Il calciatore e l’uomo raccontato ai miei figli. Gianluca esempio per tantissime persone che affrontano malattie lunghe e faticose
Erano giorni che temevo che arrivasse questa notizia. E nelle ultime settimane, ogni volta che arrivava la notizia di un lutto di una persona famosa, che fosse Mihajlovic, Pelè o Papa Benedetto XVI [Eurocomunicazione: vedi nostre agenzie (Mihajlovic – Benedetto XVI – Pelé) e approfondimenti (Benedetto XVI – Pelé)] tiravo un sospiro di sollievo. Vialli non se ne era ancora andato. Ma sapevo che sarebbe arrivato quel giorno.
E ogni giorno sarebbe comunque stato troppo presto. Come per Mihajlovic. Entrambi se ne sono andati ad un età in cui è non è giusto morire. A 58 anni Gianluca, a 53 Sinisa, un età in cui la tua famiglia ha ancora bisogno di te. Un età in cui puoi dare ancora tanto alla tua famiglia e alla tua comunità.
E Gianluca, comunque non aveva dato poco.
Sono interista fino al midollo, e oggi, a 50 anni mi trovo a piangere, a commuovermi nel ricordo di un campione per cui tifavo solo quando aveva la maglia azzurra in dosso.
E che emozioni mi ha regalato con le nazionali di Vicini: dall’Under21 all’Italia dei mondiali del ’90. Anche senza vincere.
Ricordo i tempi del liceo, quando la Sampdoria vinse lo scudetto. C’era Stefano, un mio compagno di classe sampdoriano, e tutti avevamo in simpatia quella squadra guascona che ruppe la monotonia di un tifo religioso, come lo è il tifo per l’Inter, per il Milan, per la Juve. Le altre squadre tifate in classe. Ricordo il coro dei tifosi genoani: Luca Vialli e Bobby gol segna solo su rigò. Uno sfottò cantato anche da Stefano, perché quell’anno, Luca e Roberto, i gemelli del gol, segnavano in ogni modo. E vinsero meritatamente.
Ma poi Gianluca fece la scelta che lo portò dalla parte a me avversa. Alla Juventus. E con la Juve vinse tutto, anche la Coppa dei Campioni. Che invidia, che rabbia. Era la Juve di Lippi, ma era anche la Juve di Vialli.
Andò a giocare al Chelsea, divenne allenatore, e poi commentatore tv.
Gianluca, a differenza di altri campioni, non nasce in un quartiere malfamato di Bari, o in una periferia romana, o in una città povera del Brasile. Non nasce povero. Non è un giocatore di estro, nemmeno un folle giocatore.
Gianluca è l’eroe normale.
Gianluca gioca con il sorriso, si allena con il sorriso, vince con il sorriso, parla con il sorriso.
Ma soprattutto Gianluca è una persona esigente con se stesso. È diventato il più forte attaccante della serie A quando in serie A giocavano i migliori giocatori. C’erano i tedeschi dell’Inter, c’erano gli olandesi del Milan, c’era Maradona. Ha giocato contro Platini, Rummenigge, Careca, con Mancini, Baggio, Del Piero, Schillaci.
Gianluca non rappresenta la storia di un giocatore che, nel calcio, trova la rivincita di chi nasce nella parte povera del Mondo e ne emerge con la sua capacità di giocare a pallone, come Ronaldo, Pelè. Non è il campione controcorrente come lo erano Best o Maradona. Non è il fantasista che dribbla gli avversari come Cruijff. Gianluca è un ragazzo normale, che viene dalla borghesia italiana e, credo, che avrebbe avuto successo qualunque cosa avesse fatto. Un successo che avrebbe sempre raggiunto con il sorriso e con la modestia. E soprattutto come se fosse la cosa più normale da fare. Per Gianluca, essere il migliore, o meglio, dare il meglio di se stessi era una cosa naturale. Non era un obbligo, non era un imperativo, era normale. Non significa essere i migliori, ma dare il meglio. E questo lo ha portato ad essere d’esempio per tanti.
E nello stesso modo ha affrontato la malattia. Ho ascoltato l’intervista che ha rilasciato ad Alessandro Cattelan qualche tempo fa. È lì che l’ho sentito parlare dell’ospite. La malattia come un ospite, indesiderato, ma che non se ne vuole andare. E che non si può obbligare ad andare via. Ci devi convivere, sapendo che, prima o poi, lui ti porterà con sé. Accettazione della realtà. Non è accettare la sconfitta. Ma accettare il destino, la vita, che è fatta, come dice lo stesso Vialli, di cose che accadono e di come le affronti.
E lui non ha sfidato la malattia, anche perché ci sono malattie che non puoi sfidare. Ci sono nemici che non puoi sconfiggerli. E allora è inutile considerarli tali, se l’unica cosa che si può fare è viverci insieme. Accettarli. E non è rassegnazione. La rassegnazione sarebbe stato fermarsi, piangere, isolarsi e lasciarsi spegnere.
Invece Gianluca, malato, guida la spedizione azzurra negli europei del 2021. Dopo la pandemia. E il pianto, liberatorio, di due amici, lui e Roberto, i gemelli del gol, racconta tutto. La gioia di chi (e lo sono entrambi) sanno di aver condiviso l’ultimo grande traguardo (anche se speravano nei mondiali) con una persona importante.
In un Mondo in cui si cerca di sconfiggere la morte come se fosse un nemico, nella ricerca infantile dell’immortalità, Gianluca mi ha lasciato un grandissimo insegnamento: non ci è dato di scegliere quando morire, ma ci è dato di scegliere come vivere, ecco perché è importante dare sempre il meglio di se stessi.
Grazie Gianluca
Giacomo Zucchelli
Foto © Biografieonline, Repubblica Torino, Paolo Zerbi













