«La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuto»

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Alcide De Gasperi. Colui che suscitò il rispetto per l’uomo politico e la rinascita dell’Italia

Nel palazzo del Lussemburgo a Parigi, il 10 agosto del 1946, si svolgevano nella calura estiva, alla presenza di centinaia di delegati internazionali e giornalisti, i lavori per definire il trattato di pace che vedeva sul banco degli imputati la Germania e l’Italia, il Giappone avrebbe pagato le sue responsabilità in un’altra assise.

La sala era affollata e si sentiva un continuo sommesso vociare che smise quasi immediatamente all’annunci che avrebbe preso la parola per l’Italia il capo del governo Alcide De Gasperi, sconosciuto ai più in quella sala.

Salendo le scale che lo portavano sul palco per il suo discorso, De Gasperi sentì tutto il disprezzo intorno per una nazione sconfitta che tanti lutti aveva creato. «Prendo la parola»disse aprendo il suo intervento «in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione».

Pronunciando queste parole di grande dignità conquistò umanamente la platea, ma, purtroppo, ciò non servì ad alleggerire le condizioni capestro per l’Italia, nonostante il sacrificio della Resistenza.

Il verdetto era già scritto dai vincitori, ma il discorso di De Gasperi suscitò il rispetto per l’uomo politico anche per l’Italia che, dopo la triste parentesi di Parigi, venne convocata in tutti i consessi internazionali e questa volta non più da ex nemica, ma da nazione cooperante nello scacchiere internazionale, soprattutto con uno sguardo alla nuova Europa che di lì a poco sarebbe nata.

Alcide De Gasperi era nato a Pieve Tesino in Trentino il 3 aprile del 1881, quando ancora il territorio alpino era sotto il domino AustroUngarico.

Studente brillante, si iscrisse presso l’università di Vienna alla facoltà di lettere conseguendo in breve la laurea con il massimo dei voti, questo gli permise di lavorare subito al giornale “Il Trentino” e, viste le sue capacità oltre che di giornalista anche di organizzatore, pochi anni dopo ne era già il direttore.

Giovane brillante nel 1911 venne eletto al Parlamento austriaco nelle file del Partito Popolare con una maggioranza quasi assoluta nel suo collegio. Inizialmente la sua posizione davanti ad una guerra sempre più prossima, fu di fedeltà all’Imperatore, per un senso del dovere.

Fu solo verso la fine della guerra, davanti a feroci repressioni, a volte del tutto ingiustificate sui popoli di lingua italiana, che il giovane politico si oppose e cominciò a lavorare per l’autonomia della sua terra.

Nel 1919 la regione delTrentino, insieme all’Alto Adige, diventano italiane e De Gasperi prese la nuova cittadinanza.  

Come cittadino italiano continuò la sua esperienza politica tanto che nel 1922 venne eletto deputato, ma questa volta nel Parlamento italiano. Quello stesso anno sposerà Francesca Romani, un matrimonio dal quale nasceranno due figli.

Uomo risoluto, di una onestà adamantina, come gli venne riconosciuto sempre anche dagli avversari politici, davanti a questioni di principio che potevano ledere la libertà dell’individuo non esitava a ribellarsi come avvenne con la presa del poter del Fascismo al quale non aderì mai, a differenza di alcuni personaggi del suo partito.

Avversario durissimo, tra l’altro, della legge che prendeva il nome dell’onorevole Acerbo, voluta fortemente dal Fascismo che di fatto toglieva ogni libertà democratica alla nazione. De Gasperi pagò duramente il suo dichiarato antifascismo tanto che nel 1927 venne arrestato e condannato a quattro anni di carcere e a una multa impossibile per lui da pagare.

Grazie ad un indulto uscì di prigione l’anno successivo, ma la sua situazione era veramente umanamente tragica. Senza lavoro e senza alcun reddito era impossibilitato a mantenere la famiglia e dovette adattarsi per qualche tempo ad alcuni lavoretti saltuari. Riuscì con l’aiuto di alcuni amici sacerdoti ad impiegarsi, come altri antifascisti dell’epoca, presso la Biblioteca Vaticana, lavoro che svolse fino alla fine della guerra.

Ancora in quegli anni, grazie alla protezione vaticana, poté manifestare, pur sotto pseudonimo, la propria avversione al regime e al nascente nazismo dalle pagine del giornale cattolico “L’illustrazione Vaticana con lo pseudonimo di Spectator.

In quegli anni di isolamento forzato dagli amici e dai collaboratori politici di un tempo, fece tesoro di quel periodo per studiare politica ed economia gettando le basi per la nascita della Democrazia Cristiana e appunto alla fine della guerra che entrò a far parte del Comitato di liberazione come esponente dei cattolici.

Sono anni frenetici per tutto il Paese uscito devastato dalla guerra e da vent’anni di dittatura. Dopo i primi due governi provvisori di Bonomi e Parri, nel dicembre del 1945, divenne capo del governo. Sono gli anni in cui lo vedranno protagonista nel 1946 del referendum Repubblica o Monarchia, della formazione della nuova Costituente, della dolorosa ratifica dei trattati di pace, delle elezioni del 1948 che segnerà la nuova politica dell’Italia in favore dell’Occidente fino a mettere le basi per la nascente Comunità europea grazie agli accordi sull’acciaio e carbone con la Francia, il Belgio, l’Olanda (Paesi Bassi), il Lussemburgo e la Germania.

Ma la situazione del Paese si faceva sempre più grave, la povertà a causa della disoccupazione era ormai fuori controllo, occorrevano soldi da investire ma l’Italia non ne aveva e in quel momento arrivò l’aiuto del governo degli Stati Uniti con un prestito a lunga scadenza di 100 milioni di dollari, circa mille miliardi euro odierni, soldi che furono consegnati personalmente a De Gasperi nel suo viaggio in America.

A questo proposito c’è un piccolo episodio che racconta molto bene la frugalità e soprattutto l’onestà dell’uomo. Facendo i bagagli si accorse che aveva un cappotto ormai logoro e per comprarne un altro non aveva i soldi e usufruire delle casse dello Stato gli sembrava un furto, in suo aiuto accorse il suo ministro Carlo Sforza, che gli prestò il suo per essere ricevuto dignitosamente dal presidente Truman e dall’establishment del governo Usa.

Un’altra Italia, decisamente.

Nonostante i successi politici, economici, e la sua figura di prestigio a livello internazionale dovette subire l’ostracismo dei suoi avversari politici e anche dei suoi cosiddettiamicidi partito.

Nell’agosto del 1953 si dimette a causa della nuova legge elettorale sopranominata dagli avversari “Legge truffa” e, come un novello Cincinnato, si ritirò nella sua casetta in Valsugana dove appena un anno dopo, il 19 agosto del 1954, moriva lasciando un testamento verbale alla figlia Maria Romana solo cinque giorni prima del decesso: che racchiude il pensiero dello statista: «Adesso ho fatto tutto ciò ch’era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Vedi, il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita. Poi, quando credi di essere necessario e indispensabile, ti toglie tutto improvvisamente. Ti fa capire che sei soltanto utile, ti dice: ora basta, puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là, col tuo compito ben finito e preciso. La nostra piccola mente umana non si rassegna a lasciare ad altri l’oggetto della propria passione incompiuta».

 

Gianfranco Cannarozzo

Foto © Wikipedia

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