Migranti, il tallone d’Achille dell’Unione europea

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Crescono i dubbi in Italia per il piano presentato dalla Commissione. Pronto decreto via multe milionarie, ma per Ong rischio sanzioni penali

Come era facilmente intuibile la proposta della Commissione europea per un superamento degli accordi di Dublino, inizialmente accolta con entusiasmo, sta ogni giorno di più facendo crescere i timori di alcuni Paesi membri, Italia in primis.

La nuova strategia dell’Unione partorita dall’esecutivo europeo sul fronte immigrazione non convince l’Italia e molti Paesi dell’Est, pronti a chiederne le modifiche. Dalle nuove procedure sul rimpatrio alla mancata rottura con il sistema dei Paesi di ingresso.

Nel Belpaese, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese si prepara a una difficile trattativa in vista del negoziato con i suoi omologhi titolari dello stesso dicastero negli altri Paesi membri previsto il prossimo 8 ottobre. E intanto, sul fronte interno, cala la carta dell’ultima bozza del decreto sicurezza: via le multe milionarie ma fino a due anni di carcere per gli attivisti delle Ong che non si coordinano con le autorità, oltre a tempi più brevi per l’ottenimento della cittadinanza italiana.

«Da una prima analisi ci sembra di cogliere da un lato elementi di discontinuità rispetto alle proposte degli anni scorsi, ma non c’è quel netto superamento degli accordi di Dublino che rimetterebbe sul tavolo le trattative», spiega Lamorgese facendo intendere che il Patto Ue annunciato dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen ha ancora nel suo dna il vecchio sistema che ruota intorno alla responsabilità dello Stato di ingresso.

Intanto, tra fine settembre e l’inizio di ottobre, potrebbe già approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri il prossimo decreto immigrazione, che cancella una serie di norme e modifica marcatamente i due decreti sicurezza di Salvini. La bozza sarà esaminata «in uno dei prossimi Cdm. Si verificheranno anche gli aspetti delle sanzioni alle Ong, che potrebbero anche diventare di carattere penale. Ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti».

Il documento prevede quindi la cancellazione delle multe milionarie alle navi Ong, le quali potrebbero però essere sanzionate penalmente in caso di mancato coordinamento con le autorità dei Paesi responsabili dei soccorsi; la riforma del sistema di accoglienza, l’allargamento delle maglie che consentono di accedere alla protezione umanitaria, la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all’anagrafe comunale e la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in permesso di lavoro.

La reazione dell’Italia (e di buona parte dei Paesi Visegrad, vedi in seguito) va in controtendenza all’iniziale entusiasmo che il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo presentato dalla Commissione europea aveva suscitato. Quello che secondo l’esecutivo comunitario stabilisce «procedure migliori e più rapide in tutto il sistema di asilo e migrazione». Così come «un equilibrio tra i principi di equa condivisione di responsabilità e solidarietà». La Commissione è d’accordo con molti Stati per i quali «il sistema attuale non funziona più». Per questo ha proposto un (potenziale) cambio di rotta.

Spetterabbe ora al Parlamento europeo e al Consiglio, i cosiddetti colegislatori, esaminare e adottare l’intera normativa necessaria «per realizzare una vera e propria politica comune dell’Ue in materia di asilo e migrazione». La proposta di superare l’attuale sistema di Dublino, che pone sulle spalle degli Stati di primo arrivo tutti gli oneri connessi alla gestione dei flussi migratori, con un sistema di “contributi flessibili” di solidarietà nei confronti dei Paesi Ue che sono la prima destinazione dei migranti. Ma è nel Consiglio che la riforma di Dublino si è arenata dal 2015, anno della crisi migratoria provocata dalla guerra civile siriana.

Le posizioni degli Stati Ue su questo tema, politicamente esplosivo, sono e restano ampiamente divergenti: il piano di ricollocamenti obbligatori lanciato dalla Commissione, e approvato dal Consiglio a maggioranza qualificata, per alleviare la pressione sui Paesi di primo arrivo è fallito, perché i Paesi del gruppo di Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia) si sono rifiutati di accogliere i richiedenti asilo di loro spettanza, infrangendo un obbligo di legge. E ancora oggi il primo scoglio è il loro. Appoggiati sempre di più dall’Austria e da qualche altro Paese del Nord mai meta di grossi flussi migratori dall’Asia e dall’Africa.

Infatti ilNuovo patto sulla migrazione e l’asilo” adottato due giorni fa dalla Commissione europea non prevede trasferimenti obbligatori di migranti sbarcati nelle coste Ue verso gli altri Paesi dell’Unione europea, come invece richiesto dal governo italiano. «Diciamo la verità, la proposta appena formalizzata è un primo passo verso il superamento degli accordi di Dublino, ma non basta. Continueremo a lavorare nei consessi europei per attivare quei meccanismi efficaci di rimpatrio e ricollocamento obbligatorio che ci stanno più a cuore». Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una intervista a La Stampa giovedì 24, interrogato sul piano europeo annunciato da Ursula Von Der Leyen.

 

Fiasha Van Dijk

Foto © Euroactiv, The Irish Time, La Croix, Daily Mail, InfoMigrants

Video © Eurocomunicazione

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