Quando malvagie femmine spacciavano l’arte dei veleni “per carità” contro i matrimoni infelici
Chissà quante volte siete transitati a Roma, da residenti o da viandanti in via della Lungara, una lunga strada adiacente il Lungotevere e vicino a Trastevere, anticamente denominata “sub Janiculensis” ma anche via Sancta per i pellegrini che la percorrevano, diretti a San Pietro. Proprio lì a pochi passi dal carcere giudiziario di regina Coeli (all’epoca un convento di suore) abitava a metà del 1600 una fattucchiera che avrebbe fatto parlare di sè nelle cronache giudiziarie per centinaia di anni. Si trattava di una certa Giulia Tofana, cortigiana della corte di Filippo IV di Spagna vissuta prima a Palermo, di cui era originaria, e poi a Roma.
La condizione delle donne nel XVII secolo in Italia, erano pessime. Non avevano posizione nella società e per sopravvivere facevano affidamento o sul lavoro sessuale o, se appartenenti a ceti abbienti e aristocratici, dipendevano totalmente, dal punto di vista economico, dagli uomini. Il matrimonio era l’unica scelta accettabile altrimenti si apriva la strada del convento.
Matrimoni combinati
Quasi sempre le donne erano vittime di matrimoni concertati con uomini molto più anziani. Inoltre erano impossibilitate a ricorrere al divorzio che non esisteva per i rigidi costumi religiosi imperanti nella Roma papalina. Dovevano augurarsi di avere accanto un uomo che le trattasse in modo decente ma la cosa era rara e i maltrattamenti anche nei ceti più aristocratici erano all’ordine del giorno. La perdita di un figlio per un aborto poteva poi comportare il ripudio e si incorreva nella pubblica condanna. Questa condizione di disperazione di tante donne romane nel 1600, portò alcune a ingegnarsi per sbarazzarsi in modo delittuoso, del marito violento, senza destare i sospetti del bargello. Il loro intento era diventare vedove e raggiungere la sospirata libertà.
Il mondo degli alchimisti a Roma nel 1600
Le donne desiderose di liberarsi del proprio coniuge, si rivolgevano al mondo magico e sotterraneo di alchimisti, fattucchieri e speziali disponibili, sotto lauto compenso, a fornire pozioni illegali utili.
Nel 1640 si sparse la voce che la persona più adatta cui rivolgersi era Giulia Tofana “astroliga di via della Lungara”, nipote di certa D’Adamo Tofana. La zia era stata giustiziata a Palermo nel mese di luglio del 1633 per aver avvelenato il marito. Da lei Giulia aveva appreso le prime nozioni sui veleni. La giovane, di bell’aspetto e intelligente, era nata a Palermo in un quartiere malfamato, e la madre, Maddalena, era una nota prostituta.
Dapprima, sempre nella città siciliana, cercò di vivere prostituendosi. Ma, successivamente, grazie alla pozione della zia cominciò a vendere “l’acqua tofana” spacciandola ufficialmente per prodotto cosmetico. Si trattava di un intruglio a base di acqua, anidride arseniosa, limatura di piombo, antimonio oltre a succo di bacche di belladonna che conteneva atropina che ha l’effetto di modificare il battito cardiaco. Le istruzioni date da Giulia sulla pozione parlavano di poche gocce al giorno date dalla moglie al marito che si voleva togliere di mezzo.
La sostanza uccideva il malcapitato in quindici giorni senza destare sospetti. Gli affari cominciarono ad andare bene e Giulia coinvolse “nella vendita del cosmetico” anche la figlia e forse la sorella. A lei si rivolgevano le donne che dopo il fallimento del matrimonio con un marito malvagio non avevano altra possibilità di liberarsi del coniuge se non con la vedovanza. Ma un giorno l’attività criminosa di Giulia fu scoperta dalla Santa Inquisizione. Una moglie maldestra non aveva osservato le indicazioni per la somministrazione del veleno, il marito se ne era accorto e, sopravvissuto aveva denunciato Giulia Tofana.
