Tenuta presidenziale di Castelporziano, polmone verde d’Italia

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Castelporziano

Dalla Villa di Plinio a quella di Commodo il Vicus Augustanus sulla via Severiana tra storia e archeologia

I sovrani orientali sin dalla antichità ebbero giardini nei quali esisteva una parte coltivata e una boscosa. Anche i Romani con il diffondersi dell’ellenismo vollero crearsi nel giardino il loro “paesaggio ideale” seguendo la moda dei “paradisi orientali”.

Oltrepassare i cancelli della Tenuta presidenziale di Castelporziano, a 25 km dal centro di Roma, è come attraversare il tempo e lo spazio per entrare in un ambiente dove l’impronta dell’uomo si intreccia con quella della natura.

Si estende su una superficie di ben 6.039 ettari e comprende storiche tenute di caccia: Trafusa, Trafusina, Riserve Nuove e Capocotta. La maggior parte dell’estensione è occupata dal bosco caratterizzato dalla presenza di querce mediterranee: leccio, sughera, pioppo, frassino, acero, carpino bianco e carpino orientale tipico dell’ambiente costiero mediterraneo poiché la Tenuta comprende anche circa 3,1 km di spiaggia incontaminata.

Estensione del bosco

Si estende per circa 2.300 ettari. Gli ambienti a macchia mediterranea ricoprono una superficie di circa 500 ettari, mentre la lecceta ha un’area di 261 ettari. Il bosco di sughera interessa un’area di 460 ettari. Ai  boschi si alternano radure e praterie naturali. Le pinete di pino domestico realizzate con rimboschimenti artificiali, si estendono per oltre 750 ettari. Il pino fu introdotto dai romani per la produzione di pinoli, qui raccolti specie nel periodo autunnale. Un recente censimento ha individuato 29 alberi monumentali per dimensioni e portamento appartenenti a 7 specie diverse.

La storia di Castelporziano

Si tratta di un vasto territorio conosciuto anticamente come Laurento ed è legato alla vicenda leggendaria dello sbarco di Enea nel Lazio. Il sito era frequentato già in età preistorica sin dalla prima Età del ferro (IX secolo a.C.). Vi furono insediamenti abitativi tra l’VIII e il VI secolo a.C. che si consolidarono tra il IV e III secolo a.C. con il rafforzamento della potenza di Roma. A partire dalla seconda guerra punica, fino all’età repubblicana tra il II e I secolo a.C. furono edificate ville patrizie tra cui le fonti storiche ricordano la villa di Plinio.

Il Vicus Augustanus e la via Severiana

Le ville residenziali e di tipo signorile si appoggiavano per i loro servizi essenziali, a un piccolo borgo il Vicus Augustanus così denominato perché sorto in età augustea. L’insediamento costiero era messo in comunicazione con Roma attraverso le vie Ostiense, Laurentina e dalla via Severiana, un antico sentiero lungo la costa, che fungeva da collegamento tra il sistema portuale Ostiense e il Lazio costiero.

La Villa di Plinio

Nativo di Como (62-114 d.C.) Plinio apparteneva a una importante famiglia italica trapiantata a Roma. Insigne letterato divenne amico e segretario dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.). È noto per aver scritto un epistolario ad amici e familiari dai quali è stato possibile reperire notizie sulla vita di allora. Tra le lettere private spicca quella scritta all’amicoGallo per invogliarlo a soggiornare nella sua villa situata in questa zona (forse con accesso dalla via Severiana).

Così scriveva: “La villa è grande e comoda, con vista mare. Esposta in modo da prendere il sole è riscaldata dal vapore con tubazioni. Le abitazioni dei servi sono così confortevoli che potrebbero esservi alloggiati anche gli ospiti. Vi sono le terme, i vigneti, i fichi e l’orto, il mare fornisce sogliole e gamberi eccellenti… Vi è addirittura una stanza isolata dai rumori che con una intercapedine garantisce assoluta tranquillità. Mi reco lì” – scriveva Plinio – “durante il periodo dei Saturnali, quando il resto della casa risuona della baldoria e dei clamori di quei giorni, così né io disturbo la letizia dei miei, né disturbano essi i miei studi”.

