Pandemie nella storia e virus mutanti, la paura costante nei secoli

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Dalla peste al colera, dalla Spagnola all’Asiatica, per arrivare alla SARS e al Coronavirus l’umanità ha sempre superato le epidemie

Quest’anno ricorre il centenario dell’influenza tra le più letali della storia. La Spagnola tra il 1918 e il 1920 uccise il 5% degli abitanti del pianeta. Il virus cambia leggermente ogni anno e le piccole mutazioni non vengono riconosciute dai nostri anticorpi. È il motivo per cui l’influenza colpisce più volte nel corso della  vita. Capita però che ogni tanto un nuovo virus emerga dall’ibridazione di due diversi ceppi che hanno infettato uno stesso ospite. In questo caso il sistema immunitario delle persone è impreparato i contagi si diffondono rapidamente e capita che a morire siano persone anziane che si presume immunizzate, ma anche giovani e sani.

Nel passato le pandemie hanno fatto milioni di morti. Claudio Galeno fu tra i primi a descrivere “la peste antonina” che tra il 165 e 180 d.C. causò tra i 5 e i 30 milioni di morti tra la popolazione e decimò l’esercito romano. Doveva trattarsi o di vaiolo o morbillo o forse tifo e si presentava con “febbre, diarrea, infiammazione della laringe ed eruzioni sulla pelle che apparivano al nono giorno di malattia”. A Roma determinò la morte di 2.000 persone al giorno. Le fonti antiche ci dicono che dilagò fino alla Gallia, portata dalle legioni romane poi nella zona del Reno.

Dall’anno 1000 fino alla fine del 1300 vi era stata in Europa una forte ripresa sociale ed economica. L’agricoltura era fiorente, furono bonificate le paludi, scoperte nuove tecniche per far fruttare meglio i campi. Le città si erano rianimate. Nei primi anni 20 del 1300, le cronache ci dicono che vi erano stati cambiamenti climatici in Europa, con calo di temperature, inverni lunghi, stagioni piovose con grandi carestie in quanto le sementi marcivano prima del raccolto. È in questa società indebolita per la povertà che nel XIV secolo apparve per la prima volta la malattia della peste. La diffusione fu rapidissima e inarrestabile. Il tempo di incubazione non superava i sei giorni e i medici non trovarono alcun rimedio.

Più di un terzo della popolazione europea morì. Ci vollero tre secoli prima che il continente potesse ritornare al livello demografico che aveva preceduto l’epidemia. La malattia sarebbe ricomparsa in Europa a più riprese nei secoli successivi e solo agli inizi del ‘900 gli scienziati individuarono il bacillo della peste per la quale si distinguono due tipi, la bubbonica con ghiandole che si gonfiano con bubboni neri in tutto il corpo (è quella descritta dal Manzoni nei “Promessi Sposi”) e quella polmonare, complicanza di quella bubbonica con morte certa.

All’epoca non si sapeva ma il bacillo della peste veniva trasmesso dalla pulce dei topi. Nacque in Asia e con la conquista mongola e la nascita della via della seta, dalla Cina si sparse in Europa. Nel 1346 la peste arrivò a Caffa sul Mar Nero. Da lì navi genovesi la portarono prima a Costantinopoli, poi nello stretto di Messina da qui nella Francia del Sud e in tutto il continente. Ma la peste nera divenne anche un’arma batteriologica.

Ci pensarono i veneziani a metà del 1600 con un piano diabolico che però forse non fu messo in atto. Ad idearlo fu un medico croato Angelo Salamon che scrisse al governo veneziano nel 1649 suggerendo di sterminare le truppe ottomane, che in quell’anno assediavano la città di Candia (oggi Heraklion) avamposto veneziano, diffondendo tra i nemici la peste bubbonica con fluidi corporei degli appestati, e cospargendo questi sui copricapi che venivano acquistati nei mercati dai turchi. Non sappiamo però se fu mai messo in pratica.

Nel corso dell’Ottocento il colera la fece da padrone. Dall’Inghilterra a causa di movimenti militari si diffuse in tutto il globo. Lo sviluppo industriale e l’aumento demografico nelle maggiori città moltiplicarono con rifiuti e germi le epidemie. Sei giunsero in Italia tra il 1835 e il 1893. Fu definito morbo asiatico. Il bacillo si introduceva nell’organismo moltiplicandosi nell’apparato digerente. La forte diarrea con dolori addominali e vomito portavano alla disidratazione del malato e alla sua morte.

Nel 1918 la pandemiaSpagnolafece nel mondo quasi 25 milioni di morti. All’inizio si presentava come una normale influenza: febbre elevata, dolori muscolari ma dopo pochi giorni comparivano sangue e muco nei polmoni. La pandemia iniziò nel marzo 1918 ad Haskell County nel Kansas (Stati Uniti) e interessò in modo serio i soldati di Fort Riley diffondendosi poi in tutti gli accampamenti militari. Fu l’agenzia di stampa spagnola FABRA a darne per prima la notizia: ”Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid”.

In base a questa segnalazione la malattia assunse in tutto il mondo il nome di Spagnola, in quanto la Spagna all’epoca era rimasta neutrale, e le notizie potevano circolare senza censura. In tutta Europa era in corso la Prima guerra mondiale e i governi censurarono la notizia per non demoralizzare gli eserciti. Il virus si sparse in Europa portato dai reduci al termine della guerra. Furono loro a trasmettere il virus nelle case. Si narra che in Italia i decessi furono oltre 500.000.

Nel 1957 la pandemiaAsiaticaebbe origine dalla Cina e si diffuse in tutto il Sud est asiatico. Il virus responsabile si era rimescolato con un virus dell’anatra da cui aveva ricevuto i geni che codificavano l’H2 e l’N2. La pandemia impiegò otto mesi per fare il giro del mondo e provocò due milioni di vittime. Dieci anni più tardi nel 1968-69 si diffuse l’influenza di Hong Kong. Il ceppo del virus fu trovato negli uccelli, e il virus H3N2 è ancora in circolazione in diversi Paesi europei.

Nel 1977 l’influenza apparve in Russia era un virus del tipo H1N1 identico a quello già circolato negli anni 50. Si pensa che il virus sia sfuggito nell’ambiente degli esperimenti di laboratorio per un vaccino. Il 2009 è stato l’anno dell’influenza suina provocato da un virus del sottotipo H1N1 che fino a quel momento provocava la malattia solo nei maiali. I decessi per questa pandemia furono circa 300 mila.

A distanza di 10 anni compare ora, proveniente da Wuhan il Coronavirus. Secondo il Journal of Hospital Infection è una mutazione e parente stretto del virus della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). Secondo alcuni ricercatori di una università tedesca il coronavirus 2019-nCoV può resistere sulle superfici sino a nove giorni, ma può essere debellato dalla candeggina.

L’epidemiologo Giovanni Rezza dell’Istituto Superiore di Sanità, conferma che disinfettanti a base di alcol e una buona pulizia sono in grado di debellare il virus. Ora che in alcune zone del lodigiano e del padovano nonché in altre parti della Lombardia è in vigore la quarantena. Trattandosi di piccoli centri si potrebbe suggerire alle autorità, la irrorazione per le strade con mezzi meccanici e nei luoghi ove il virus potrebbe insistere su pavimenti o superfici, di acqua e candeggina così da sanificare  i luoghi e renderli mitigabili dal virus come peraltro si è visto fare in Corea del Sud.

 

Giancarlo Cocco

Foto © History, Wikipedia, Modus, National Geographic, Prezi, Open

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