Intervista al protagonista, all’epoca diciassettenne, tenuto in ostaggio per 35 giorni insieme alla madre Anna Bulgari e al quale i rapinatori tagliarono un orecchio
In questo 2023 si compiranno 40 anni dal rapimento Bulgari–Calissoni: trattasi di un pezzo di vita terribile dell’Italia, la stagione dei sequestri. Incontrare Giorgio Calissoni significa stare al di là della cronaca, per finire nella storia. Circa tre anni fa, con lo scopo di ricordare soprattutto alle nuove e ignare generazioni cosa abbia davvero significato quel periodo storico, è uscito il docu–crime “Ti ho visto negli occhi – Il rapimento Bulgari Calissoni“, prodotto in esclusiva da RaiPlay, scritto e ideato da Vania Colasanti, per la
regia di Andrea Menghini.
Ripercorriamo la vicenda
Giorgio e sua madre, Anna Bulgari Calissoni, erede della famosa dinastia di gioiellieri, furono rapiti ad Aprilia il 19 novembre 1983. Nella cittadina laziale in provincia di Latina, Anna e suo marito, il generale Franco Calissoni, avevano acquistato una tenuta. Proprio lì, fecero irruzione i banditi sardi e rapirono madre e figlio. Anna all’epoca aveva 56 anni e il figlio 17. È morta in tarda età, nel 2020. Il marito Franco, molto più grande di lei, nel 2001. Il sequestro ha segnato per tutta la vita l’intera famiglia, a partire da Giorgio – oggi affermato notaio a Roma – a cui la mano del Movimento armato sardo (Mas) tagliò un orecchio durante il sequestro. Era il modo per far capire che si faceva sul serio, visto che il riscatto non era arrivato alla prima scadenza stabilita. I signori del Mas non avevano incertezze: rapivano e volevano soldi. E se non li ottenevano, mutilavano e uccidevano.
Giorgio, proviamo a ricordare insieme il suo sequestro
«Sintetizzare non è semplice. Sono stati giorni molto duri. Fummo rapiti il 19 novembre del 1983
nella nostra casa di campagna ad Aprilia, e fummo portati via con la nostra macchina. Io, nel sedile di dietro, ero tenuto abbassato. Mia mamma invece, fu messa nel bagagliaio. Fummo portati in una zona boschiva che poi la polizia riconobbe essere vicino a Colleferro. Siamo rimasti lì 35 giorni, con vicende alterne. Il momento cruciale fu ovviamente quello della interruzione della trattativa, con il conseguente taglio del mio orecchio. Fummo liberati alla fine il 24 dicembre sera, dopo il pagamento di un riscatto, nel frattempo salito a 4 miliardi delle vecchie lire, perché entro il 15 dicembre – come era stato annunciato nella loro prima richiesta – avrebbero dovuto essere pagati 3 miliardi».
«Oltre quella data senza ricevere i soldi, sarebbe avvenuta la mutilazione e l’aumento del riscatto stesso. Ci liberarono vicino alla nostra casa di Aprilia, a 300 metri dal luogo in cui eravamo stati sequestrati. La mia famiglia nel corso della trattativa con i rapitori – e lo dico senza alcuno spirito polemico – non fu probabilmente ben consigliata in generale. Non fu capito subito che quella non era una banda di balordi, ma di professionisti. O meglio: mio padre l’ aveva capito, perchè aveva fatto la guerra. Comprese subito che questa gente che non scherzava e che non si sarebbe fatta suggestionare da niente. Le autorità, purtroppo, non lo capirono altrettanto, e dissero alla mia famiglia di non pagare perché i banditi non avrebbero mai attuato i loro propositi. Non fu così».
«Il blocco dei beni, a quell’epoca facoltativo e non obbligatorio come lo divenne nel tempo, provocò l’escalation della loro rabbia. Quella scelta i rapitori la intesero come una prova che non erano presi sul serio. La mia famiglia riuscì comunque alla fine ad aggirare il blocco, e pagò il riscatto. Oggi non si potrebbe certo più pagare in contanti un cifra simile: tutte le normative sui contanti e l’antiriciclaggio lo impedirebbero».
Quanto è stata importante la figura di sua madre accanto nel sequestro?
«È stato un conforto reciproco. Quando ho avuto figli miei, ho capito che mia mamma ha vissuto peggio di me la nostra prigionia. Lei ha subito la violenza di un figlio mutilato. Io non potevo capire all’epoca cosa potesse significare: l’ho compreso solo quando sono diventato padre. E poi, l’ha vissuta peggio per età: allora aveva grossomodo la mia età di oggi.
Io invece ero un ragazzo adolescente, e avevo una intera vita davanti. Ho affrontato subito dopo il rilascio la maturità, poi l’università, il militare e a seguire la mia esistenza da costruire. Tutte le cose che ho fatto dopo, mi hanno aiutato. Appena liberato la mia vita è, in pratica, ripresa subito da ciò che bisognava fare, come se non fosse successo niente. Ho avuto talmente l’esistenza piena che non ho avuto tempo di pensare a quello che era successo. Non mi sono fermato. Sono stati molto bravi i miei genitori e le altre persone intorno a me che non mi hanno fatto fermare».
