Un quadro per ricordare il commissario Angelo De Fiore, “Giusto tra le Nazioni”, che salvò la vita di molti ebrei
L’espressione “pietra di inciampo” è mutuata dalla Bibbia e dalla Epistola ai Romani di Paolo di Tarso che afferma: ”Ecco io metto un sasso di inciampo e una pietra di scandalo, ma chi crede in Lui non sarà deluso”.
La cerimonia si è svolta davanti alla storica Questura di Roma di via San Vitale, alla quale hanno presenziato, il ministro Piantedosi, il capo della Polizia Pisani, il prefetto di Roma Giannini, il questore Belfiore, il sindaco Gualtieri, il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Di Segni, unitamente all’ambasciatore di Israele in Italia Alon Bar, per la posa di tre pietre di inciampo dedicate ai poliziotti Pietro Ermelindo Lungaro, Emilio Scaglia e Giovanni Lupis. Presente anche la prof.ssa Lucia De Fiore presidente della associazione “Italia Israele Cosenza – Un giusto tra le Nazioni Angelo De Fiore” che ha donato al questore di Roma, un quadro che ricorda il commissario Angelo De Fiore che salvò numerosi ebrei dai nazifascisti.
Le pietre di inciampo, create dall’artista tedesco Gunter Demnig, sono piccole targhe di ottone collocate sul marciapiede davanti all’ultima abitazione o luogo di lavoro di persone deportate o uccise dai nazisti.
“Senza memoria non c’è futuro”
Pietro Ermelindo Lungaro, Emilio Scaglia e Giovanni Lupis erano un vice brigadiere di pubblica sicurezza e due agenti di polizia. Furono fucilati dai fascisti e dai nazisti nel
1944. Per il loro sacrificio sono medaglie d’argento al valor militare alla memoria. I sampietrini ricoperti di ottone con i loro nomi sono stati quindi incastonati sul selciato durante la cerimonia dal ministro Piantedosi a ricordo del sacrificio che i tre poliziotti affrontarono. La deposizione delle pietre di inciampo rientra nel progetto “Senza memoria non c’è futuro” e nasce dalla collaborazione fra Polizia di Stato e Ucei, per ricordare gli agenti morti durante il periodo della resistenza e nei campi di concentramento nazisti.
Le storie della cattura
Emilio Scaglia era nato a Verbania e prestava servizio a Roma come guardia di pubblica sicurezza. Dopo l’8 settembre del 1943 si unì a una formazione di partigiani per contrastare i tedeschi, aveva compiti di collegamento. Il 28 marzo del 1944 fu arrestato dalle SS in piazza Esedra mentre aspettava alcuni partigiani. Portato a Palazzo Braschi sede dei fascisti fu qui torturato. Processato sommariamente, fu fucilato il 3 giugno del 1944 al Forte Bravetta di Roma, il giorno prima dell’arrivo degli alleati a Roma che liberarono la Capitale. Subì la stessa sorte il collega Giovanni Lupis catturato sempre in Piazza Esedra lo stesso giorno. In memoria di Scaglia è stata intitolata la caserma della Polstrada a Domodossola.
Il vice brigadiere Pietro Eermelindo Lungaro era originario di Trapani. Sposato e padre di due bambini con il terzo che sarebbe nato dopo la sua morte, prestava servizio a Roma. Anche lui dopo l’8 settembre con l’occupazione nazista della Capitale, si era avvicinato al Partito d’Azione e ai gruppi partigiani, offrendo loro viveri, medicinali, armi, munizioni e documenti falsi. Per una delazione, il 7 febbraio del 1944 fu arrestato dagli agenti del famigerato “Reparto speciale di polizia” di Pietro Kock collaborazionista dei nazisti. Portato a Via Tasso, fu torturato dai tedeschi perché rivelasse i nomi dei partigiani con cui era in contatto, ma non disse nulla. Il giorno dopo l’attentato di via Rasella – 23 marzo 1944 -, le SS chiesero la consegna di prigionieri da fucilare e Pietro Koch consegnò loro, tra gli altri prelevati anche dal carcere di Regina Coeli, il vicebrigadiere Lungaro che fu quindi ucciso alle Fosse Ardeatine.
