Continuano le proteste in Bielorussia nonostante la dura repressione del presidente Lukashenko

I disordini e le proteste di piazza nel Paese vanno avanti oramai da più di un mese

Sono decine e decine di migliaia i cittadini bielorussi che ogni settimana si riuniscono a Minsk, Brest, Grodno, Vitebsk e in varie altre piccole città e villaggi per manifestare pacificamente chiedendo un cambio di regime. Lavoratori, studenti, e medici protestano, organizzano scioperi e atti di solidarietà ai quali le autorità rispondono con arresti di massa, procedimenti amministrativi e penali, licenziamenti per motivi politici, processi a giornalisti, blocco dei media indipendenti e dei siti web di alcune ONG.

Durante i suoi ininterrotti 26 anni al potere, il presidente Alexander Lukashenko, definito dai media internazionali “l’ultimo dittatore d’Europa“, ha creato un efficiente sistema repressivo, in cui la totale assenza di tribunali indipendenti, persecuzioni politiche, violazioni della libertà di parola e di riunione hanno rappresentato la normalità.

La stabilità del regime aveva già subito una scossa nel 2017 con l’entrata in vigore del “Decreto n.3 per la promozione dell’impiego della popolazione” e chiamato dai bielorussi “contro i parassiti sociali” secondo la terminologia tipica dell’Unione Sovietica. Il decreto  firmato da Lukashenko nel 2015 imponeva una tassa annuale di circa 250 dollari americani ai cittadini disoccupati a titolo di risarcimento allo Stato per la perdita di entrate fiscali. Le importanti proteste che ne seguirono portarono ufficialmente alla sospensione del decreto il quale però fu in qualche modo riproposto revocando i diritti ai sussidi e alle agevolazioni statali garantite alle persone impiegate. Ne seguì l’aggravamento della stagnazione economica, l’abbassamento del tenore di vita e dei salari reali e un aumento dell’età pensionabile e della disoccupazione stessa. Il malcontento della popolazione è poi cresciuto sino a raggiungere il culmine all’inizio di quest’anno con l’emergenza del Covid-19 alla quale le autorità bielorusse non hanno risposto in maniera adeguata. Lukashenko ha definito la pandemia come una questione dimera politicae dipsicosi“. Il presidente ha quindi bloccato i tentativi del Ministero dell’Istruzione di chiudere le scuole, ha rifiutato pubblicamente la necessità di indossare mascherine e non ha fornito alcun supporto aggiuntivo agli ospedali per fronteggiare il numero reale di vittime da Coronavirus. Secondo i dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Salute il 30 giugno 2020, vi sarebbero stati solo 398 pazienti morti a causa del Covid-19 in Bielorussia. Tuttavia, i dati sul tasso di mortalità mensile in Bielorussia, pubblicati dalle Nazioni Unite, mostrano che nel giugno 2020 i decessi registrati sarebbero stati 4.000 in più rispetto al giugno 2019.

Bielorussia: centinaia di migliaia a Minsk hanno protestato contro Lukashenko

Bielorussia: centinaia di migliaia a Minsk hanno protestato contro LukashenkoLa Marcia della Libertà ha riunito più di 100.000 persone vestiti di bianco con fiori e palloncini. Domenica alle 12 in piazza Indipendenza a Minsk si è svolta una manifestazione a sostegno dell'appello di Svetlana Tikhanovskaia. La donna trentasettenne, che ha sfidato il presidente alle elezioni della scorsa settimana e che contesta il risultato elettorale, si è rifugiata nella confinante Lituania, da dove ha annunciato di aver costituito una commissione per il trasferimento del potereBielorussia Belarus, Беларусь Lukashenko Minsk Minsk Europe/Minsk Vilnius Lituania