Plinio concludeva la sua lettera con questa esortazione: ”ho ben ragione di stare e trattenermi in questo ritiro e di amarlo? Troppo cittadino sei tu se non hai desiderio. Oh possa tu averne desiderio che a tante doti della mia villetta si aggiunga il sommo pregio della tua presenza… Vale!”.

Castelporziano possedimento della Chiesa e poi delle Stato italiano

CastelporzianoCon la fine dell’impero romano il territorio nel V secolo d.C. passò tra i beni della Chiesa divenendo proprietà della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Nel X secolo fu costruito il primo centro fortificato sul luogo dell’attuale castello. La proprietà risulta poi affidata ai monaci di San Saba fino al 1561, quando Papa Pio IV trasferì i beni del comprensorio di Castelporziano all’Ospedale di Santo Spirito. Da un antico atto notarile, risulta che nel 1568 il possedimento fu venduto alla famiglia fiorentina dei Del Nero. Furono compiuti scavi archeologici negli anni 1777 e 1778 a opera del principe Sigismondo Chigi e durante il pontificato di Pio VI (1783).

I Del Nero ne conservarono la proprietà fino al 1823, quando venne acquistata dal duca Vincenzo Grazioli. Nel 1872 il ministro delle Finanze del Regno, Quintino Sella, per invogliare Vittorio Emanuele II, appassionato di caccia a trasferirsi, da Firenze, dove era arrivato da Torino nel 1865, a Roma “città eterna”, acquistò, dalla famiglia Grazioli per conto dello Stato Italiano, la tenuta.

La passione della Regina Elena per l’archeologia

Fu proprio la Regina Elena di Savoia che promosse in questo sito i primi scavi archeologici, portando alla luce preziosi reperti dell’età protostorica e di quella romana, che fanno bella mostra al piano terra del castello. Qui sono raccolti oltre duecento oggetti provenienti dagli scavi. Reperti esposti per ordine cronologico comprendono un ricco corredo funerario appartenente alla necropoli dell’abitato di Castel di Decima risalente al VII sec .a.C. un busto in marmo una testa riconducibile all’imperatore Commodo, il Discobolo rinvenuto in una villa del sito.

Le terme dell’imperatore Commodo

In prossimità di Torpaderno e a 500 metri dal mare è possibile vedere i resti delle terme di Commodo ove i patrizi che abitavano nelle ville adiacenti potevano accedere. Qui c’era il calidarium ed è possibile notare nel pavimento sottostante una ampia intercapedine ove passavano i tubi contenenti acqua calda, riscaldata da schiavi che giungeva alle piscine e alla sauna.

Chi era Commodo

Cesare Lucio Marco Aurelio Commodo, figlio dell’imperatore Marco Aurelio, era nato a Lanuvio nel 161 (d.C.). Quindi una zona che conosceva bene era proprio Castelporziano. Fu associato al trono dal padre nel 177. Marco Aurelio, dopo una serie di vittorie sui Marcomanni e Quadi, nel 180 si ammalò di peste e morì quindi a 59 anni, secondo quanto riferisce Aurelio Vittore, nell’accampamento di Vindobona (Vienna). Salito al potere, Commodo tra i primi atti, oltre la divinizzazione del genitore, fece costruire la colonna celebrativa delle vittorie del padre sulle popolazioni barbariche del Nord (la colonna aureliana). Regnò dal 180 al 192 ed è descritto come stravagante, crudele e depravato. Governò in maniera autoritaria e non disdegnava esibirsi come gladiatore. Si fece soprannominare l’Ercole romano.

Amato dal popolo e appoggiato dall’esercito, al quale elargiva somme di denaro consistenti, mantenne il potere nonostante le numerose congiure di palazzo. Finché non fu assassinato in un complotto ordito da alcuni senatori, pretoriani e dalla sua amante Marcia che cercò di ucciderlo avvelenando il vino in un banchetto. Sentendosi appesantito Commodo si ritirò nelle sue stanze e riuscì a rigettare, inconsapevolmente, il veleno. Temendo di essere scoperti i congiurati si rivolsero allora al campione dei gladiatori Narcisso, istruttore personale dell’imperatore che lo strangolò. Era il 31 dicembre del 192, Commodo aveva regnato per soli 31 anni.