Il commissario salvatore di ebrei
Nel corso della cerimonia la prof.ssa De Fiore, cugina del commissario Angelo De Fiore che, nel periodo dei nazisti, era il dirigente dell’Ufficio stranieri della Questura di Roma, ha voluto donare al questore di Roma un quadro che raffigura il cugino seguito da bambini uomini e donne presumibilmente ebrei. L’opera è stata realizzata dall’ispettore di Polizia Luigi Perenz della Polstrada di Cosenza.
La storia
Angelo De Fiore era originario di Rota Greca (Cosenza) ove era nato nel 1895. Nella prima guerra mondiale De Fiore si arruolò come ufficiale e combatté contro gli austriaci, riportando una ferita che gli valse la croce di guerra. Dopo la marcia su Roma, aderì al fascismo, riprese gli studi universitari e si laureò in Giurisprudenza. Si sposò ed ebbe cinque figli. Nel marzo del 1928 vinse il concorso da funzionario di Pubblica Sicurezza e assegnato come commissario aggiunto presso l’Ufficio Stranieri della Questura di Roma. Nel periodo della seconda guerra mondiale con i nazisti che occupavano la Capitale, con i suoi più fidati collaboratori e tra questi Fulvio Cocco (genitore di chi scrive ndr), fu partecipe del salvataggio di circa 350 ebrei.
In particolare dopo l’8 settembre del 1943 De Fiore e i suoi finsero di assecondare le mire nazifasciste, cercando in tutti i modi possibili di ostacolare l’esecuzione di ordini che prevedevano la persecuzione e la deportazione degli ebrei. Un episodio da riportare che dimostra il coraggio di De Fiore e della sua squadra di fidati poliziotti è il salvataggio di sedici israeliti tratti in arresto perché trovati in possesso di passaporti ungheresi falsi. In quella occasione il dr. De Fiore e i suoi ritardarono il loro trasferimento in carcere per farli scappare. Per sviare le ricerche degli ebrei nei sette mesi in cui i nazisti spadroneggiavano a Roma – Roma Città aperta – dovettero inventarsi stratagemmi e scappatoie per ingannare le SS che li assillavano ordinando la consegna degli elenchi degli ebrei da deportare.
Coraggio
Tutta la documentazione fu quindi nascosta negli scantinati della Questura in armadi polverosi per renderne difficoltoso il ritrovamento. Messi in atto anche altri modi di
depistaggio fornendo alle SS nominativi di ebrei con residenze inesistenti. Ne regolarizzarono decine come profughi dall’Africa settentrionale rilasciando permessi di soggiorno e carte di identità con generalità fasulle. Grazie alla complicità di un funzionario dell’Ufficio anagrafe del Governatorato di Roma, con il quale si provvide alla vidimazione di vari documenti come le tessere annonarie indispensabili per sopravvivere. Sovente De Fiore con i suoi poliziotti si recava nelle prigioni dove erano rinchiusi ebrei per prelevarli con la scusa di sottoporli a interrogatorio, spacciandoli per pericolosi ricercati di reati comuni o per disertori dell’esercito di Salò al fine di farli fuggire.
Per queste motivazioni Angelo De Fiore l’8 luglio del 1969 ha ricevuto dall’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”. Il questore Belfiore nel suo intervento ha ricordato ai numerosi presenti che: «Attraverso l’iniziativa delle pietre di inciampo, ribadiamo che nulla deve cadere nell’oblio. Ogni mattina quando varcheremo l’ingresso ci ricorderemo che questa era la loro casa di lavoro. È un monito a non dimenticare un periodo buio della nostra storia, che deve servire come base per una nuova civiltà e democrazia». Alla cerimonia, oltre i familiari dei caduti, erano presenti studenti di una scuola della Capitale, nonché il cardinale De Donatis e mons. Siddi vicario dell’ordinariato militare.
Giancarlo Cocco
Foto © Giancarlo Cocco, LaC News24













