Lagarde, problema Coronavirus: (Dis)Unione europea

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Come la pandemia manda in frantumi l’Ue, nonostante i tardivi interventi della Banca centrale. È forse questa l’Europa che immaginavamo?

Dare un senso a questa storia, come il titolo di una famosa canzone di Vasco, la storia la conosciamo purtroppo bene tutti, il Coronavirus. Cosa ci sta insegnando e come sta mutando la nostra società con questa pandemia? Dinnanzi ad una Unione europea che dai fatti, improvvisamente, si svela non così tanto unita e forse neanche tanto europea, quando si tratta di tutelare gli interessi, di parte, del proprio territorio nazionale, assistiamo alle chiusure delle frontiere.

L’Italia viene dapprima tacciata con un atto di accusa specifico, quello di aver diffuso il virus, come una sorta di scientifica tattica, adottata da alcuni governi del Vecchio Continente, forse per una eventuale messa in mora per poter, un indomani, avanzare dei danni. Poi all’improvviso salta fuori che il virus arriva in Europa, tramite la Germania, in questo caso, come per nascondere la polvere sotto il tappetto si ode balbettare qualcosa, ma solo un po’ di polemiche, un accennino, poi tutto “va ben madama la marchesa”. Due pesi due misure.

È bene ricordare che in alcuni frangenti della propria storia proprio alla Germania, che si professa paladina del rigore e non ammette sconti a nessuno, non è certo mancata la solidarietà dell’Italia e di altre nazioni europee. Quando i casi hanno incominciato a propagarsi anche nel resto d’Europa, dopo una prima timida presa di coscienza, gli Stati membri dell’Unione hanno preso atto, a quanto pare, che il fatto è serio: “Houston abbiamo un problema” e alcuni di questi incominciano, con un po’ di puzza sotto al naso, a guardare alla nostra nazione per le misure poste in campo a tutela della salute collettiva.

Che cosa è cambiato da qui a pochi giorni fa in cui la Lagarde disse che non si doveva intervenire sullo spread e invece oggi si riversano sui mercati 750 miliardi euro da parte della Banca centrale europea (Bce)? Forse è cambiato, ma la Lagarde non ce lo dirà mai, che anche la Francia e la Germania ora sono in sofferenza.

È questa l’Europa che immaginavamo? Ma come, dovevamo essere uniti nelle scelte? Nella politica europea, nella severa economia, nell’Europa dei popoli senza confini, forse abbiamo frainteso noi, loro la intendevano così quando i confini ad essere presi di mira erano i nostri come avamposto europeo. Nonostante tutto noi italiani continuiamo a credere al sogno, perché siamo un popolo di sognatori e questo non c’è lo potrà mai limitare nessuna normativa europea, che l’Europa è un valore aggiunto, strategico ed essenziale, ma a questo punto con un diverso concetto che finora è stato portato erroneamente avanti, cioè finora possiamo affermare che abbiamo portato l’Europa in Italia con tutti quei vincoli che hanno fatto solo male non solo alla nostra nazione, invece adesso è giunto il momento di portare l’Italia in Europa.

La serietà dimostrata, in questo frangente, dal personale sanitario e dai ricercatori italiani che prontamente hanno messo a disposizione di tutta la comunità scientifica internazionale i propri metodi e le proprie scoperte è stato esemplare. Da tale dimostrazione alcune nazioni europee dovrebbero trarre il dovuto esempio per porre il metodo a sistema da adottare proprio a livello europeo, creando un unico modo di intervento che includa anche i metodi statistici importanti non solo a livello sanitario, ma anche per le implicazioni socio economiche (vedi le inutili caccie all’untore) che inevitabilmente e con un deprecabile carico discriminatorio essi implicano (il caso del conduttore televisivo inglese che offende gli italiani, sostenendo la tesi che tale virus è solo una banale scusa per evitare la presenza sui posti di lavoro o altre amenità come la pizza al coronavirus di dubbia ironia francese).

Dinnanzi ad uno scenario simile, anche a un sostenitore del libero mercato, nasce spontaneo pensare che sia meglio bloccare iniziative di acquisizioni di aziende italiane da parte di competitor europei. Da tempo che nella nostra politica serpeggia tra i vari schieramenti il malessere, che alcuni anche nella stessa maggioranza non possono esternare apertamente, che sia necessaria una rivisitazione di molte norme europee per rendere ogni nazione veramente sovrana nelle proprie scelte economiche e non avere una sorta di maestra che sta lì a bacchettarti ogni volta che non hai portato a termine dei compiti, o ancor peggio, a metterti in mora ogni volta che vi è la necessità di scelte ritenute opportune per il proprio Paese. La pandemia che ci ha colpiti non ha colpito solo noi in quanto esseri umani, ma come quei virus che si insinuano nei nostri computer ha colpito il sistema malato della burocrazia dell’Unione europea, dimostrando la debolezza di alcune tesi e l’inesistenza di una vera Unione.

 

Alessandro Cicero

Foto © Politico.eu, Telegraph, Cartoon Movement

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