Zelensky non teme una nuova presidenza di Trump

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La rielezione dell’ex presidente americano comporterebbe cambiamenti significativi anche per l’Europa

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha espresso per la prima volta il suo sostegno alla partecipazione della Russia al prossimo vertice sulla pace. Questa dichiarazione è stata fatta durante una conferenza stampa a Kiev. Un cambiamento significativo rispetto alla posizione precedente dell’Ucraina. Questo annuncio arriva dopo i colloqui di pace tenutosi in Svizzera, ai quali la Russia non ha partecipato.

Il presidente ucraino ha espresso la speranza che un piano per il cessate il fuoco possa essere pronto per novembre, in tempo per il prossimo vertice. «Penso che i rappresentanti russi dovrebbero partecipare a questo secondo vertice», ha affermato, sottolineando l’importanza di un dialogo aperto e inclusivo per raggiungere una soluzione duratura al conflitto. L’apertura di Zelensky alla partecipazione della Russia al vertice di pace segna un passo importante verso la risoluzione del conflitto. Mentre la strada per la pace può essere lunga e piena di sfide, l’inclusione di tutte le parti interessate nelle discussioni è un passo fondamentale per garantire un futuro pacifico per l’Ucraina.

Cambiamanti in vista

Ma esiste anche una novità: Zelensky ha dichiarato di non temere una nuova presidenza di Donald Trump, in caso di vittoria del repubblicano alle elezioni presidenziali americane di novembre, nonostante le incertezze che la sua elezione causerebbe sul sostegno di Washington a Kiev. «Penso che se diventasse presidente, lavoreremo insieme. Non ho paura».

Dopo l’attentato fatto all’ex presidente americano e la sua intenzione di fermare il conflitto, tutto farebbe presagire un cambiamento nella politica Occidentale con una eventuale elezione del Tycoon.

Come é notò, Thomas Matthew Crooks, l’attentatore di Trump, è stato neutralizzato pochi minuti dopo aver sparato, uccidendo uno spettatore – Corey Comperatore – e ferendone altri due, aveva solo 20 anni. Faceva parte di una generazione americana cresciuta nutrendosi di politica violenta e disinformazione. Una narrazione amplificata nell’ultimo decennio da centinaia di migliaia di blog e forum che hanno contribuito a polarizzare e dividere in modo apparentemente irreversibile gli Usa.

Coinvolgimento europeo

Secondo quasi tutti gli analisti politici, al di qua e al di là dell’Oceano, l’attentato potrebbe rappresentare la spinta decisiva per la rielezione dell’ex presidente alla Casa Bianca. E se ciò avvenisse, le ripercussioni sulla politica europea sarebbero inevitabili. Innanzitutto, sul fronte della politica estera ed economica. Il punto più delicato riguarda la Guerra in Ucraina. Trump ha già dichiarato più volte di voler spingere per la fine immediata del conflitto. La sua posizione sull’invio di armi e sul sostegno a Zelensky è molto lontana rispetto a quella di Biden. Difficile, in ogni caso, immaginare una prosecuzione del conflitto con gli Usa che si smarcano e la sola Europa che continui a sostenere l’Ucraina. Una posizione, in ogni caso, che creerebbe una parziale frattura rispetto alla nuova amministrazione repubblicana.

Le politiche protezioniste di Trump, in particolare l’aumento dei dazi sulle merci cinesi, hanno avuto ripercussioni anche sui prodotti europei. Se dovesse ripetere questo schema, l’Europa potrebbe essere costretta a rafforzare il mercato interno e aumentare la liquidità, ignorando i vincoli di bilancio. Una stretta degli Usa renderebbe impraticabili le politiche di austerità, rischiando di portare a una pericolosa stagflazione.

Trump non crede negli accordi multilaterali e ha una pessima opinione dell’Unione europea, considerandola un soggetto debole nello scenario internazionale. Se fosse rieletto le relazioni diventerebbero più complesse, costringendo ogni leader europeo a gestire la situazione autonomamente.

ZelenskyQuesto scenario preoccupa Giorgia Meloni, che ha basato gran parte della sua credibilità internazionale sull’alleanza con Biden e l’attuale amministrazione. Mentre l’ascesa di Trump allo Studio Ovale rappresenterebbe una bella spinta per Salvini, ormai primo “nemico interno” di Meloni, che ha puntato le sue carte, da tempo, sul rapporto privilegiato con il Tycoon.

Necessario fare qualcosa

Intanto Il generale sir Patrick Sanders, capo di Stato Maggiore dell’esercito britannico fino a un mese fa, ha dichiarato al quotidiano Times che Russia, Cina e Iran sono le «nuove potenze dell’Asse», avvertendo che una terza guerra mondiale è probabile entro i prossimi cinque anni se non vengono prese contromisure, poiché il numero delle truppe della Nato è «agghiacciantemente piccolo».
Tuttavia, l’esperto militare ha affermato che il conflitto non è scontato se i membri della Nato, incluso il Regno Unito, miglioreranno significativamente le loro armi.

«La maggior parte delle stime rileva che abbiamo tra i cinque e i dieci anni prima che la Russia si riorganizzi e sia in grado di rappresentare il tipo di minaccia che era prima della guerra in Ucraina», ha affermati sir Patrick Sanders. «Se intraprendiamo le azioni giuste ora, se affrontiamo le minacce e le lacune nelle nostre capacità, se modernizziamo le nostre forze armate, se rendiamo le società più resilienti, lo impediremo. Se non lo facciamo, aumenta la probabilità e incoraggia la Russia, la Cina e l’Iran».

Concentrandosi sul Regno Unito, Sir Patrick Sanders ha dichiarato che le forze armate non sono più abbastanza forti per lanciare operazioni come l’invasione dell’Iraq meridionale nel 2003 o anche delle Isole Falkland nel 1982. «Si potrebbero riunire le due brigate che hanno occupato le Falkland? Sarebbe possibile portarli lì? Potremmo avere la forza d’urto che lo ha reso possibile e sostenerlo? Niente affatto». Il generale non ha rivelato l’entità delle attuali scorte dell’esercito, ma ha affermato che il numero «farebbe rizzare i peli sul collo».

 

George Labrinopoulos

Foto © Mantovauno, Thesocialpost, Ilcorriere

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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