Geplaatst door Eurocomunicazione op Zondag 16 augustus 2020

I bielorussi sono stati lasciati soli ad affrontare la pandemia e per ovviare a questo problema la società civile ha creato la campagna di crowdfunding #BYCOVID19 per acquistare e distribuire agli ospedali del Paese attrezzature mediche, tute protettive, mascherine e altre forniture essenziali.  Questi eventi si sono svolti in concomitanza con le elezioni presidenziali, durante le quali la compressione delle libertà da parte del governo è aumentata notevolmente. Quasi tutti gli oppositori di Lukashenko, i candidati più forti e i loro collaboratori sono stati imprigionati o costretti a lasciare il Paese. I risultati elettorali hanno confermato un sesto mandato presidenziale per Lukashenko con l’80%, tra accuse di frodi elettorali. Dopo il voto, le persone sono scese immediatamente in piazza ottenendo in risposta una brutalità senza precedenti. Le forze di polizia e i militari hanno posto in essere misure repressive contro manifestanti pacifici. Più di 6.000 persone sono state arrestate nelle sole manifestazioni del 9, 10 e 11 agosto; sono 450 i detenuti che hanno denunciato torture e trattamenti inumani, sei persone sono scomparse durante le proteste e almeno tre sono morte. Si contano inoltre più di 5.000 denunce presentate al Comitato investigativo che chiedono il perseguimento dei funzionari dello Stato responsabili di torture e azioni illegali. La legge sembra essere applicata in una sola direzione da autorità che si rifiutano di impegnarsi al dialogo. Nelle ultime settimane si è registrato un aumento di episodi di violenza attribuiti a gruppi di individui in abiti borghesi armati di armi e bastoni per lo più a viso coperto, che hanno colpito e arrestato i manifestanti che cercavano rifugio nei centri commerciali e nei caffè. I bielorussi li chiamanotikhary” (тихари) e sono per lo più agenti di polizia, senza segni distintivi, ma coloro che vi si oppongono vengono accusati di aver attaccato dei pubblici ufficiali. Il 7 settembre, una delle figure più note della protesta, Maria Kolesnikova, è stata rapita da sconosciuti e portata con la forza al confine ucraino. Secondo alcune fonti avrebbe strappato il passaporto e rifiutato di lasciare la Bielorussia e si trova attualmente agli arresti con l’accusa di aver perpetrato azioni che minacciano la sicurezza nazionale. Arresti e accompagnamento forzato al confine sono avvenuti anche per tutti i membri del Presidio del Consiglio di Coordinamento (formato da eminenti personaggi del Paese), ad esclusione della giornalista e scrittrice Premio Nobel Svetlana Aleksievich.

Ad oggi, nelle strade della Bielorussia, non vi sono segnali e slogan contro la Federazione Russa e Vladimir Putin, né istanze di integrazione verso l’Unione europea. Mentre Lukashenko definisce i manifestanti “fascisti” e sostiene che questi siano supportati da Paesi stranieri e dell’Ovest, la Bielorussia esprime la sua forte volontà di cambiamento. I lavoratori statali si sono uniti ai giovani manifestanti e alle iniziative della società civile non violenta. Secondo alcuni politologi ed esperti della Regione, il cambio di regime arriverà o attraverso nuove elezioni oppure con un governo di transizione.

Vladimir Putin ha una forte antipatia nei confronti delle proteste popolari e soprattutto verso quelle di successo, ma, allo stesso tempo, non ama Lukashenko né lo considera un alleato affidabile. Nonostante ciò il capo del Cremlino ha promesso a Lukashenko un intervento di aiuto alle forze di sicurezza se le manifestazioni dovessero degenerare in violenza. Inoltre, il 14 settembre i due capi di stato si sono incontrati a Sochi in Russia, dove Putin ha garantito di poter attivare un prestito di 1,5 miliardi di dollari alla Bielorussia. Ciò potrebbe comportare un aumento dell’influenza russa sul governo di Minsk, di grandissima portata.

 

Marisella Tonica e Katsiaryna Damayeva

Foto © CNBC

Video © Eurocomunicazione

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