Il silenzio di Dio nella storia del cinema

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Nel suo ultimo libro Mario Dal Bello indaga la spiritualità, il mistero della creazione e la ricerca dell’infinito nelle diverse declinazioni dell’universo filmico

«Non so se l’amore dimostra l’esistenza di Dio o se l’amore è Dio stesso», afferma David, il protagonista del bergmaniano Come in uno specchio (1960), primo tassello di una intensa trilogia che il regista svedese dedica al problema religioso e alla faticosa aspirazione verso l’infinito. Un racconto del tormentato cammino dell’uomo smarrito alla ricerca della fede, di un’umanità disperata, distrutta dall’egoismo, la cui unica speranza di salvezza risiede nel ritorno a una dimensione spirituale profonda.

Non poteva non iniziare da qui, da una delle esperienze filmiche più dense e pregne di interrogativi, l’ultimo libro di Mario Dal Bello, critico cinematografico e non solo, incentrato appunto su Il Dio nascosto nel cinema (Dei Merangoli editrice). Un percorso tortuoso, ricco di suggestioni e di spunti di riflessione.

Negli artisti nordici il tema di Dio è onnipresente; da Bergman a von Trier il passo è breve. Il regista danese, tramite una visione filmica che mira ridurre gli orpelli individualistici per raggiungere l’essenziale, mette in scena un universo dominato dal fato. Ne Le onde del destino (1996) il desiderio del miracolo, veicolato da un amore al limite della follia e del misticismo più spinto, non viene appagato. Contrariamente a Dreyer, che in Ordet (1954) esplicita l’evento sovrannaturale e quindi la presenza di Dio, qui restiamo pericolosamente in bilico sull’orlo dell’abisso. In Antichrist (2009) la coppia protagonista, devastata da un lutto che non riesce ad accettare, si chiude al divino. Il passo seguente sarà la visione apocalittica di Melancholia (2011), preludio a quella perturbante discesa agli inferi che sembra caratterizzare l’ultima produzione di von Trier.

La ricerca di Dio non è prerogativa esclusiva della filmografia europea, e nordica in particolare. Il cinema di Clint Eastwood, ad esempio, mostra una vena non secondaria di spiritualità, un’esigenza morale che si mostra nella struttura del racconto, non di rado assimilabile alla parabola. L’eroe di Eastwood è solo di fronte alla morte, ma non la teme. Sovente il sacrificio è necessario perché emerga la speranza.

Del tutto peculiare il lavoro di Terrence Malick, autore visionario e onirico, capace di delineare un «cosmo fascinoso e terribile». Il suo cinema, distante dalle tradizionali tecniche narrative, è intessuto di viaggi ipnotici dalle connotazioni mistiche, durante i quali sembra di percepire l’ineffabile respiro di Dio.

La perdita dell’innocenza innerva l’ispirazione di Martin Scorsese, regista cresciuto in un ambiente cattolico, profondamente interessato alle dinamiche della tentazione e della violenza. Lusingati da innumerevoli sirene, i suoi personaggi affondano nella disperazione. Il Figlio di Dio, nell’Ultima tentazione di Cristo (1988) si abbandona alle pulsioni egoistiche di un uomo normale. Vorrebbe scendere dalla croce che gli è stata destinata, rinunciando al suo compito di redentore dell’umanità. Anche il gesuita protagonista di Silence (2016) soffre perchè percepisce l’insinuarsi del dubbio in una fede dapprima sentita come inattaccabile.

Accanto a questi giganti della settima arte Dal Bello intesse una rete sottile di corrispondenze, chiamando in causa esperienze forse meno note, ma certo altrettanto significative. Ecco allora tanto cinema dell’Est europeo, sempre particolarmente profondo. Nell’Isola (2006) Pavel Longuine tratteggia la vicenda di un monaco, preda di una santità eccessiva e quasi folle, oppresso da una colpa che in realtà non ha commesso. Con Il figlio di Saul (2015) di Làszlò Nemes l’autore introduce il discorso sul cinema della Shoah, quantitativamente molto ricco. Il tema drammatico del genocidio viene affrontato con una grande ampiezza di registri e varietà narrativa. Il cinema, in questo caso, come supporto imprescindibile della memoria contro ogni negazionismo. Forse proprio qui il silenzio di Dio risuona più doloroso e inspiegabile.

