La Clemenza di Tito e la politica contemporanea

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Nella regia di Robert Carsen l’opera di Mozart al Festival di Salisburgo aiuta a riflettere sulla contemporaneità e sul nostro futuro

Riprendendo nella Haus für Mozart l’allestimento della Clemenza di Tito già presentato a Pasqua, il Festival di Salisburgo vuole focalizzare l’attenzione su un tema totalmente contemporaneo: quello del potere e delle sue più profonde implicazioni.

Le linee programmatiche del Festival

Non è un caso che la Città natale di Mozart ospiti una delle manifestazioni musicali e artistiche più accreditate in Europa e nel Mondo. In una recente intervista l’intendente Markus Hinterhäuser ha dichiarato che l’arte è politica, che non può essere slegata dal mondo in cui viviamo. Per questo ogni allestimento al Festival è un evento destinato a far discutere e a incidere sull’estetica del nostro tempo. Le tematiche affrontate, proposte seguendo un’idea progettuale ben precisa, mirano a scuotere il pubblico. Non dunque l’offerta di semplici opere e concerti, ma il portare avanti un pensiero.

La visione di Robert Carsen

Se il tema del Tito mozartiano è quello del potere, Robert Carsen mira ad appropriarsene in una declinazione totalmente contemporanea. La sua idea è quella di rovesciare il lieto fine, mostrando apertamente come la storia si ripeta nelle sue istanze più drammatiche, come l’uomo non impari nulla da essa, ma sia condannato a ripeterla all’infinito. Per questo, dopo i suoi atti di clemenza, Tito viene ucciso in una nuova cospirazione. Non c’è spazio per il bene in questo Mondo.

È noto come il Tito proponga utopie affini al coevo Flauto magico. L’idea di una pacifica convivenza fra gli uomini abita la mente del compositore nell’estremo periodo della sua breve vita. In quest’ottica va letta la clemenza dell’imperatore, ai nostri occhi persino ingenua e difficilmente accettabile. Tito vuole aiutare gli altri, ma nel contempo riconosce la difficoltà del proprio compito. Carsen, dal canto suo, spazza il campo da ogni utopia. Il male, alla fine, impone la sua ingombrante presenza.

L’allestimento

La scena, creata da Gideon Davey, allude alle istituzioni politiche dell’Italia, dove campeggia il tricolore accanto alla bandiera europea. I complotti descritti nel libretto che Caterino Mazzolà trasse dal Metastasio appaiono come intrighi da ufficio. Vitellia, ad esempio, viene mostrata come una carrierista disposta a tutto pur di scavalcare gli altri. Regia come di consueto fluida e curata nella gestualità e nei valori drammaturgici.

Carsen decide di mostrare Sesto e Annio, rispettivamente interpretate da Cecilia Bartoli e da Anna Tetruashvili, in vesti femminili. Nessun mimetismo dunque, nessuna vetusta impostazione en travesti. Eppure, nonostante ciò, la scena della seduzione fra Vitellia e Sesto gronda sensualità ed erotismo.

Durante l’incendio del Campidoglio, Carsen sceglie di mostrare le immagini dell’assalto a Capitole Hill da parte dei sostenitori di Trump. Una maniera per immergere la vicenda nel nostro presente (fra l’altro a pochi mesi da quelle che si preannunciano come le elezioni più peculiari della storia americana). In un’epoca in cui le dittature sembrano prendere il sopravvento, il regista ci invita a una riflessione vitale per il nostro futuro.

La concertazione di Gianluca Capuano esalta i valori contemporanei della partitura. La sua lettura, alla guida de Les Musiciens du Prince, è frastagliata e vitale, brillante nei valori coloristici, colma di ritmo e di passione.

Il cast

Mozart è il compositore preferito di Cecilia Bartoli, che non ne fa mistero. La sua interpretazione di Sesto, come tutte le sue creazioni, è intrisa di passione e di incanto, grazie a una voce omogenea in tutti i registri e a un temperamento unico. Le sta accanto il Tito maiuscolo di Daniel Behle. Bravissima la giovane Anna Tetruashvili nel ruolo di Annio. Sensuale e crudele la Vitellia di Alexandra Marcellier, che l’impostazione registica pone a capo della congiura finale. Completavano più che degnamente il cast Mèlissa Petit (Servilia) e Ildebrando D’Arcangelo (Publio).

Trionfo per una produzione fra le più acclamate del Festival.

 

Oksana Tumanova

Foto © Tommaso De Pera, Marco Borrelli, Matthias Horn

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