Il padiglione delle carrozze

Sono presenti alcune carrozze utilizzate dalla corte sabauda per le cacce reali, le passeggiate nel comprensorio, e un mezzo agricolo per il lavoro nei campi. Vi sono poi dei calessi usati dalla regina per recarsi ai siti archeologici alcuni anche vis-a-vis con i quali le dame di corte accompagnavano la sovrana. Un esemplare esposto riporta la scritta “per servizio delle reali principesse”.

Gli animali che popolano la tenuta di Castelporziano

Transitando per i viali della Tenuta con un’auto è facile incontrare famiglie di cinghiali ma anche cervi, daini, caprioli, volpi, faine, ricci che vivono nel bosco. Il carabiniere forestale Roberto, che ci accompagna nella visita, ci spiega: «Castelporziano è nata per la caccia con i Savoia ma è divenuta esclusivamente riserva naturale dello Stato nel 1978. Qui, voluti dal presidente Ciampi ci sono i cavalliin pensionedei corazzieri che pascolano liberamente e non è raro trovare qualche esemplare giovane di quadrupede scartato perché indisciplinato e quindi con difficoltà nello stare in fila con altri cavalli durante le parate».

«Ci sono» – prosegue Roberto – «cinghiali italici maremmani. Non si tratta del classico cinghiale che gira per Roma, ma è una specie autoctona. C’è il capriolo autoctono italiano, il daino un ungulato naturalizzato italiano portato dai romani in tempi remoti. Sono presenti anche un centinaio di cervi e un vasto numero di fauna minore costituita da lepri, volpi e istrici. Ci sono vacche maremmane, bovini da carne e mucche da latte tutte di razza italiana. Sono presenti nel territorio anche cavalli maremmani custoditi da butteri». Il numero degli addetti per la salvaguardia di questo vasto territorio si aggira intorno alle 500 persone.

La stazione di inanellamento di Castelporziano

CastelporzianoCi spiega sempre la guida, che è presente nella riserva, una stazione di inanellamento tenuta da esperti ornitologi. Si tratta del montaggio nella riserva delle reti leggere che sono utilizzate per catturare gli uccelli nel periodo delle migrazioni. Arrivano dal mare e si fermano qui per riposare dal lungo viaggio che hanno intrapreso, spesso dalla Sicilia, ove giungono provenienti dall’Africa. La loro cattura fa parte di un progetto internazionale. Infatti, una volta catturati, con tutte le cautele possibili, viene messo loro un piccolo anello a una zampetta con un codice. Subito dopo vengono liberati.

Nel contempo si misura, con tutte le accortezze, il grasso che hanno sul petto che denota “la benzina” che hanno ancora in corpo. Quando arrivano, ci viene spiegato, hanno poco grasso che hanno consumato nel viaggio il che denota da quanto lontano provengano. Quando sono stanchi si riposano anche sulle navi, non più di una mezz’ora, poi riprendono il loro viaggio. Ogni anno vengono parametrati i numeri degli uccelli migratori. Se ad esempio un anno ne arrivano 5.000 e il successivo 2.000 significa che la specie sta subendo una moria dovuta a qualche malattia e occorre prendere provvedimenti.

Una tenuta, quella di Castelporziano, da salvaguardare e da mostrare ai nostri figli e nipoti come modello. Quando ci si mette di impegno la salvaguardia delle specie è possibile.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Giancarlo Cocco

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Giancarlo Cocco
Laureato in Scienze Sociali ad indirizzo psicologico opera da oltre trenta anni come operatore della comunicazione. Ha iniziato la sua attività giornalistica presso l’area Comunicazione di Telecom Italia monitorando i summit europei, vanta collaborazioni con articoli sul mensile di Esperienza organo dell’associazione Seniores d’Azienda, è inserito nella redazione di News Continuare insieme dei Seniores di Telecom Italia ed è titolare della rubrica “Europa”, collabora con il mensile 50ePiù ed è accreditato per conto di questa rivista presso la Sala stampa Vaticana, l’ufficio stampa del Parlamento europeo e l’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2010 è corrispondente da Roma del quotidiano on-line delle Marche Picusonline.

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