A volte il tema del divino si cela in luoghi insospettabili. In Avatar (2009) la favola fantascientifica verte sull’unità perduta fra uomo e natura. La minacciata armonia fra gli esseri viventi e l’ambiente assume connotazioni religiose. Anche nei collossali blockbuster costruiti per compiacere il pubblico, la comparsa di un eroe destinato a salvare il pianeta addita il messaggio cristologico. L’immensità del cosmo, sia in Gravity (2013) quanto in The Martian (2015), propone interrogativi metafisici (il modello di Kubrick è certo onnipresente).

La ricerca di Dio viene poi declinata in ambito italiano. Alcuni registi, come Olmi, non abdicano alla spiritualità e allo stupore di fronte al mistero dell’esistenza. Nel cinema di Sorrentino, Dio svanisce nel vuoto dell’anima e nel decadentismo, a volte compiaciuto, della messa in scena. Matteo Garrone dipinge personaggi solitari, tormentati dal desiderio d’amore negato da una società brutale e priva di speranza. Un’oscurità caravaggesca racchiude la tragica densità del suo mondo. Alice Rohrwacher ammanta la propria ricerca della spiritualità di delicata e nostalgica poesia. In Habemus papam (2011) Nanni Moretti mostra un Papa appena eletto che, come il Cristo di Scorsese, si sente inadeguato al ruolo e fugge fra la gente. La Cavani, infine, in diversi periodi della sua carriera torna ripetutamente alla figura di San Francesco, declinandola sempre in maniera personale.

Dal Bello gioca con il proprio tema, una materia che domina sulla punta delle dita, nelle sue infinite variazioni. Ecco allora comparire un inaspettato Woody Allen che nelle sue commedie amare, nelle quali la religione è sovente bersaglio di battute folgoranti, cela una sottile disperazione. L’autore del libro dimostra di amare lo stile asciutto, essenziale, come in Uomini di Dio (2010) di Xavier Beauvois, dove il tema della fede incrocia quello del terrorismo di matrice islamica, oggi di scottante attualità. Nel film Sull’infinito (2019) Roy Andersson prosegue la propria personalissima indagine su un’umanità disperata e abbandonata da Dio, costruendo una narrazione che richiama l’estetica pittorica dei polittici sacri. L’immagine dei due amanti che fluttuano su una Colonia devastata, citazione esplicita da Chagall, poeticamente struggente, non a caso è stata scelta quale copertina del volume. Una pubblicazione fra l’altro graficamente molto accattivante, punteggiata da fotogrammi impaginati come pellicole di un film infinito che scorre di fronte ai nostri occhi. A completare il libro, infine, alcuni dialoghi con personaggi del cinema italiano sulla spiritualità, fra i quali i registi Eugenio Cappuccio e Costanza Quatriglio, l’attore Giorgio Marchesi e altri ancora.

Arduo rendere conto della miriade di suggestioni offerte dalla lettura. Attraverso la ricerca filmica Dal Bello parla della società del nostro tempo, sempre più asettica e distante dallo spirituale, una società che ha dimenticato l’amore. Il Joker di Todd Phillips precipita nel male proprio perchè viene rifiutato, umiliato e offeso da un’umanità priva di principi morali.

«Dio, perché mi hai abbandonato?», chiede il pastore protestante Tomas Ericsson nel bergmaniano Il silenzio (1962), ripetendo la disperata invocazione di Cristo al Padre. «Se riuscissimo ad essere sicuri… se riuscissimo a credere in una verità…se riuscissimo a credere», gli fa eco Marta, una maestra elementare invaghita di lui. Un amore inascoltato, che non riesce ad accendere la luce della fede. Se non si può essere certi dell’esistenza di Dio, la spiritualità si estrinseca nella ricerca affannosa di un qualcosa che sempre ci sfugge, al quale non possiamo fare a meno di anelare. L’alternativa è il vuoto, la disperazione alla quale non vogliamo rassegnarci.

 

Riccardo Cenci

Foto © copertina e interno del libro

 

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Mario Dal Bello

Il Dio nascosto nel cinema

Percorsi dal Novecento ad oggi

Dei Merangoli

pg. 204 – € 21,00

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