L’avvelenatrice a Roma
Era giunto il momento di scappare e Giulia accettò le lusinghe di un ecclesiastico, divenuto suo amante. Fuggirono nella Città Eterna dove ambedue si costruirono una nuova esistenza. Roma si presentava come una città ricca ma decadente nei costumi e Giulia trovò dimora in via della Lungara, a spese dell’amante che trascorreva ore di preghiera nel convento di San Lorenzo.
Intraprese gli studi e si acculturò riuscendo a farsi amiche le aristocratiche della Roma bene. Un giorno una conoscente le confidò quanto infelice fosse la sua vita matrimoniale, per le continue percosse e le umiliazioni che il marito le infliggeva. Il cammino criminale della “avvelenatrice seriale” riprese il sopravvento. Grazie a uno speziale di Roma, parente dell’ecclesiastico amante, Giulia riuscì a procurarsi tutte le sostanze di cui aveva bisogno per la produzione dell’”acqua tofana”. Numerose furono le nobildonne romane che, costrette a nozze combinate e senza amore, cominciarono a rivolgersi a Giulia per “risolvere il problema”.
La cliente maldestra
Le vendite dell’acqua tofana andavano a gonfie vele, quando però le cose precipitarono per colpa di una cliente maldestra, la contessa di Ceri. Costei apparteneva a una famiglia che ebbe prestigio nel XVII secolo. Il loro palazzo era ubicato a Roma tra via del Pellegrino e Corso Vittorio Emanuele nel rione Parione, quindi proprio di fronte a via della Lungara. Ritornando alla contessa questa si dimostrò una cliente inetta perché per liberarsi del consorte, invece che versare poche gocce del veleno nella minestra, come suggerito da Giulia Tofana, ne svuotò l’intero contenuto provocando la morte immediata del marito.
I sospetti dei parenti si fecero probanti quando la donna presa da pentimento, andò a confessarsi. Il sacerdote le fece promettere di denunciare il peccato anche al Bargello – in latino bargillus, è di origine longobarda e identificava l’ufficiale che capitanava le forze di polizia della città – solo così la donna avrebbe guadagnato l’impunità. L’avvelenatrice venne quindi presa con l’inganno, in quanto la moglie del Bargello le chiese di procurarle una pozione per il marito. Al momento della consegna dell’”acqua tofana”, fu sorpresa dagli sbirri che la portarono via con il corpo del reato.
Il processo
Dopo tremende torture, l’accusata confessò anche i nomi delle donne che si erano a lei rivolte. Ben 46 furono le complici portate in tribunale. Il processo ebbe inizio il 31 gennaio del 1659. Lo storico Giacinto Gigli, che fu testimone all’epoca, racconta: «sabato dopo pranzo furono fatte morire impiccate cinque donne in Campo de Fiori. Avevano dispensato caraffe di Acqua distillata con veleni di arsenico et solimano per far morire la gente. Queste avevano ucciso li mariti et altri loro parenti. Molte altre furono murate vive nelle carceri della Santa Inquisizione».
Si racconta che “l’astroliga della Lungara” fu l’ultima a essere impiccata. Il boia dovette restare per molto tempo ai piedi della donna, che continuava a ballonzolare in preda alle contrazioni spasmodiche del corpo. Era la disperata lotta di Giulia contro l’agonia. Mentre gli altri corpi erano ormai irrigiditi dalla morte.
Qualche anno fa le cronache cittadine di un quotidiano romano, riportavano la notizia che in vicolo dell’Orso, non lontano da Castel Sant’Angelo in un antico palazzo risalente al 1600 e in fase di ristrutturazione, era stato trovato murato in una intercapedine, lo scheletro di un uomo vissuto, si appurò, nel 17° secolo. Era forse il 601° marito? Chissà! Occorrerebbe riaprire un fascicolo processuale ma oggi, la moglie avvelenatrice, la forca, forse, l’avrebbe scampata, adducendo i maltrattamenti.
Giancarlo Cocco
Foto © BonCultura, Vitaminevaganti, Facebook, Cpercultura