Quale il pensiero prevalente durante la prigionia?
«Quello di non farcela, perché loro erano stati chiari: tre miliardi entro il 15 dicembre come prima condizione per liberarci. Oltre quella data, il taglio del mio orecchio e l’innalzamento del riscatto a 4 miliardi. Infine, se i soldi non fossero arrivati entro il limite ultimo del 25 dicembre, ci avrebbero ammazzato. Stavamo in una tenda nel bosco, bendati. Ogni tanto ce la levavano: quando loro portavano i passamontagna. Ci dicevano che ci avrebbero ammazzati anche se li avessimo visti in faccia. Il 23 dicembre sera ci comunicarono di aver ricevuto i soldi. Fino all’ultimo, ho continuato però ad aver paura. Ci caricarono su un furgoncino e fummo lasciati in un campo. Era sera, ed eravamo a dicembre. Sentivo il rumore di questo furgoncino che non andava via. Forse, stavano cancellando delle tracce. Non so. Dopo due o tre minuti, però, il rumore si allontanò. Lì compresi appieno che eravamo stati liberati. Ci togliemmo la benda, ma non mi resi subito conto di dove eravamo».
Il documentario che è uscito nel 2020, “Ti ho visto negli occhi”, l’ha dedicato a sua mamma. Perché questo titolo?
«Perché uno dei rapitori sono riuscito a vederlo. Non so come, in realtà, ma l’ho visto. Una volta, il secondo giorno di prigionia. Solo una, perché poi mi resi conto che rischiavo la vita. Successivamente, l’ho riconosciuto, ed è l’unico condannato a 30 anni per quello che mi era successo. Gli altri componenti della banda non hanno pagato per il sequestro. Reati minori. Si aprirebbe un capitolo abbastanza squallido sulla situazione processuale che ne è scaturita, e mi fermo qui».
Del fenomeno dei sequestri, cosa vogliamo ricordare?
«Che cominciò circa nei primi anni 70, e andò piano piano a calare negli anni 80. Gli ultimi rapimenti avvennero negli anni 90. Quello che ha cambiato tutto è stato l’avvento del telefonino, con le intercettazioni e le localizzazioni. E le leggi che hanno reso immediato e obbligatorio il sequestro dei beni, con tutta la normativa dell’antiriciclaggio. Oggi sarebbe impossibile prelevare 4 miliardi in contanti. Quello è un periodo storico che appartiene al passato. Il Mondo è cambiato totalmente».
«All’epoca la mia famiglia avrebbe dovuto stare attenta, ma non lo è stata. Non pensavamo mai che potesse capitare un rapimento ancora ai Bulgari. Nel 1975, l’anonima sequestri aveva infatti già rapito Gianni (il gioielliere romano Gianni Bulgari, cugino di
Anna, rapito a Roma la sera del 13 marzo e rilasciato il 13 maggio dopo il pagamento di un miliardo e 300 milioni ndr). Invece, successe. E poi, eravamo troppo abitudinari. O meglio, i miei genitori lo erano. Fosse cascato il Mondo, alle 15.00 puntuali ogni sabato pomeriggio prendevano la macchina a Roma e andavano in campagna. Alle 16.00 circa arrivavamo e andavamo via la domenica sera. Il luogo era isolato, e non esistevano i telefonini. E Aprilia all’epoca era una zona malfamata. Gente confinata. Di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta».
Negli anni dopo il rilascio, lei e sua madre come vi siete relazionati fra voi?
«Lei ne parlava, molto più di me, perché sono davvero convinto che lei tra i due abbia sofferto tanto di più. Per non aver potuto impedire una violenza sul figlio, e credo questo sia rimasto sempre il suo rimorso per tutta la vita. Anche io ne parlavo, perfino con gli amici: era un modo per sfogarmi».
Durante la menomazione dell’orecchio, lei non ha gridato. Nonostante la mancanza di anestesia e il taglio brutale a freddo con un coltello. Come ci è riuscito?
«Non lo so. In quel momento ho trovato la forza del silenzio. Non sono, tra l’altro, una persona particolarmente coraggiosa, ma allora quella forza la trovai. Era venerdì 16 dicembre. Non volevo traumatizzare ulteriormente mia madre. Quando venni liberato, la mia famiglia fece una rapida indagine su chi fosse stato in grado di ricostruire il mio padiglione auricolare. E venne fuori solo un nome all’epoca, vicino a San Francisco: mi portarono lì, e me lo hanno ricostruito. Unico chirurgo al Mondo a fare quel tipo di intervento».
Ogni 16 dicembre, lei ci ripensa a quel momento? O al momento del rapimento?
«Mia mamma sì, ci pensava. Io oggi no; giusto qualche volta. Non sistematicamente, intendo. Se però sono riuscito a realizzare alcuni obiettivi nella vita, forse mi ha aiutato pure questo grande trauma. Mi piace pensarla così, e vedere il lato positivo di quello che di terribile ho vissuto».
Lisa Bernardini













