedia)

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