Paul Celan: l’uomo di fronte alla tragedia della Storia

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Celan

Una nuova antologia propone l’opera del più grande poeta della Shoah: un Requiem per milioni di ebrei sterminati dai nazisti

 

«Tra la poesia e la speranza, l’incompatibilità è totale; così il poeta è vittima di un’ardente decomposizione», parole di Emil Cioran che ben potrebbero definire l’universo poetico dell’amico Paul Celan, oggi accolto in una nuova antologia edita da L’orma; un’eccezione rispetto alla consueta linea editoriale, giustificata proprio dal carattere unico della lirica proposta dallo scrittore nato a Cernovitz nel 1920, all’epoca parte della Romania e oggi compresa nel tormentato territorio ucraino. Un volume volutamente scabro, per «non imporre al lettore alcun tipo d’interpretazione», nelle parole del traduttore Moshe Kahn. Il pericolo di un eccesso interpretativo, sempre presente nella poesia è, in questo caso, ancor più rischioso, vista la complessità dell’esperienza di Celan.

La traduzione come creazione

Quando, nel 1970, Paul Celan indica Moshe Kahn come traduttore italiano delle sue poesie, la comprensione del suo valore estetico è ancora agli albori. Il precario equilibrio mentale, culminato nel suicidio, ostacola un cammino di per sé accidentato, reso arduo dalle ossessioni del poeta stesso, intenzionato a verificare l’operazione nei minimi dettagli, con una maniacale pignoleria giustificata dalla concezione dell’opera di traduzione come ricreazione totale del poeta (non a caso egli stesso fu traduttore fra i più geniali). Un compito che Kahn ha assolto in maniera egregia.

La nuova edizione

Nel febbraio del 1976 vede la luce per Mondadori la raccolta, laconicamente intitolata “Poesie”. La nuova edizione pubblicata da L’orma, arricchita di altri componimenti tratti da volumi postumi, ha impegnato Kahn in una complessa opera di revisione e di studi presso biblioteche specializzate, necessaria per decifrare i lemmi tratti dai campi più disparati presenti nelle liriche tarde di Celan, e per offrire una visione della sua opera ancor più consapevole e approfondita.

Il mondo dopo Auschwitz

L’intera opera di Celan appare come un epicedio per le vittime della Shoah, per un Mondo segnato dall’orrore. Il poeta stesso perse i propri genitori, e la sanità mentale, nei campi di sterminio. “Todesfuge” (Fuga di morte), forse la sua lirica più nota, è un atto d’accusa lucido ed ermetico al tempo stesso, modellato su una forma musicale coltivata con maestria dai compositori tedeschi. La monotonia ripetitiva si fa ossessione; la cenere che tutto copre e il fumo che sale nell’aria materializzano il dramma dei corpi martoriati ed estinti nei forni crematori. Una danza macabra che infesta l’anima, senza possibilità di scampo.

Il dilemma linguistico

Il paradosso dell’ebreo errante, sopravvissuto allo sterminio e segnato per sempre dal trauma, il quale per un caso singolare è votato a esprimersi in tedesco, lingua dei persecutori, rappresenta la lacerazione alla base dell’esperienza poetica di Celan. La lingua madre appresa in famiglia dai genitori, per uno strano capriccio del destino, è l’idioma di coloro i quali li hanno assassinati. L’ebreo decide di scrivere poesia nell’idioma germanico, per sua natura legato alla morte e al ricordo doloroso. Per l’esule Celan la lingua è segno della propria esistenza, unica possibilità di orientarsi in un Mondo preda dello smarrimento.

La memoria

La poesia è dunque luogo della memoria, veicolo attraverso il quale esala la voce dei morti inceneriti nei forni crematori. Ciò che è accaduto segna per sempre i versi, eludendo ogni possibilità di catarsi. Il tedesco elabora il lutto e traduce la perdita. Attraverso i suoi lemmi un Mondo scomparso riprende vita. Nonostante ciò, la ferita è destinata a restare aperta. La piaga, che condurrà il poeta alla pazzia e alla morte, non si può rimarginare.

La musica

La poesia di Celan è strettamente legata alla musica. Riguardo “Todesfuge” parlavamo del procedimento barocco che vede l’ingresso progressivo di voci diverse, che si intrecciano in “ampie volute”. Evidente è inoltre la frammentarietà quasi weberniana del linguaggio, che appare percorso da dissonanze che ne minano le regole sintattiche ordinarie. Una lingua spezzata che, come nella musica seriale, rompe i vincoli della tradizione armonica. L’eredità dell’idioma tedesco viene piegata a nuovi scopi. Dopo Auschwitz, le parole vengono ricreate assumendo forma spettrale.

La dimensione filosofica

Gli spunti esegetici offerti dalle vicende autobiografiche, ad esempio negli studi di Giuseppe Bevilacqua, non eclissano il fondamento filosofico della sua poesia. Il testo, con le sue pause e i suoi respiri, è il fondamento di un sistema di pensiero originale e autonomo. La sua scrittura è aperta ai più disparati orientamenti interpretativi. Qui la sua grandezza, il suo smisurato valore.

La parola e il silenzio

Il volume ci introduce in un processo di progressiva rarefazione. Nella raccolta “Grata di linguaggio” i versi si scarnificano, divengono frammenti quasi per attingere all’inesprimibile. La parola si trova in bilico sul baratro del dicibile; la parola è silenzio. Quel che resta è il respiro, l’anelito all’esistenza.

Il suicidio

Il segreto di Celan resta inattingibile agli uomini. Come scrive Jaspers, la decisione di farla finita resta un enigma sul quale non si può fare luce. Dopo il dramma della Shoah, il Mondo diviene illeggibile e insensato. La perdita di senso della scrittura si paga con un gesto estremo. La “soluzione finale”, espressione legata alla liquidazione definitiva della questione ebraica da parte della mentalità nazista, assume carattere individuale. Celan, attraverso un percorso estremamente doloroso, arriva a contemplare e mettere in atto la propria estinzione. Il suo corpo, affogato nella Senna, venne recuperato il primo di maggio del 1970.

La patria portatile

Un breve scritto di Helena Janeczek conclude il volume, non un tentativo di interpretazione, come accennavamo all’inizio del presente articolo, ma uno schizzo autobiografico nel quale la poesia di Celan appare come “patria portatile”, a evidenziare le coordinate di un universo smisurato. Lui, che aveva trovatoquelle parole tanto vicine al silenzio, diviene un faro in una realtà ardua da decifrare. Nessuno come lui è stato altrettanto lucido e pregnante di fronte alle tragedie della Storia.

 

Riccardo Cenci

Foto © Wikipedia

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Riccardo Cenci
Riccardo Cenci. Laureato in Lingue e letterature straniere moderne ed in Lettere presso l’Università La Sapienza. Giornalista pubblicista, ha iniziato come critico nel campo della musica classica, per estendere in seguito la propria attività all’intero ambito culturale. Ha collaborato con numerosi quotidiani, periodici, radio e siti web. All’intensa attività giornalistica ha affiancato quella di docente e di scrittore. Ha pubblicato vari libri (raccolte di racconti e romanzi). Attualmente lavora come Dirigente presso l’Enpam.

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